COP30: La conferenza nella foresta che può ancora salvarci (se lo vogliamo davvero)

Belém cop30

Belém non è New York né tantomeno Bonn. È una città tropicale che si affaccia sul Rio Guamá, ai margini dell’Amazzonia, dove l’aria è densa, l’umidità altissima e le stagioni si alternano tra pioggia e afa. Qui, anche solo pensare a un abito formale suona fuori luogo – tanto che, alla vigilia della COP30, i delegati hanno ricevuto una mail ufficiale che li invitava a lasciare a casa cravatte e giacche. Un dettaglio che, in fondo, dice già molto.

Dice che questa COP sarà diversa. Perché il contesto è incandescente, nel senso più letterale e politico possibile. Dopo Dubai, dopo Baku, dopo anni di promesse che non hanno retto alla prova dei fatti, il mondo guarda a Belém con un misto di stanchezza e speranza. Perché qui, nella città dove la foresta comincia davvero, la crisi climatica non è più una previsione astratta o una curva su un grafico, ma è una condizione quotidiana.

cop30
La mail ricevuta dai partecipanti alla Cop30

Non è una conferenza sulla foresta. È nella foresta.

Lula lo ha detto senza giri di parole: questa sarà la “COP nella foresta”. Non una conferenza sulla foresta, come tante volte in passato, ma dentro di essa. Perché l’Amazzonia non è un fondale pittoresco da evocare nei discorsi ufficiali: è il fronte caldo della crisi climatica. È qui che si gioca il futuro del Pianeta, tra comunità indigene che difendono la propria terra, industrie che avanzano e una biodiversità straordinaria che rischia ogni giorno di diventare memoria.

Eppure, non mancano le contraddizioni. Come raccontavamo anche nell’articolo COP30 bollente, la scelta di Belém ha generato un cortocircuito logistico: prezzi alle stelle, alloggi esauriti e ministri costretti a dividere camere nei vecchi motel dell’amore. Un dettaglio che dice molto, e forse più di quanto vorremmo.

Cosa c’è davvero in gioco?

Molto. A Belém si chiude un capitolo aperto a Baku, dove, dopo ore di trattative notturne, si è raggiunto un compromesso sulla finanza climatica: 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, destinati ai Paesi più vulnerabili per sostenere la transizione ecologica. Una cifra che, secondo l’India, è poco più di un’elemosina. Per le isole del Pacifico, un vero e proprio tradimento. Ma, come ha riconosciuto Simon Stiell, segretario esecutivo dell’UNFCCC, “almeno si è evitato il collasso del sistema COP”.

Ora però non si parla più soltanto di fondi. A Belém devono arrivare i nuovi Nationally Determined Contributions (NDC) , cioè i piani climatici aggiornati che ogni Paese dovrebbe presentare per indicare cosa farà, concretamente, per contenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di +1,5°C. Peccato che, finora, meno della metà degli Stati li abbia effettivamente consegnati. L’Unione europea ha trovato un accordo solo all’ultimo minuto, dopo due anni di rinvii. E intanto, i dati parlano chiaro: siamo ancora diretti verso un aumento di 2,5°C entro fine secolo. L’Accordo di Parigi rischia di restare un’illusione diplomatica.

Come scrivevamo nel nostro articolo Perché il clima ha bisogno di pragmatismo, il tempo degli slanci idealistici è finito. Servono azioni misurabili, strumenti concreti e un riequilibrio profondo dei rapporti tra Nord e Sud del mondo. Perché questa crisi – è bene ricordarlo – è il risultato di due secoli di crescita industriale basata sulle emissioni delle economie occidentali. E non sarà la beneficenza a rimettere in equilibrio la bilancia.

Brasile, crocevia di promesse e contraddizioni

Per Lula e Marina Silva, ministra dell’Ambiente e volto storico dell’ambientalismo brasiliano, la COP30 è un banco di prova, forse il più delicato. Da una parte, il Brasile vuole mostrarsi come il custode della foresta amazzonica, rilanciando fondi internazionali e nuovi impegni per la tutela ambientale. Dall’altra, deve fare i conti con una realtà interna complessa: un’agroindustria potente, che spinge per espandersi, e milioni di brasiliani che chiedono crescita, lavoro e riscatto sociale.

L’Amazzonia, in questo contesto, è un campo di tensione continua, dove si scontrano due visioni del mondo: quella della conservazione e quella dello sfruttamento. Natura e sviluppo, alleati difficili.

Non a caso, molti hanno già ribattezzato questa conferenza come la COP della verità. Quella in cui le parole del Sud globale dovranno fare i conti con la contabilità del mondo reale. Il 2024 si è chiuso come l’anno più caldo mai registrato. Il 2025, a metà percorso, è già sulla buona strada per superarlo.

Chi guida, chi paga, chi resiste

Le domande chiave non sono cambiate: chi guiderà davvero la transizione ecologica? E chi sarà disposto a pagarne il prezzo? Gli Stati Uniti, con l’ombra di Trump di nuovo in agguato, non offrono più garanzie. L’Europa fatica a reggere, stretta tra guerre ai confini, crisi energetiche e un Green Deal sempre più sotto attacco. La Cina, nel frattempo, sembra voler indossare i panni del leader climatico globale, ma lo fa più per immagine geopolitica che per convinzione ecologica. E intanto, il Sud globale continua a chiedere giustizia, non carità.

È in questo contesto che arriva Belém. Non sarà la COP che risolve tutto – del resto, nessuna lo è mai stata. Ma potrebbe essere quella che dice le cose con maggiore onestà. Quella in cui la retorica lascia spazio alla realtà. Quella in cui la stanchezza accumulata in anni di negoziati inconcludenti si trasforma, finalmente, in lucidità.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,