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La bellezza che non segna: l’Inter di Chivu e la crudeltà del calcio

Se il calcio fosse il pattinaggio artistico, il dressage o una gara di tuffi allora il valore di dominare e disegnare geometrie sarebbe la quinta essenza di questo sport. Ma sfortunatamente non è così. Nel calcio se non segni, perdi. La sconfitta è non solo una questione di episodi, ma una sentenza che smonta la retorica del bel gioco. E l’Inter di Cristian Chivu ne è oggi la dimostrazione più amara.

Contro il Milan in campionato e contro l’Atlético Madrid in Champions League, la squadra ha imposto il proprio ritmo, ha creato occasioni, ha esibito una padronanza tattica moderna, fluida, verticale. Ma ha perso. I numeri sono spietati. Solo in campionato, l’Inter ha creato 161 occasioni da gol, ma ha realizzato solo 26 reti, una capacità realizzativa dell’11%. Il problema non è creare, ma concludere.

L’Inter di Chivu costruisce dal basso con ordine, sfrutta la densità centrale e usa gli esterni per cercare ampiezza, ma è nella finalizzazione che emergono i limiti. E se la costruzione arriva a ridosso dell’area con coerenza, spesso si inceppa davanti all’ultima scelta. Le ragioni sono molteplici, ma ciò che ci preme capire è se può esistere un calcio bello che non sia anche efficace. E soprattutto, se ha senso oggi perseguire una bellezza che non coincide con la vittoria.

La risposta, naturalmente, dipende dal modo in cui intendiamo il calcio: se come competizione o come linguaggio.

E su questo crinale si sono infrante molte delle squadre più affascinanti della storia. L’Unione Sovietica degli anni Sessanta e la Cecoslovacchia del ’62, sono ricordate più per lo stile che per l’albo d’oro; l’Arsenal di Wenger, nei suoi anni più ispirati, ha spesso preferito l’armonia al pragmatismo e la stagione degli “invincibili” è rimasta un unicum, circondata da annate di estetica senza trofei. E ancora il Napoli di Sarri, qui in patria e in Europa adorato e studiato, ma sempre sconfitto.

L’estetica, nel calcio, è dunque un rischio. Perché chi cerca la bellezza accetta la possibilità della sconfitta. Chi la rifiuta, preferisce la protezione del risultato. In fondo, come ci ricorda Eduardo Galeano, il calcio è il regno dei paradossi: “Giocava bene, perciò perse”. Una frase che solo in questo sport può suonare coerente.

E allora viene da chiedersi se non sia proprio questa tensione costante tra tra arte e numeri a rendere il calcio una narrazione collettiva in cui la perfezione è solo una promessa, mai una garanzia. Un paradosso antico, quello del “giocare meglio e perdere comunque”. Ma che è anche un paradosso estetico.

L‘Olanda del Totaalvoetbal mostrò al mondo un’idea di calcio nuova, collettiva, iper-strutturata eppure libera. Con Michels in panchina e Cruijff in campo, quella squadra era un sistema operativo. Eppure, perse. Come nella finale mondiale contro la Germania Ovest, nonostante un dominio totale.

Una lezione che si è ripetuta molte volte. Il Brasile del 1982. Il Barcellona post-Guardiola. L’Ajax di Ten Hag nel 2019. Il calcio è crudele con chi osa. Il risultato non è il coronamento della bellezza, ma è spesso la sua negazione.

È possibile immaginare il calcio come fenomeno estetico autonomo, che eccede il risultato? Se lo chiedeva Carmelo Bene, il quale parlava di Marco Van Basten come di un essere “giocato dal calcio“, e non più agente attivo. Non era Van Basten che giocava, era il calcio che si manifestava attraverso di lui. Come Borg era il tennis. L’Al-Stetikos greco, la percezione pura.

Bene proponeva un’estetica sportiva che non ha bisogno di vincere per esistere. L’atto atletico, nella sua eccezionalità unica, diventa un evento irripetibile, dionisiaco, quasi sacro. Così, l’Inter di Chivu, per quanto oggi possa sembrare un’opera incompiuta, è forse più vicina a quella dimensione artistica che al calcio mercantile contemporaneo. Una squadra che percepisce, non solo gioca. Che si pone oltre il risultato.

E quando l’estetica diventa atto, il risultato non ha più senso. È questo il destino delle squadre che restano nella memoria più di quelle che sollevano trofei?

L’altro lato della medaglia è che la seduzione estetica ha sostituito il conflitto agonistico. L’esteta, incapace di accettare il brutto, pretende di dominare non solo l’avversario, ma anche il gusto collettivo. Ma il calcio è amato perché anche i “brutti” possono vincere. Perché offre speranza. Se perde questo, perde tutto.

Il calcio alla fine è soprattutto classifica ed eliminazioni. E oggi, nel calcio degli xG, dei dati e dei modelli predittivi, non segnare è un peccato mortale. Le squadre che sopravvivono sono quelle che uniscono armonia e ferocia. Chivu ha costruito la prima. Ora serve la seconda.

Ma nel frattempo, chi ama il gioco nella sua forma più pura non può che guardare a quest’Inter con una certa malinconica ammirazione. Come si guardano i quadri incompiuti o i romanzi interrotti.

Non vincerà sempre, forse. Ma resterà. Perché il calcio, a volte, sa anche essere bellezza senza scopo. E quella, come ci ha insegnato Carmelo Bene, è l’unica forma di bellezza davvero libera.

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