ospedale degli innocenti

I segreti oscuri degli Innocenti: il lato nascosto del Rinascimento che Firenze non racconta

Il libro di Joseph Luzzi sul primo orfanotrofio d’Europa racconta un Rinascimento più crudo che idealizzato, tra arte, abusi e memorie che risuonano fino a oggi.

Nel cuore di Firenze, lungo l’elegante loggiato dell’Ospedale degli Innocenti, svettano ancora le terrecotte invetriate di Andrea della Robbia con i neonati fasciati, candidi e sereni, incastonati tra colonne che sembrano voler custodire un’idea di purezza e di protezione. Ma dietro quella facciata armoniosa, racconta Joseph Luzzi nel suo nuovo saggio The Innocents of Florence: The Renaissance Discovery of Childhood, si celava una realtà meno idealizzata, un microcosmo fatto di infanzie negate e dolore sistemico. Una storia che inizia nel Quattrocento e che, tra le righe, parla anche al nostro presente.

L’Ospedale degli Innocenti, inaugurato nel 1445, fu tra i primi istituti di accoglienza per bambini abbandonati in Europa. A renderlo possibile fu anche la generosità di Francesco Datini, imprenditore toscano che aveva costruito un impero economico partendo dal nulla. Nato figlio di un oste e rimasto orfano per la peste nera attorno ai tredici anni, aveva fatto fortuna come mercante di armi ad Avignone durante la guerra dei Cent’anni, poi come produttore di lana e tinture, banchiere, usuraio e infine marito di un’aristocratica, Margherita, che però non gli diede figli. In assenza di eredi e tormentato dalla paura per la propria anima, destinò parte del suo patrimonio ad attività caritatevoli. Ma dietro il ritratto del filantropo redento si intravede un’altra storia, quella in cui Datini ebbe almeno due figli da giovani domestiche, una delle quali, Lucia, era una schiava. La figlia che nacque da quella relazione, Ginevra, fu subito allontanata dalla madre e affidata a una balia. Ufficialmente, l’uomo d’affari rimase senza figli. La verità, come spesso accade, era più scomoda.

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Luzzi racconta questa e molte altre storie con tono sobrio ma senza filtri, illuminando i paradossi morali di un’epoca che celebrava l’infanzia come simbolo religioso e allo stesso tempo ne negava la dignità. L’ospedale, infatti, era pensato per ospitare bambini indesiderati, ma non necessariamente orfani. Bastava attraversare il loggiato e depositare il neonato in una pila per l’acqua santa o in una ruota girevole dietro una grata. Nessuna domanda, nessuna punizione. La maggior parte dei neonati era femmina, molti figli di schiave. A Firenze, nel Quattrocento, infatti, tre donne su cinque che partorivano fuori dal matrimonio erano in condizione servile, perché lo stupro di una schiava non era considerato reato.

Dietro l’apparente gesto di misericordia, però, si nascondeva un’intuizione utilitaristica. Dopo la devastazione della peste del 1348, che decimò la popolazione (e anche la famiglia di Datini), le autorità fiorentine iniziarono a vedere negli innocenti una risorsa per colmare il vuoto lasciato dalla morte. I maschi ricevevano una prima alfabetizzazione, poi venivano avviati al lavoro intorno ai tredici anni. Le bambine, per lo più analfabete, imparavano a filare e a servire. Spesso finivano come domestiche in case patrizie, dove potevano impiegare anni per accumulare una dote, se mai ci riuscivano. Più spesso, diventavano prede facili degli stessi abusi che avevano subito le loro madri. Luzzi cita un dato agghiacciante: nei vent’anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, oltre un terzo dei casi di stupro a Firenze riguardava bambine tra i sei e i dodici anni.

Tra le pagine del saggio di Luzzi affiora con forza il divario stridente tra l’immagine idealizzata dell’Ospedale degli Innocenti e la realtà concreta che vi si viveva dentro. L’istituzione, pur nata sotto il segno della compassione, venne presto trasformata in un palcoscenico di pubbliche virtù usate per attrarre mecenati e legittimare il potere. Uno dei primi direttori destinò somme ingenti non all’assistenza dei bambini, ma all’acquisto e alla commissione di opere d’arte capaci di impressionare l’élite fiorentina. Fu in quel periodo che l’ospedale si arricchì dei celebri putti in terracotta invetriata di Andrea della Robbia, simbolo ancora oggi dell’infanzia ideale, e dell’imponente Adorazione dei Magi del Ghirlandaio, un capolavoro che accoglieva i visitatori nella sala principale.

Nel frattempo, i bambini vivevano in condizioni spartane. La dieta quotidiana era povera con pane nero, carne salata solo due volte alla settimana, un po’ di formaggio come rara eccezione. Nonostante gli affreschi rinascimentali e le sculture di pregio, la fame, il freddo e l’assenza di cure restavano la norma per molti piccoli ospiti.

Ancora più crudo è il quadro che emerge nel Seicento, quando l’ospedale adottò una strategia gestionale apparentemente progressista ma profondamente disumana. Cominciò, infatti, ad assumere donne nubili come nutrici per i figli abbandonati. A queste donne veniva sottratta ogni voce in capitolo sul proprio corpo e sulla propria maternità. I loro figli biologici venivano allontanati e affidati a balie mentre il loro latte veniva riservato ai neonati dell’istituto. In sostanza, i loro corpi diventavano strumenti a disposizione della macchina assistenziale, piegati alle esigenze di un sistema che, nel nome della carità, replicava logiche di sfruttamento profondamente patriarcali e classiste.

E forse dove il libro di Luzzi colpisce di più è nel mostrare quanto poco sia cambiato, nella sostanza, il modo in cui le società organizzano l’abbandono, l’infanzia e la povertà. Dopo la sentenza Dobbs del 2022, che ha abolito il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti, sono proliferate le leggi statali che facilitano l’abbandono neonatale (oggi ci sono centinaia di “baby box”, delle cassettine climatizzate dove lasciare neonati in anonimato, in vari Stati americani). Alcuni Stati, inoltre, hanno allentato le leggi sul lavoro minorile. Nell’Iowa, per esempio, un quattordicenne può oggi lavorare in una lavanderia industriale o in un congelatore per carni. Al confine con il Messico, poi, agenti ICE separano ogni giorno i bambini dai loro genitori. Viene da chiedersi se davvero siamo così lontani dalla Firenze rinascimentale.

C’è però una nota finale, che Luzzi affida alla figura del Datini. A modo suo, cercò di fare ammenda. Liberò Lucia dalla schiavitù e la fece sposare con uno dei suoi più fidati collaboratori. Quando Ginevra compì sei anni, la accolse in casa e la crebbe come una figlia. A quindici anni la fece sposare con un amico di famiglia, versando una dote ingente. Ginevra forse non seppe mai di essere figlia di una schiava. Eppure, nonostante il salto di classe, la traiettoria della sua vita fu un trasferimento ordinato da un uomo all’altro. Una restituzione, forse. Ma anche un’altra storia di dominio, ben confezionata sotto l’insegna della carità.

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