A sentirla raccontare, la vita di John Halls sembra uscita da un film un po’ surreale, di quelli dove tutto può succedere. E invece è tutto vero.
Nel 1991, quando era solo un bambino, Halls compare nella scena iniziale di un videoclip di Kylie Minogue tra le bancarelle di Camden Market. Tra i ballerini, c’era anche una giovanissima Davina McCall, destinata a diventare un volto noto della TV britannica.
Dieci anni dopo, a 19 anni, Halls realizza il sogno di ogni ragazzino del nord di Londra: indossa la maglia dell’Arsenal, la sua squadra del cuore, e debutta in una partita di Coppa di Lega contro il Manchester United. Entra nella ripresa al posto di Giovanni van Bronckhorst — che qualche anno dopo vincerà la Champions con il Barcellona e giocherà una finale mondiale — ma l’esordio prende una brutta piega: due ammonizioni in venti minuti e viene espulso.
La sua carriera va avanti con un po’ di giri tra Stoke City, Brentford, Crystal Palace e altre squadre, fino a quando, a 30 anni, un infortunio lo costringe a dire basta. Il colpo, però, arriva solo qualche anno dopo, verso i 35: la depressione si affaccia quando meno se lo aspetta.
Poi, in un pomeriggio qualsiasi, mentre cammina in un centro commerciale di Londra poco dopo il ritiro, viene fermato da uno sconosciuto: “Ti andrebbe di fare il modello?“. E così, senza pensarci troppo, dice sì.
Il giorno dopo fa un provino, viene preso subito e nel giro di poche settimane vola a New York per sei settimane per uno shooting per Man of the World. Da quel momento, è tutto un susseguirsi di set fotografici e sfilate: Giorgio Armani, Dolce & Gabbana, Brunello Cucinelli, persino cartelloni giganteschi di H&M a Times Square.
Mi ha salvato, davvero. Per due o tre anni è stato un delirio. Giravo il mondo, lavoravo ovunque, e per un po’ ho dimenticato del tutto il calcio.
E la sua non è più un’eccezione. Sempre più calciatori, anche in piena attività, si affacciano al mondo della moda per raccontare un’altra parte di sé. A settembre 2024, Jules Koundé del Barcellona ha posato ricoperto di panna per una campagna firmata Jacquemus, mentre Declan Rice dell’Arsenal ha sfliato in passerella all’Emirates Stadium per il brand Labrum, durante la London Fashion Week.

Hector Bellerín è stato uno dei primi a prendersi la scena anche fuori dal campo. Nel 2019, durante la settimana della moda di Parigi, ha sfilato per Louis Vuitton vestito di rosa shocking, attirando tutti i riflettori. Dominic Calvert-Lewin, attaccante dell’Everton, ha fatto ancora più rumore nel 2021, quando ha posato per la rivista Arena Homme + con una borsa a tracolla e pantaloncini a zampa. L’outfit era firmato da Harry Lambert, lo stesso stylist di Harry Styles ed Emma Corrin.
La reazione? Tanta ammirazione, ma anche le solite critiche. I commenti omofobi, i meme, gli insulti. Perché basta poco — una borsa, una posa diversa dal solito — per far storcere il naso a chi pensa che un calciatore debba “solo pensare a giocare”.
Eppure, quella mentalità da spogliatoio anni Novanta sta pian piano sparendo. C’è chi capisce che l’espressione di sé, anche attraverso la moda, è importante quanto un gol. Jordan Clarke, ad esempio, ha creato Footballer Fits proprio per raccontare questo mondo. Ha iniziato quando lavorava nel magazzino di Argos, e oggi fotografa e intervista calciatori come Marcus Thuram, Onana, Iwobi e Tim Weah, mettendo in luce il loro stile e la loro personalità.
Oggi i calciatori si sentono più liberi di mostrarsi per come sono. Fino a pochi anni fa, la paura del giudizio era fortissima: cosa diranno i tifosi? E i dirigenti? E i commentatori? Ma ora le cose stanno cambiando.
Jordan Clarke
E lo conferma anche Morgan Allan, direttore creativo di Versus, una piattaforma che unisce calcio, musica e cultura. Ha appena finito uno shooting con Jamal Musiala, stella del Bayern Monaco, vestito Bottega Veneta.
Con i social, i giocatori hanno finalmente il controllo della propria immagine. Non devono aspettare il via libera del club o del brand. Sono loro a raccontarsi.
Morgan Allan
E lo fanno con sempre maggiore consapevolezza. “La verità” – dice Allan – “è che si allenano poche ore al giorno. Poi hanno molto tempo libero. E la moda, per molti, è una forma di fuga, ma anche un modo per ritrovare equilibrio mentale“. Chalobah, ad esempio, ha raccontato come lo stile lo aiuti a “scollegare la testa” dal calcio.
Non è sempre facile. Capita che servizi fotografici vengano cancellati perché un giocatore ha perso una partita o ha giocato male. “Ed è assurdo” – dice Clarke – “La carriera calcistica è breve. Perché rinunciare a delle occasioni solo per paura del giudizio altrui?“.
Oggi, la moda e il calcio non solo si incontrano: si contaminano. La designer Martine Rose, nella sua collaborazione con Nike del 2022, ha scelto di raccontare le storie di donne del calcio come Hope Powell, la prima allenatrice nera dell’Inghilterra. Non modelle che fingono di giocare, ma vere protagoniste.
Vogliamo persone vere, che ispirano davvero. Nel calcio femminile c’è spazio per ogni tipo di corpo, di stile, di forza. E questo è già di per sé un messaggio potente.
Martine Rose
Del resto, il legame tra calcio e stile non è nuovo. George Best, idolo del Manchester United negli anni Sessanta, aveva la sua boutique a Manchester. Nessuno lo criticava per questo. Freddie Ljungberg, ai tempi dell’Arsenal, mandava in tilt il traffico con le sue campagne per Calvin Klein.
“Oggi” – dice Lewis – “sono i brand a ispirarsi al mondo del calcio. Perché mai i calciatori non dovrebbero rivendicare il diritto di esprimersi?“.







