Nel 2018, a quasi novantacinque anni, l’ex Segretario di Stato americano, Henry Kissinger scriveva un articolo che oggi appare profetico come una Sibilla digitale. How the Enlightenment Ends (Come finisce l’Illuminismo) non è un elogio nostalgico della ragione, né una tirata anti-tecnologica. È piuttosto un requiem laico, la constatazione che l’intelligenza artificiale sta accelerando verso un punto di rottura con la tradizione umanista dell’Occidente, mentre noi la osserviamo con la passività di chi ha smesso di interrogarsi sul senso della propria esistenza.
Kissinger non era un tecnico né un evangelista della Silicon Valley. È stato un diplomatico, un uomo che ha vissuto il Potere per gran parte del Novecento. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, le sue domande fanno più rumore di chiunque altro. Cos’è l’intelligenza, se una macchina può apprendere da sola a giocare a scacchi meglio di qualunque umano, senza che nessuno le abbia insegnato il “perché” di ogni mossa? Che ne sarà della coscienza umana, se non riusciremo più a comprendere i processi decisionali che guidano le scelte dei sistemi che abbiamo costruito?
Il cuore del suo pensiero è uno spostamento epocale in cui l’umano perde il controllo in favore delle macchine. L’intelligenza artificiale non si limita a risolvere problemi, ma li riformula. Non chiede istruzioni, ma apprende da sola. Non segue regole fisse, ma le riscrive sulla base di dati, sperimentazioni e auto-miglioramento. Come AlphaZero, che in poche ore ha reinventato il gioco degli scacchi dopo 1500 anni di evoluzione umana. Ma se una macchina può vincere una partita senza “pensare” come noi, allora il pensiero – almeno come lo abbiamo sempre inteso – è ancora rilevante?
Dal punto di vista filosofico, intellettuale e sotto ogni aspetto, la società umana non è preparata all’ascesa dell’intelligenza artificiale.
Già il premio Nobel per la fisica e padre del deep learning, Geoffrey Hinton, aveva denunciato l’incapacità di controllare sistemi che apprendono troppo in fretta, in modo opaco, senza supervisioni né freni morali. Hinton teme l’effetto valanga. Kissinger temeva il vuoto di senso.
L’Illuminismo è iniziato con intuizioni essenzialmente filosofiche diffuse da una nuova tecnologia. Il nostro periodo si sta muovendo nella direzione opposta. Ha generato una tecnologia potenzialmente dominante alla ricerca di una filosofia guida.
Kissinger avvertiva che stiamo passando dalla ricerca del significato alla predizione dei comportamenti. I dati sostituiscono i concetti; le correlazioni sostituiscono le cause; la verità diventa irrilevante se l’algoritmo ha ragione nei fatti. Ma questo significa abbandonare la capacità di sbagliare, di dubitare, ovvero proprio ciò che ci rende umani.
È qui che il discorso si fa più inquietante. L’intelligenza artificiale non solo produce risposte, ma modifica pure le domande. Cambia il modo in cui pensiamo, apprendiamo, e quindi decidiamo. Se un assistente vocale educa un bambino più di un insegnante, se un chatbot soddisfa un dubbio esistenziale con una risposta funzionale, che tipo di coscienza stiamo alimentando?
La logica della macchina è performativa, non riflessiva. Vuole il risultato, non il processo. Ma la creatività, la filosofia, persino l’amore nascono dal processo. Dal tempo lungo, dall’errore, dal conflitto. Non dalla previsione ottimizzata.
Kissinger suggeriva che presto potremmo non essere più in grado di capire le decisioni dell’intelligenza artificiale, anche quando queste saranno corrette. Non perché siamo stupidi, ma perché il nostro linguaggio, che ha radici in secoli di metafore, racconti e intuizioni, potrebbe diventare obsoleto.
Ma l’appello finale è forse il più importante: serve una nuova alleanza tra tecnologia e umanesimo. Kissinger invocava una commissione presidenziale di filosofi, storici, pensatori capaci di interrogare il senso profondo della trasformazione in corso. Ma mentre la Cina investe miliardi nell’AI come infrastruttura strategica, e anche se la Silicon Valley corre verso il prossimo brevetto, l’Occidente si scopre senza visione.
Eppure, come scrivevamo, la posta in gioco non è solo il lavoro, la privacy o la sicurezza. È la forma stessa della coscienza.







