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Italia, cronaca di un’umiliazione annunciata

Il cammino verso il Mondiale doveva segnare un nuovo inizio per l’Italia. Invece, si è trasformato nell’ennesimo deja-vu di una crisi ormai strutturale. Dopo una sconfitta imbarazzante in casa contro la Norvegia, la Nazionale di Gennaro Gattuso è finita ancora una volta nei playoff. Ancora una volta sull’orlo di un’assenza mondiale che avrebbe dell’incredibile, se non fosse già successa due volte consecutive.

Gattuso, comprensibilmente irritato, ha puntato il dito contro il sistema: «Ai miei tempi i migliori secondi andavano dritti al Mondiale. Ora no». Ha poi indicato la sproporzione nei posti assegnati alle varie confederazioni: sei squadre qualificate su dieci in Sudamerica, nove in Africa, mentre l’Europa – che rappresenta quasi metà del ranking FIFA – ha dovuto accontentarsi solo di sedici posti.

Ma la verità, per quanto più difficile da digerire, è un’altra. Il problema dell’Italia non è (solo) il sistema di qualificazione. È l’Italia stessa.

La squadra azzurra è arrivata seconda in un girone che avrebbe dovuto dominare. E non ha perso punti per sfortuna o per episodi. Ha perso con merito. Contro una Norvegia giovane e brillante, trascinata da Haaland e da una generazione senza paura, l’Italia è sembrata in ritardo, spenta, prevedibile. Il 7-1 complessivo nei due scontri diretti è una sentenza, non un dettaglio.

E allora ha davvero senso parlare di ingiustizia? Può un Paese che ha vinto quattro Coppe del Mondo continuare a fare la vittima di un regolamento, quando non riesce più nemmeno a imporsi in un girone?

Negli ultimi cinque anni, le delusioni della Nazionale hanno cambiato stagione. Non abitano più le estati afose dei quarti di finale o delle notti magiche. Non sono più un trauma da rigore sbagliato o da semifinale persa. Come uccelli disorientati, migrano altrove. In autunni grigi come nel 2017, in primavere premature come quella del 2022. Non arrivano più durante i Mondiali. Arrivano prima. Durante le qualificazioni.

È una forma di fallimento più intima, più silenziosa, e proprio per questo più devastante. Contro la Svezia sembrava una deviazione dalla norma, un evento da archiviare come eccezione. Contro la Macedonia del Nord è diventata tragedia. Due eliminazioni consecutive prima del torneo. E la seconda da campione d’Europa in carica. Una vergogna che nemmeno il più pessimista avrebbe potuto immaginare.

Il problema delle qualificazioni: equità o alibi?

Oggi l’Europa porta al Mondiale 16 squadre su 54, mentre il Sudamerica ne qualifica 6 su 10, con una settima ai playoff: una quota del 60%. Numeri che, letti così, sembrano sostenere la tesi di Gattuso. Ma è solo una parte della verità.

Il calcio europeo ospita la metà delle nazionali presenti nella top 50 del ranking FIFA. Il livello medio è più alto, la densità di qualità è maggiore. Ne consegue che superare un girone UEFA non è un compito banale: le insidie non arrivano solo da Germania o Francia, ma anche da Georgia, Norvegia, Scozia, Albania. Il rischio non è quello di uno scontro con una superpotenza, ma con un’organizzazione perfettamente rodata.

Questo rende il sistema ingiusto? Non necessariamente. Forse rende il calcio europeo semplicemente più competitivo, più crudele. E dunque, più giusto proprio perché più meritocratico.

E allora, torniamo alla domanda che l’Italia dovrebbe porsi: davvero non passare il girone è una questione di regole? O è, più brutalmente, una questione di valore?

Perché se perdi due partite su due contro la Norvegia, per quanto talentuosa possa essere, con un passivo complessivo di sette reti, il problema non è la FIFA. Sei tu.

Una nazionale come l’Italia, che ha scritto pagine di storia ai Mondiali, non può dipendere da meccanismi regolamentari per sopravvivere. Deve dominarli. E se oggi non ci riesce, è perché qualcosa si è rotto all’interno. Non nei sorteggi, non nel calendario. Ma nell’identità tecnica, tattica e culturale del nostro calcio.

Il sistema forse si può discutere. Ma finché l’Italia si aggrapperà ad argomenti aritmetici per giustificare sconfitte tecniche, continuerà a confondere la causa con l’effetto. E il prossimo Mondiale, ancora una volta, sarà un film che vedremo dal divano.

Un sistema che non produce più eccellenza

Le colpe, come spesso accade, non vivono solo in superficie. La crisi dell’Italia non è un crollo improvviso, ma il risultato di una catena logora: dai club alle accademie, dai vivai alla Nazionale. E ogni anello di questa catena sembra oggi troppo fragile per reggere l’urto del calcio moderno.

