Diane Keaton se n’è andata a 79 anni, lasciando dietro di sé non solo una filmografia sterminata ma anche un modo nuovo di essere donna a Hollywood: ironica, vulnerabile, disarmante e profondamente autentica.
La notizia della sua morte, arrivata sabato da Los Angeles, ha attraversato l’industria del cinema come un’onda di commozione. Attori, registi e fan hanno invaso i social per ricordarla: Bette Midler, sua compagna di set in The First Wives Club, l’ha definita “brillante, bellissima, straordinaria, completamente priva di malizia o competitività, una vera originale”. Ben Stiller l’ha salutata come “icona di stile, umorismo e grazia”. Il regista Paul Feig l’ha ricordata come “una persona gentile e creativa che, per caso, era anche una leggenda”.
Ma Diane Keaton è stata molto più di una star. È stata una rivoluzione sottile, costruita a colpi di ironia, cappelli a tesa larga e fragilità trasformate in potenza.


Dopo gli studi in recitazione, debutta a Broadway e nel 1968 viene scelta per la versione teatrale di Hair. È lì che incontra Woody Allen, l’uomo che segnerà la sua carriera e parte della sua vita privata.
Con Allen forma una delle coppie artistiche più iconiche della storia del cinema. Insieme girano otto film, da Provaci ancora, Sam (1972) a Io e Annie (1977), pellicola che le vale l’Oscar come miglior attrice protagonista. Annie Hall, con i suoi pantaloni larghi, il gilet maschile e la voce esitante, diventa l’archetipo della donna intelligente e insicura, ironica e moderna, che non ha paura di essere imperfetta.


I suoi amori hanno riempito le pagine dei giornali ma mai definito la sua identità. Ha avuto relazioni con Woody Allen, Warren Beatty e Al Pacino, ma non si è mai sposata.
Non mi serviva qualcuno che mi completasse — diceva — mi bastava sentirmi intera da sola.
Negli anni ha adottato due figli, Duke e Dexter, scegliendo la maternità come gesto personale e non come convenzione sociale.

Negli anni successivi alterna commedie romantiche e ruoli drammatici, costruendo una carriera che sfugge a ogni etichetta. È Kay Adams nella saga de Il padrino, moglie silenziosa e inquieta di Michael Corleone, e Louise Bryant in Reds di Warren Beatty, un ruolo che le regala una seconda nomination all’Oscar. Ma Keaton è una presenza costante nell’immaginario americano, capace di unire humour e malinconia, glamour e goffaggine.
Dietro la brillantezza, però, non c’è mai stata un’assenza di ombre. In interviste e autobiografie, Keaton ha parlato apertamente delle sue insicurezze, della dismorfofobia, dei disturbi alimentari e di quella paura costante di non essere “abbastanza”. Una fragilità che, anziché distruggerla, ha dato spessore ai suoi personaggi e l’ha resa più vicina al pubblico.


















