Quando la maggior parte di noi entra in doccia, lo fa per sentirsi pulita. È un gesto automatico: acqua calda, vapore e sapone dovrebbero bastare a cancellare ogni traccia di sporco. L’ultima cosa che ci si aspetta è un’esplosione invisibile di batteri sul viso. Eppure è proprio quello che accade ogni volta che apriamo il rubinetto.
Negli ultimi centimetri delle tubature domestiche vive un microcosmo umido e caldo, perfetto per la proliferazione microbica. Lì, sulle pareti interne, si formano biofilm, sottili pellicole di batteri e funghi che si nutrono di nutrienti disciolti nell’acqua e di tracce di carbonio rilasciate dalle plastiche.
Quando la doccia viene accesa, parte di questi microrganismi viene trascinata nel flusso e diffusa nell’ambiente. Gli studi condotti in laboratorio e nelle abitazioni stimano da milioni a centinaia di milioni di cellule batteriche per centimetro quadrato di tubo o soffione.
La maggior parte è innocua, ma alcuni microrganismi destano preoccupazione, come il Mycobacterium (un gruppo che include i batteri della tubercolosi e della lebbra) e funghi quali: Exophiala, Fusarium e Malassezia, comuni sulla pelle e nel suolo ma potenzialmente infettivi in persone fragili.
Quando la doccia diventa un laboratorio
In uno studio condotto su 48 unità doccia costruite in laboratorio, un gruppo di ricercatori cinesi ha osservato l’evoluzione dei biofilm all’interno dei tubi. Dopo circa quattro settimane di utilizzo regolare, lo strato di batteri raggiungeva il suo picco. Poi diminuiva, probabilmente perché il biofilm era ancora debolmente aderente alla superficie, ma tornava a crescere dopo circa ventidue settimane.
Un dato più inquietante è che già dopo un mese gli scienziati hanno rilevato la presenza della Legionella pneumophila, il batterio responsabile della malattia del legionario, tanto nei soffioni quanto nei tubi. La stessa Legionella si ripresentava ogni volta che l’acqua rimaneva stagnante per un periodo prolungato.
I biofilm sono “città microscopiche” di batteri che si organizzano in colonie compatte sulle superfici umide, dai tubi dell’acqua al soffione della doccia. Invisibili, ma tenaci, possono liberarsi nell’aria sotto forma di aerosol ogni volta che si apre il rubinetto.
Per la maggior parte delle persone, il rischio di contrarre un’infezione resta molto basso, soprattutto se la doccia viene usata di frequente.
«Solo le docce contaminate da Legionella o da altri patogeni opportunisti rappresentano un rischio reale», ha speigato Frederik Hammes, microbiologo presso l’Istituto Federale Svizzero di Scienza e Tecnologia dell’Acqua di Dübendorf. «Nel caso di una contaminazione da L. pneumophila, il rischio è più alto per via della vicinanza tra il punto in cui si forma l’aerosol e il volto dell’utente».
Il pericolo, però, aumenta tra le persone più fragili: anziani, immunodepressi o pazienti con malattie respiratorie. È per questo che ospedali e case di cura adottano protocolli più severi per la disinfezione e la sostituzione dei soffioni.
Anche il luogo in cui si vive può fare la differenza. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha mostrato che le aree con una maggiore presenza di micobatteri patogeni nei soffioni avevano anche tassi più elevati di malattie polmonari da micobatteri non tubercolari (NTM), una forma di infezione cronica dei polmoni. Le zone più colpite erano Hawaii, Florida, California meridionale e la regione nord-orientale, compresa New York City.
Il legame tra clima e microbioma domestico è stretto: temperature più alte e acqua con più cloro favoriscono la sopravvivenza di questi microrganismi. Lo stesso vale per le fonti d’acqua, dove le abitazioni servite da acqua clorata ospitano più microbatteri rispetto a quelle alimentate da pozzi o sistemi non clorati, come nei Paesi Bassi. Il motivo è semplice: i batteri più resistenti al cloro si adattano e prosperano proprio dove gli altri muoiono.
La buona notizia è che si può ridurre il rischio con gesti semplici:
- far scorrere l’acqua per un minuto prima di entrare in doccia;
- mantenere l’impianto a temperature superiori ai 50 gradi;
- pulire periodicamente il soffione con aceto o soluzioni disincrostanti:
- e sostituire i tubi in plastica troppo vecchi.
Sono piccole precauzioni che bastano a tenere sotto controllo la “vita invisibile” che abita i nostri bagni.
L’Italia e il caso della Sardegna
Nel nostro Paese la doccia è un rito quotidiano: più del 95 % degli italiani dichiara di lavarsi ogni giorno. La frequenza aiuta a ridurre la stagnazione dell’acqua, ma non elimina il problema. Uno studio condotto in Sardegna su strutture ricettive ha rivelato la presenza della Legionella nel 61,3 % degli edifici esaminati e in oltre un terzo dei campioni d’acqua. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, in Italia si registrano più di 400 casi di legionellosi l’anno, spesso collegati a impianti idrici soggetti a nessuna o minima manutenzione.