Gli investimenti sono stagnanti, gli stadi sono spesso vuoti o vetusti, i diritti tv rendono meno che altrove e l’appeal internazionale della Serie A è in calo, e fatica a reggere il confronto economico con Premier League, Bundesliga e persino Ligue 1.

La formazione tecnica è rimasta indietro. Mentre in Olanda, Spagna o Francia si coltivano creatori di gioco, dribblatori e interpreti moderni, l’Italia ha smesso di produrre fuoriclasse. Le accademie sembrano più interessate a formare giocatori “funzionali” che talenti fuori schema. Il patrimonio tecnico si è assottigliato, e nessuno sembra preoccuparsene abbastanza.

E poi c’è la questione culturale. Per decenni abbiamo coltivato l’ossessione per la solidità, la compattezza, il “non prenderle”. Un’identità tattica che oggi appare scolorita. Il calcio moderno non premia più chi si chiude bene, ma chi osa, chi aggredisce, chi sposta gli equilibri. L’Italia, invece, sembra ancora legata a un’idea di calcio prudente e conservativo, figlia più della paura che dell’ambizione.

Il risultato? È sotto gli occhi di tutti. E finché il sistema resterà quello che è, l’Italia continuerà a vivere nel paradosso di un Paese che ama il calcio, ma non è più capace di produrlo ai massimi livelli. Un Paese dove la nostalgia è più forte della progettualità. Dove si parla ancora di Bearzot, ma non si sa cosa fare con i prossimi dieci anni. Dove si aspetta il talento, ma non lo si coltiva.

Ed è in quel vuoto, tra ciò che eravamo e ciò che non siamo più, che si è smarrita l’Italia.

Il pericolo imminente: un mondo senza Italia

Immaginare un Mondiale senza l’Italia era, fino a poco tempo fa, una provocazione da bar. Una possibilità remota, quasi folkloristica. Oggi, è uno scenario plausibile. Tangibile. E per la terza volta consecutiva.

Le assenze nel 2018 e nel 2022 sono state due colpi durissimi. La prima ha fatto rumore, la seconda ha aperto ferite profonde. Una terza esclusione, per di più in un torneo espanso a 48 squadre, sarebbe un’apocalisse. Una frattura identitaria.

Le conseguenze sarebbero concrete e simboliche allo stesso tempo:

  • Perdita di rilevanza globale. Senza la vetrina del Mondiale, il calcio italiano perderebbe peso diplomatico, appeal sportivo, riconoscibilità;
  • Erosione dell’interesse interno. Sponsor e media volgerebbero lo sguardo altrove. I giovani calciatori, già attratti da modelli stranieri, potrebbero smettere di sognare l’azzurro;
  • Crisi identitaria. Non esserci significa non contare. Non incidere. Non esistere. E nel calcio, l’identità si costruisce anche con la presenza, con la narrazione e con la memoria condivisa;
  • Normalizzazione dell’eccezione. Quella che un tempo era una ferita sporadica, come l’eliminazione del ’58, rischia di diventare un’abitudine.

In uno sport che corre veloce, restare fuori tre volte di fila non è una pausa. È un’autoesclusione. È come dire al mondo: fate pure senza di noi.

E il giorno in cui questa assenza smetterà di fare scandalo, sarà il giorno in cui avremo smesso di essere rilevanti.

Quali rimedi?

Se l’Italia vuole davvero uscire da questo tunnel, non bastano lamenti né nostalgia. Servono interventi precisi. Radicali. E in parte già noti, ma mai davvero affrontati con coraggio.

Formare, non solo istruire. Il calcio italiano deve tornare a formare individui, non solo schemi. Servono più dribbling, più uno‑contro‑uno, più libertà nel gioco. Serve un recupero della differenziazione tecnica, della creatività, del rischio. Senza estro non c’è svolta, solo sopravvivenza.

Investire, non rattoppare. Le infrastrutture sono obsolete, le accademie troppo spesso trascurate. Serve una strategia pluriennale, con fondi reali e misurabili, per modernizzare non solo le strutture, ma anche le idee.

Cambiare modello. Non si tratta solo di passare dalla difesa all’attacco. Si tratta di ripensare il calcio italiano come linguaggio. Un linguaggio che non può più essere solo controllo e prudenza, ma anche espressione, verticalità, coraggio. Finché il nostro modello sarà più legato a Dino Zoff che a Jamal Musiala, il mondo ci scorrerà accanto.

Ripensare il sistema qualificazione? Forse sì. Ma solo se l’Italia sarà in grado di dominare i propri gironi. Non si può parlare di ingiustizia quando si perde in casa 1-4 contro la Norvegia. Il problema non è il format. Il problema è che l’Italia non è più padrona del proprio destino.

Gattuso ha ragione nel dire che il sistema pesa. Ma finché l’Italia resterà spettatrice, nessuna modifica al regolamento potrà salvarla. Perché le grandi non chiedono aiuto. Le grandi impongono la propria presenza. E oggi, l’Italia non lo fa più.

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