Buddhistcore
Foto: Woohae Cho

Il “Buddhistcore” sudcoreano: tendenza effimera o risveglio spirituale?

A Busan, la seconda città della Corea del Sud, il volto del Buddha sorride tra luci al neon e cuori stilizzati.
Nel padiglione principale dell’International Buddhism Expo, ragazzi e ragazze spingono e ridono per afferrare un portachiavi fluorescente o una maglietta oversize con la scritta “Shut up and meditate”. È il nuovo linguaggio della spiritualità: ironico, tenero, e soprattutto instagrammabile.

Kim Mijin, trentun anni, non è buddhista. Stringe un magnete rosso con inciso “Sentient beings I love you” e lo mostra come un trofeo. «Sono venuta per comprare una maglietta, ma erano finite», ha raccontato, «così almeno ho qualcosa per ricordarlo». Poi ha aggiunto, quasi a giustificarsi: «Posso dire ai miei amici che ero qui».

Nel buddhismo tradizionale, l’attaccamento agli oggetti è una catena da spezzare. Ma qui, tra gadget e selfie, il distacco è solo un’idea, come se la religione, anziché negare il desiderio, lo avesse assorbito.

Questa forma pop di spiritualità ha un nome: Buddhistcore. Un’estetica ibrida, nata per attrarre una generazione che vive con lo smartphone in mano e che considera i templi più come set fotografici che come luoghi di ritiro. È una strategia pensata dai monaci per rendere visibile e “attuale” una tradizione che molti giovani percepiscono come polverosa, confinata tra le montagne o nelle pieghe della memoria familiare.

Il paradosso è solo apparente. La Corea del Sud, patria del K-pop, ha da tempo trasformato la religione in un laboratorio di forme. Se il cristianesimo evangelico produce megachiese degne di uno stadio, il buddhismo risponde con una teatralità diversa, più dolce, ironica e in apparenza leggera.

La fiera di Busan è soltanto una delle molte iniziative che cercano di conciliare il Dharma con la cultura pop.
I monaci organizzano reality show ambientati nei templi, musical ispirati ai BTS, ritiri spirituali con lezioni di surf. Alcuni gruppi religiosi si esibiscono, persino, in concerti che ricordano festival indie. In Giappone, monaci dj suonano nei bar; a Taiwan una band recita sutra in chiave death metal; in Malesia e Indonesia esistono gruppi rock dai nomi ironici come Plan B o True Direction.

Jack Meng-Tat Chia, docente di studi buddhisti all’Università di Singapore, sostiene che queste forme si ispirino alla liturgia pop delle chiese evangeliche occidentali: «Non imitano la fede, imitano la sua energia».

Buddhistcore
Il Tempio Jogyesa a Seoul si prepara per il compleanno del Buddha

Il buddhismo arrivò in Corea nel IV secolo, portato dalla Cina, e divenne religione di Stato sotto diverse dinastie. E anche se oggi è radicato nella geografia del Paese (dalle montagne dello Yunnan al cuore di Seul, dove antichi templi convivono con grattacieli di vetro), il suo peso sociale è in declino. Nel 2015, solo il 15,5% dei sudcoreani si dichiarava buddhista, in calo del 7% rispetto al decennio precedente. A livello globale, secondo il Pew Research Center, i fedeli sono scesi da 343 milioni nel 2010 a 324 milioni nel 2020, con il calo più marcato proprio nell’Estremo Oriente.

«Temiamo di essere relegati nei musei, come parte del patrimonio culturale», ha ammesso Lee Sang-hun, professore e presidente dell’associazione accademica dei buddhisti coreani. È una paura che riecheggia in tutto l’Oriente, e riecheggia nel timore di essere considerati testimoni del passato più che interpreti del presente.

Nella Corea del Sud, la concorrenza è spietata. Il protestantesimo, importato dagli Stati Uniti, è ormai la religione più diffusa, e per molti rappresenta la modernità e il successo sociale. Il buddhismo, invece, evoca l’immobilità e la lentezza, qualità che nella Seul delle start-up suonano quasi sovversive.

Proprio in questa tensione nasce la nuova estetica del Buddhistcore; una risposta visiva a un problema esistenziale.

Il principale promotore di questa rinascita è la Jogye Order, la setta buddhista più importante del Paese. Il venerabile Myo-jang, monaco e portavoce dell’ordine, ha raccontato che negli ultimi anni le iniziative per coinvolgere i giovani si sono moltiplicate. Durante la festa per la nascita del Buddha, ad esempio, i templi sono stati decorati con palloncini metallici e cioccolatini a forma di loto, in un’atmosfera che ricordava i compleanni dei divi del K-pop.

Parliamo ai giovani nella loro lingua.

E sembra funzionare. Le fiere buddhiste di Seul e Busan hanno raddoppiato i visitatori, raggiungendo rispettivamente 200mila e 100mila persone. Nei templi, le nuove presenze sono sempre più giovani.

Buddhistcore
Foto: Woohae Cho

Ma resta il dubbio. Questa religione resa spettacolo, capace di attrarre folle e hashtag, può davvero condurre alla meditazione, o si limita a riprodurre il rumore del mondo con un’altra estetica?

Molti visitatori lo hanno ammesso senza esitazione. «Mi ha incuriosito» — ha detto al NYT Lee Hana, 29 anni, uscendo da uno stand dopo essersi fatta fotografare con una parrucca che imita i riccioli del Buddha — «ma tra qualche giorno non ci penserò più».

Il rischio è che i simboli buddhisti diventino semplici metafore del benessere, strumenti per parlare di equilibrio o burnout, non di illuminazione.

Lee Sang-hun

Nel suo ufficio affacciato su un tempio di Seul, il venerabile Myo-jang lo ha commentato:

Siamo una religione. Sarebbe bello che aumentassero i fedeli, ma molti giovani apprezzano il fatto che non li forziamo. Forse è per questo che tornano.

Nel linguaggio del marketing spirituale, questa flessibilità è una debolezza. Ma nel linguaggio del buddhismo, è un principio.

Forse è proprio in questa ambiguità che il buddhismo coreano trova oggi la sua forma più autentica.
Non come ritorno alla fede, ma come tentativo di restare vivi in un’epoca che trasforma tutto, anche la spiritualità, in estetica.

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