Jane Goodall: una vita in immagini

Jane Goodall ha incarnato un nuovo modo di intendere il legame tra esseri umani e natura. Negli anni Sessanta, a soli ventinove anni, divenne celebre grazie a un reportage di 37 pagine che National Geographic le dedicò sul lavoro svolto in Tanzania, nella riserva del Gombe Stream. Era il 1963, e attraverso il suo sguardo, arricchito dagli scatti del futuro marito Hugo van Lawick, il mondo scoprì che gli scimpanzé non erano affatto creature primitive. Erano individui complessi, capaci di costruire e utilizzare strumenti, di cacciare e nutrirsi di carne, di celebrare misteriose “danze della pioggia” e perfino di organizzarsi in forme embrionali di guerra.

L’impatto fu epocale. Louis Leakey, suo mentore, disse allora: “Dobbiamo ridefinire cosa sia un utensile, ridefinire cosa sia l’uomo, o accettare gli scimpanzé come umani”. Stephen Jay Gould definì il suo lavoro “una delle più grandi conquiste scientifiche del mondo occidentale”. Goodall aveva dimostrato che i confini tra noi e loro erano molto più sottili di quanto si fosse mai creduto.

Jane Goodall
Foto: Jean-Marc Bouju

Il suo talento non stava soltanto nelle scoperte, ma nella capacità di raccontarle. Rifiutando il linguaggio distaccato della scienza, scelse di dare nomi e personalità ai suoi scimpanzé: Flo, la matriarca; Fifi, la figlia; e soprattutto David Greybeard, il maschio che osservò per primo utilizzare un bastoncino per estrarre termiti dal terreno. Non numeri, ma storie; non statistiche, ma emozioni. Questa scelta trasformò le sue osservazioni in un racconto vivo, capace di catturare l’immaginario collettivo. Nel 1965 la CBS le dedicò un documentario in prima serata, aprendo la strada a una lunga serie di speciali che la consacrarono come una delle scienziate più note del Novecento e un modello per nuove generazioni di ricercatrici, da Dian Fossey a Biruté Galdikas, che seguirono il suo esempio nello studio dei primati.

La sua vita privata si intrecciò spesso con la ricerca. Nel 1964 sposò il fotografo Lawick, compagno di lavoro in Tanzania, con il quale ebbe un figlio, Hugo Eric Louis, soprannominato affettuosamente Grub. Raccontava di aver imparato molto dalle madri scimpanzé su come crescere suo figlio, anche se nei periodi trascorsi nella foresta non esitava a proteggerlo in una gabbia, temendo che potesse essere aggredito dagli animali. Dopo il divorzio, trovò un nuovo equilibrio accanto a Derek Bryceson, direttore dei parchi nazionali della Tanzania, che sposò pochi anni dopo.

Negli anni Settanta iniziò a lasciare sempre più spazio all’impegno pubblico: denunciò la cattura degli scimpanzé per zoo e laboratori, fondò nel 1977 il Jane Goodall Institute, oggi attivo in 35 Paesi, e nel 1991 lanciò il programma educativo Roots & Shoots, che ancora oggi coinvolge giovani in 120 nazioni. Dal 1978 il Gombe Reserve divenne parco nazionale, e nel 2002 l’ONU la nominò Messaggera di Pace.

La sua fama rimase intatta anche fuori dal mondo accademico. È stata celebrata con una bambola Barbie Inspiring Women, con una scultura a Melbourne dedicata a David Greybeard, con onorificenze come la Dame of the British Empire conferitale da Elisabetta II nel 2003, il Templeton Prize nel 2021 e la Presidential Medal of Freedom consegnata da Joe Biden nel 2025. Scrisse 32 libri, tra cui In the Shadow of Man (1971) e The Book of Hope (2021), dove parlava con lucidità e ottimismo del futuro dell’umanità.

Fino all’ultimo continuò a viaggiare, a riempire teatri e a parlare di ambiente, sempre con la stessa energia gentile e contagiosa. Lo faceva portando con sé Mr. H, il pupazzo scimpanzé che le era stato regalato e che negli anni era diventato un compagno inseparabile.

Jane Goodall
Foto: CBS
Jane Goodall
Foto: Valerie Plesch
Jane Goodall
Foto: Michael Neugebauer

Da quando le ragazze hanno cominciato a leggere della mia vita e del mio lavoro con gli scimpanzé – disse una volta – tante di loro mi hanno raccontato di essere diventate biologhe o conservazioniste proprio per merito mio. Spero davvero che questo continui a creare curiosità e amore per la natura.

Con lei scompare una delle ultime grandi voci del Novecento, ma resta un corpus di libri, immagini e filmati che continuano a parlare a generazioni nuove. Ogni volta che vediamo uno scimpanzé usare un bastoncino come utensile, non vediamo solo un animale, ma il mondo che Goodall ci ha insegnato a raccontare.

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