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Euro 2032 è alle porte. Ma gli stadi italiani sono ancora nel Novecento

L’Italia è il Paese con il maggior numero di siti archeologici al mondo e, forse per compiacenza o per mantenere alto il suo nome come centro della Storia, anche gli stadi sembrano degli enormi resti archeologici, alla stregua di templi antichi, in ricordo di una grandezza che fu. Proprio come la statua decadente di Ozymandias dell’omonimo sonetto di Shelley, gli stadi italiani sembrano rivolgerci un ammonimento: “Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!”. Poi, però, lo sguardo cade sul cemento scrostato, sulle tribune semi vuote con i seggiolini sporchi e fatiscenti, sulle tettoie arrugginite che a malapena coprono tutte le sedute, e capiamo che di quegli anni gloriosi di dominio internazionale del calcio nostrano è rimasta solo l’eco.

I nostri stadi sembrano eretti più per custodire una memoria che per ospitare il futuro. Con un’età media di 68 anni (oltre il 60% degli stadi da almeno 5.500 posti risale a prima del 1970), gli impianti italiani sono i più vecchi tra i principali campionati europei: più del doppio rispetto a quelli inglesi e tedeschi. Addirittura, molti conservano ancora la pista d’atletica che separa il pubblico dal campo. Risultato? Comfort scarso, visuale spesso infelice e un’esperienza da spettatore poco attraente.

Altrove, da anni, si costruisce con un’altra mentalità. Stadi polifunzionali, aperti sette giorni su sette, con ristoranti, musei, negozi e aree hospitality. Esperienze immersive, tecnologie digitali, visibilità ottimale, posti numerati. L’Emirates Stadium di Londra o l’Allianz Arena di Monaco sono diventati modelli da esportare. In Francia gli Europei del 2016 hanno rappresentato il volano per una modernizzazione diffusa e sistemica, mentre in Italia ancora si discute. E si aspetta.

Roma, Milano, Bologna, Cagliari: cronache dall’assurdo

Progettare uno stadio in Italia è come entrare in un intreccio kafkiano: si attraversano infinite stanze di autorizzazioni, vincoli paesaggistici, comitati, varianti urbanistiche, pareri contrastanti e ricorsi. Ogni passaggio può generare ritardi, ogni sindaco può bloccare anni di lavoro.

Prendiamo alcuni casi.

Roma. Nel 2012 la società giallorossa presenta il progetto Tor di Valle: 55mila posti, design moderno, ambizioni da capitale europea. Nove anni di discussioni e documenti dopo, il piano viene archiviato senza che un solo mattone venga posato. Si riparte da Pietralata, con l’obiettivo (ottimistico) di inaugurare il nuovo stadio nel 2027. Quindici anni dopo il primo annuncio.

Milano. Inter e Milan vogliono dire addio a San Siro. Presentano nel 2019 un piano condiviso per un nuovo stadio da 60-65mila posti e un investimento da 1.2 miliardi. Ma la Sovrintendenza vuole tutelare il secondo anello dell’attuale stadio, prossimo ai 75 anni. Parte un dibattito pubblico, si affaccia persino l’ipotesi di un referendum. I club, stanchi, cercano soluzioni fuori città. Ma anche lì serve ripartire da zero. Il sogno San Siro 2.0 — se va bene — slitta al 2030.

Bologna. Il restyling del Dall’Ara viene annunciato nel 2015 con un budget di 60-70 milioni. Sette anni dopo, nel 2022, si decide di costruire uno stadio temporaneo per il periodo dei lavori. Intanto, i costi sono raddoppiati: ora si parla di oltre 150 milioni. L’inaugurazione è prevista per il 2027/28.

Cagliari. Il vecchio Sant’Elia è stato demolito. Dal 2017, il club gioca in un impianto provvisorio, perché il nuovo stadio, intitolato a Gigi Riva, era atteso per il centenario del club nel 2020. Ora, nella migliore delle ipotesi, aprirà nel 2026. I costi? Saliti da 120 a 200 milioni.

La fotografia è chiara: progettare e realizzare uno stadio in Italia è impresa ardua, lunga, costosa. Secondo l’Eurispes, le cause principali sono due: da un lato l’enorme fardello burocratico (permessi, vincoli, pareri, conferenze di servizi); dall’altro, l’instabilità politica e amministrativa. Un cambio di giunta può cancellare anni di lavoro e un ricorso al TAR può bloccare un intero progetto.

All’estero, pur tra ostacoli e iter formali, i tempi sono diversi. E lo sono perché – semplicemente – si decide. Il Tottenham Hotspur Stadium, uno dei più moderni al mondo, è stato costruito in tre anni. L’Emirates Stadium, casa dell’Arsenal, ha impiegato due anni e mezzo. In Germania, in vista dei Mondiali 2006, decine di stadi furono costruiti o rinnovati tra il 2002 e il 2005; l’Allianz Arena è stato realizzato addirittura in 31 mesi!

E non cambia molto se guardiamo i nostri cugini spagnoli. Il Wanda Metropolitano ha preso forma definitiva in appena due anni. Il Real Madrid, con la ristrutturazione del Bernabéu, ha rispettato le scadenze nonostante la pandemia. E in Francia, per gli Europei del 2016, stadi come il Parc OL di Lione o il Matmut Atlantique di Bordeaux furono completati in tempi record grazie alla collaborazione tra pubblico e privato, e a una visione strategica condivisa.

La battaglia politica (e culturale) dietro ogni nuovo stadio

In Italia, costruire uno stadio non è solo questione di mattoni. È una partita politica.