Il ruolo dei materiali e della temperatura
Non tutte le docce sono uguali. A fare la differenza, nella quantità e nel tipo di batteri che si annidano nella doccia, è anche il materiale del tubo e del soffione. In uno studio condotto per otto mesi, i ricercatori hanno costruito due “simulatori di doccia” e li hanno testati ogni giorno. Il primo aveva un tubo in PVC-P, una plastica flessibile e adattabile, il secondo era in PE-Xc, un materiale più rigido. Alla fine dell’esperimento, entrambi ospitavano un fitto biofilm, ma nel tubo in PVC-P i batteri erano cento volte più numerosi.
Questo perché alcune plastiche nutrono i biofilm più di altre. Il PVC-P tende a rilasciare nel tempo più carbonio nell’acqua, soprattutto quando è nuovo. Quel carbonio diventa cibo per i microrganismi e crea una superficie più ruvida e morbida, ideale per la loro proliferazione.
Per questo gli esperti consigliano di scegliere soffioni metallici, in acciaio inox o ottone cromato, e tubi flessibili più corti, con un rivestimento in PE-X o PTFE, che offrono meno appigli ai batteri.
Anche il tipo di getto incide più di quanto sembri. Le modalità “nebbia”, molto diffuse nei modelli a risparmio idrico, producono quasi cinque volte più aerosol fini rispetto ai soffioni “a pioggia”. La differenza non è banale: gli aerosol più fini restano sospesi più a lungo e aumentano la probabilità di inalare eventuali batteri presenti nell’acqua.
Sul mercato esistono numerosi soffioni antimicrobici, che promettono di eliminare i microbi grazie a filtri o metalli come l’argento, ma gli studi mostrano come la maggior parte di questi prodotti abbia un’efficacia minima.
Una volta che si forma il biofilm o il calcare, l’effetto protettivo si riduce rapidamente. Le uniche soluzioni tecnologiche realmente efficaci sono i filtri in linea, ma sono costosi e richiedono una forte pressione dell’acqua.
Frederik Hammes, microbiologo presso l’Istituto Federale Svizzero di Scienza e Tecnologia dell’Acqua
Una ricerca su larga scala condotta da Sarah-Jane Haig, professoressa di ingegneria ambientale e microbiologia all’Università di Pittsburgh, ha mostrato che i soffioni “antimicrobici” non riducono la quantità complessiva di microbi rispetto ai modelli normali. Modificano solo la composizione delle specie presenti, probabilmente perché l’acqua scorre troppo rapidamente per consentire un’azione disinfettante. Haig sconsiglia anche i soffioni “salutari” che promettono di infondere sostanze nutritive o filtrare il cloro, perché «possono alterare il microbioma in modi indesiderati».
Le abitudini che fanno la differenza
Anche la temperatura dell’acqua influisce sull’esposizione.
L’acqua calda produce la maggiore quantità di aerosol fini e inalabili nei primi 2 minuti circa dall’accensione della doccia. Significa che il momento di maggior rischio coincide proprio con i primi secondi dopo l’apertura del rubinetto.
Non serve però farsi docce fredde. Basta lasciare scorrere l’acqua per 60-90 secondi prima di entrarci, così da permettere al sistema di espellere gran parte dei microbi accumulati. È particolarmente utile dopo una vacanza o un lungo periodo di inutilizzo.
La Legionella prolifera tra i 20 e i 45 °C, ma sopra i 50 °C comincia a morire, e a 60 °C viene eliminata quasi completamente. Chi ha un impianto con serbatoio d’acqua calda dovrebbe mantenerlo intorno ai 60 °C, regolando poi la temperatura con una valvola miscelatrice.
Uno studio condotto da ricercatori cinesi e olandesi ha dimostrato che 45 °C bastano per controllare la crescita microbica in un tubo doccia usato regolarmente.
Una routine per tenerli a bada
La manutenzione regolare è la soluzione più efficace. Far scorrere acqua molto calda, rimuovere il calcare dal soffione o immergerlo nel succo di limone aiuta a ridurre le colonie microbiche. Ma, soprattutto, usare spesso la doccia evita che l’acqua ristagni nei tubi.
Sorprendentemente, un tubo nuovo non è sempre più sicuro. I batteri che crescono nei primi mesi tendono a essere più debolmente ancorati, e quindi si staccano facilmente al primo getto d’acqua. Uno studio sino-olandese ha stimato che, dopo quattro settimane, il 62% dei microbi emessi durante la doccia proviene proprio dal tubo. Questa percentuale cala progressivamente fino a 1,5% dopo 40 settimane, quando il biofilm diventa più stabile e meno soggetto a distaccarsi.
Dopo un anno, i batteri aumentano di nuovo, ma restano più saldamente attaccati, riducendo la quantità rilasciata nell’acqua.
La doccia, in fondo, non è mai sterile. È un piccolo ecosistema che si rinnova continuamente, un compromesso tra igiene e biologia. Pensarla come “sporca” è fuorviante; è semplicemente viva.
L’obiettivo non è eliminare tutto, ma convivere in equilibrio con il mondo invisibile che ci abita addosso.
E forse, quando domattina apriremo l’acqua, sapremo di avere davanti non solo una colonna di vapore, ma anche una comunità microscopica che ci accompagna, discreta e inoffensiva, in uno dei momenti più quotidiani della nostra vita.







