Qui non si tratta di fado. Questo sound picchia forte, è assordante, sporco, e fa sudare la gente. La critica lo ha definito una musica senza precedenti, e in effetti non esiste una definizione precisa. È una fusione tra i ritmi delle ex colonie portoghesi e il sound europeo: è l’African Awakening, il risveglio africano di una città che per secoli è stata il crocevia culturale e commerciale tra due continenti. Un sottobosco culturale emerso solo negli ultimi anni, che non ha nulla a che fare con la Lisbona dei dépliant turistici, né con i vicoli tortuosi e stretti della città vecchia, i palazzi fatiscenti e i pasteis de nata, né tantomeno con la bellezza decadente del Tago che si adagia nell’oceano.
È nelle case popolari della periferia, dove i portoghesi poveri convivono con le persone provenienti dalle ex colonie, che è nato questo mix, il cosiddetto “Triangolo delle Bermuda” tra Europa, Africa e Sud America. Qui è nato un sound che ha permesso a DJ e band di conquistare i club più rinomati di Londra, New York e Parigi.
Uno di questi gruppi sono i Buraka Som Sistema: la storia coloniale rivoltata come un calzino, per usare una felice espressione di Alexandra Klobouk, autrice, cantante e giornalista che ha vissuto a lungo a Lisbona, a stretto contatto con questo mondo. La band è composta da un angolano, un portoghese, un brasiliano e un mozambicano, e propone musica afro-global-fusion-dance, una sorta di kuduro. I Buraka provengono dal quartiere popolare e apparentemente anonimo di Amadora.
Kuduro significa letteralmente "chiappe strette", ed è un genere musicale e di danza nato negli anni Ottanta in Angola. A inventarlo fu il ballerino e cantante Toni Amado, ispirato da un film di Jean-Claude Van Damme. Il kuduro è tanto musica quanto stile di ballo, e nell’ambiente africano le due cose sono inseparabili: l’uno non esiste senza l’altro.
Il sound dei Buraka nasce dalla cacofonia musicale e culturale in cui sono cresciuti:
Io ascoltavo i Nirvana e il mio compagno di banco la kizomba (un genere musicale e di danza angolano). E quando andavamo a casa degli amici, c’erano mille altre influenze musicali. Per noi era assolutamente normale.
La loro musica si è diffusa inizialmente tramite il passaparola, e solo con l’esplosione delle piattaforme di sharing ha ottenuto un successo internazionale improvviso.
Un successo che si deve anche a Batida, produttore di fama internazionale, ideatore di programmi radio e documentari. La sua musica nasce da brani angolani che lui mescola con beat elettronici, creando un sound afro-electro compatto e irresistibile da ballare.
Come molti fuggiti dalle guerre d’indipendenza delle ex colonie, Batida trovò rifugio in Portogallo, sistemandosi dove capitava, in alloggi improvvisati che poi divennero le comunità angolana, mozambicana e capoverdiana.
Dormivamo uno sopra l’altro, era fantastico. E c’era così tanto da scoprire. Fuori dall’Angola, solo a Lisbona mi sento così vicino a Luanda. Sono cresciuto in un universo parallelo. La musica africana era ovunque. Ma al di fuori della comunità afro nessuno la capiva, nessuno sentiva il bisogno di prenderla sul serio. Era considerata roba strana. Poi, all’improvviso, boom: l’African Awakening.
Batida ha sviluppato la sua musica tra i vicoli di São Pedro de Alcântara, dove ancora oggi i ragazzi si ritrovano verso le due del mattino per far festa. Una folla quasi esclusivamente nera, dove i portoghesi bianchi del centro non si vedono quasi mai.
Uno dei cuori pulsanti di questa scena è il B.Leza, il primo club capoverdiano del suo genere, ormai istituzione lisbonese. Qui, ogni settimana, si balla musica dal vivo dalle undici di sera fino alle cinque del mattino. Il pubblico rappresenta un affresco vivente delle ex colonie (Brasile compreso) e di Lisbona. A mezzanotte il locale è già pieno. La cosa più entusiasmante? L’età del pubblico va dai 16 ai 75 anni: non è raro vedere coppie mature ballare con figli adolescenti.
Quinta do Mocho è a due passi dall’aeroporto di Lisbona — cinquecento metri in linea d’aria. Il valore che una città assegna a una parte della sua popolazione si misura dalle infrastrutture disponibili: qui non ci sono autobus, né treni, né istituzioni culturali, né spazi ricreativi. Ma è proprio qui che opera DJ Marfox, una sorta di Dr. Dre della batida — che in portoghese significa “battito”. La batida è il sound originale di questa zona: ruvido, trascinante, poliritmico. Impossibile restare fermi. Non appartiene a nessuna delle tradizionali club music europee ed è totalmente diversa anche dal kuduro dei Buraka Som Sistema. Secondo la stampa, Marfox e i suoi sodali sono the next big thing — anche se il suo nome è da tempo noto nei circuiti internazionali.
Il fatto che il mondo non ne sapesse nulla fino a poco tempo fa riflette la stessa invisibilità con cui la batida e i suoi autori devono fare i conti ogni giorno: per chi non appartiene alle comunità africane, tutto questo è semplicemente irrilevante. La scoperta della musica di Marfox è stata descritta come un “revival” delle esplorazioni coloniali: due ragazzi bianchi della scena musicale di downtown Lisbona, durante un festival, ascoltano un giovane DJ che propone un sound straordinario — il sound di un’altra Lisbona. I due ne restano folgorati e fondano un’etichetta, Príncipe Discos. Attraverso Marfox conoscono una schiera di giovani produttori della zona, tutti tra i 15 e i 20 anni. L’etichetta promuove la loro musica come il “sound del ghetto”.
Che venga davvero solo dal ghetto o dall’intero mondo portoghese oggi conta poco. Perché ciò che conta davvero è quello che questa musica riesce a fare. E lo dimostra un evento unico nel suo genere: una serata mensile di batida al Club Musicbox, nel cuore di Lisbona, quando la cultura musicale delle periferie si affaccia sul centro: la Noite Príncipe.
Di solito i ragazzi restano nei loro quartieri, raramente vanno in centro. Perché dovrebbero? È troppo caro, troppo scomodo. Ma poi arriva questa festa, e si rendono conto che quella è la loro musica, quello il loro sound. In notti così, si incontrano persone che normalmente non avrebbero nulla in comune: turisti, ragazzi della periferia, hipster, fighetti, protagonisti della scena musicale.
Sempre più club ospitano afro party, ogni palestra propone corsi di danza kizomba, e conduttori radiofonici portoghesi iniziano a inserire musica africana e brasiliana nei palinsesti pomeridiani. I lisbonesi, i portoghesi “doc”, iniziano a confrontarsi con la propria eredità culturale e coloniale. “Lo trovo fantastico“, ha affermato Flama, il direttore del Musicbox.
Ma fuori da questi eventi, permane la diffidenza. Non ci si mescola. Certo, sarebbe bello se dopo la festa tutta quella folla andasse al Quinta do Mocho a mangiare insieme una moqueca, il piatto tipico brasiliano a base di pesce. Ma non è ancora successo. Si balla pacificamente fino all’alba, poi ognuno torna sulla propria strada.
La domanda, a questo punto, è: può la musica — questa musica — cambiare qualcosa nella vita di persone così diverse? Può cambiare il rapporto tra la città e i suoi abitanti? Può generare una nuova comprensione reciproca? Il Portogallo potrebbe essere il paese che guida l’Europa nel dialogo con l’Africa. Grazie a una relazione secolare, a una comunità immensa, a uno stile di vita africano che è sempre più visibile.