La legge italiana considera la costruzione di uno stadio una “grande opera”. Questo significa che è soggetta a tutte le complessità del caso: valutazioni d’impatto ambientale, autorizzazioni edilizie, urbanistiche, pareri della Sovrintendenza, dei Vigili del Fuoco, delle commissioni sicurezza e delle autorità sportive. A tutto questo si aggiunge il potenziale freno dei ricorsi al TAR da parte di comitati cittadini o associazioni, e il continuo rimescolamento della politica locale.

Lo stadio della Roma, ad esempio, ha cambiato traiettoria più volte al mutare dei sindaci: da Marino a Raggi a Gualtieri, ognuno con una visione diversa, nessuno con una soluzione concreta. A Milano, la questione San Siro si è incagliata in vincoli storici: una legge prevede che gli edifici pubblici con più di 70 anni possano essere dichiarati “di interesse culturale”. Risultato? Blocchi e rinvii.

Nel 2014 il legislatore ha tentato una svolta con la cosiddetta Legge sugli Stadi (L. 147/2013 art. 1 co. 304-305, poi integrata dal D.L. 50/2017) volta a semplificare e accelerare l’iter burocratico per impianti sportivi: si prevede che i progetti di stadi possano ottenere la dichiarazione di “pubblico interesse” da parte dei comuni, attivando una conferenza di servizi unica e tempi contingentati per i pareri. Questa normativa ha in parte aiutato iniziative come quella dell’Udinese (primo caso approvato con il nuovo iter), Cagliari, Bologna, Firenze e la stessa Roma (sia Tor di Valle che Pietralata hanno seguito la procedura).

Ma anche qui, la teoria non sempre regge alla prova dei fatti. Il progetto Tor di Valle, ad esempio, aveva già ottenuto tutte le approvazioni nel 2018. Eppure è stato affossato tre anni dopo da un cambio di rotta dell’amministrazione e da nuovi contenziosi. L’Italia resta il Paese dove anche dopo il via libera, tutto può ancora essere fermato.

In vista di Euro 2032

La designazione dell’Italia (insieme alla Turchia) come Paese ospitante di Euro 2032 ha riacceso i riflettori. E con essi, la consapevolezza politica che senza uno scossone, si rischia una figuraccia planetaria. Per questo, tra il 2023 e il 2024, il governo ha annunciato nuove misure straordinarie:

  • nomina di un Commissario Straordinario per gli stadi: una figura governativa con poteri speciali per snellire le procedure e sovraintendere ai progetti considerati prioritari (sul modello di quanto fatto per altre emergenze infrastrutturali). Questo commissario potrebbe bypassare alcuni passaggi burocratici locali, coordinando gli interventi nelle città designate per il Campionato Europeo;
  • fondo pubblico di investimento: creazione di un fondo equity nazionale dedicato alle infrastrutture sportive, che possa co-finanziare la costruzione o il rifacimento degli stadi. Ciò aiuterebbe i club a sostenere i costi (specie quelli medio-piccoli) e vincolerebbe le risorse a progetti concreti, accelerandone la fattibilità finanziaria;
  • dichiarazione di “opera di interesse strategico nazionale” per gli stadi coinvolti: in pratica equiparare i nuovi stadi a infrastrutture strategiche (come le ferrovie e le autostrade) che per legge seguono iter autorizzativi più rapidi e con minori possibilità di blocco da parte degli enti locali. Questo potrebbe neutralizzare, ad esempio, l’effetto di un ricorso al TAR o la necessità di alcune autorizzazioni minori.

Obiettivo dichiarato: arrivare pronti al 2026 con almeno cinque stadi conformi agli standard UEFA. Ad oggi solo l’Allianz Stadium e il Gewiss Stadium sono veramente pronti. Inutile aggiungere altro…

Il confronto con l’Europa è illuminante in tal senso. In Germania (Mondiali 2006) e in Francia (Euro 2016), i governi centrali e locali hanno co-finanziato gli stadi e le infrastrutture connesse, garantendo iter rapidi e un coordinamento efficace. In Inghilterra, anche in assenza di eventi calcistici, le amministrazioni locali vedono nei nuovi stadi un’opportunità di riqualificazione urbana: concedono terreni, modificano piani regolatori, collaborano per servizi pubblici come metro e strade. A Madrid, il Comune ha sostenuto il Real nella trasformazione del Bernabéu, consapevole dell’impatto turistico e simbolico dell’impianto.

Certo, anche altrove ci sono stati attriti. Il Bayern ha dovuto negoziare a lungo per costruire l’Allianz Arena, e il nuovo San Mamés di Bilbao ha subito rallentamenti per problemi di bilancio. Ma la differenza è che in Paesi come Spagna e Inghilterra esistono strumenti che permettono ai club di muoversi, progettare e realizzare. In Italia, tutto si arena finché non arriva una manifestazione internazionale a fare pressione (come già successo per Italia ’90).

La burocrazia frammentata e la mancanza di visione condivisa hanno rallentato l’Italia per decenni. Ma oggi, con Euro 2032 all’orizzonte, il tempo delle esitazioni è finito. Il governo lo sa. I club lo sanno. Lo ha detto anche Infantino, presidente della FIFA: “Datevi una mossa!”.

Una ricerca di StageUp, una società di consulenza specializzata nel calcio, stima che la costruzione di nuovi stadi potrebbe generare 4 miliardi di investimenti e creare 85mila posti di lavoro in dieci anni. Ma serve agire. E in fretta.

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