A Staryi Saltiv, nel nord-est dell’Ucraina, quasi tutto porta i segni della guerra. La scuola del distretto è stata distrutta due volte. I missili russi la cancellarono all’inizio del 2022. La comunità raccolse fondi, la ricostruì più grande e più accessibile, con anche spazi per gli alunni con disabilità. Pochi giorni dopo l’inaugurazione di maggio, cinque droni Shahed la trasformarono di nuovo in un guscio bruciato. Sulla facciata divelta ora pende un telone con tre parole, semplici e ostinate: Andremo avanti comunque.
E avanti vanno davvero, non verso l’alto, ma verso il basso. A tre piani sotto terra, in un bunker di cemento armato, Staryi Saltiv sta scavando la sua nuova scuola. È un gesto di ostinazione collettiva, condiviso da molte città dell’est del Paese. A Kharkiv, la capitale regionale, sette scuole sotterranee sono già in funzione e altre sono in costruzione. L’enorme sforzo economico e umano rivela la consapevolezza amara che quelle aule senza finestre non sono un ripiego temporaneo, ma la forma di normalità che l’Ucraina dovrà abitare ancora a lungo.
Visitare questi luoghi produce uno straniamento difficile da rendere. In superficie, cortili e giochi per bambini sono deserti. Solo scendendo due o tre rampe di scale si riaccende il suono dell’infanzia con risate, richiami e confusione. Da quando è iniziata l’invasione su larga scala, la maggior parte degli studenti ha conosciuto la scuola attraverso uno schermo, tra blackout e sirene che interrompono le lezioni. Per molti adolescenti immaginare un domani è diventato complicato.
Il danno non è solo didattico. È identitario. In meno di quattro anni, migliaia di scuole sono state colpite. Nelle regioni occupate, le chiese e i municipi sono stati ridotti a macerie insieme a quei luoghi dove una comunità si riconosce. L’impressione è che la gioventù ucraina sia bersaglio di una strategia di svuotamento.
"Ho rapito un bambino da Mariupol". La Commissaria russa per i diritti dell'infanzia Maria Lvova-Belova, destinataria di un ordine di cattura internazionale spiccato dalla Corte Penale Internazionale ha ammesso un un’intervista di aver prelevato con la forza un bambino ucraino da… pic.twitter.com/tJh2UGaOEw
— Marco Setaccioli (@marsetac) October 21, 2025
Per resistere, l’Ucraina scava. Sotto le città bombardate, costruisce nuove scuole che somigliano a navi sommerse. A Kharkiv, nella Scuola 105, ogni centimetro ha una funzione, dagli scaffali alle lavagne, perché qui lo spazio è un lusso e l’aria è un bene da amministrare. Non c’è una mensa, i bambini mangiano ai banchi, tra un esercizio e l’altro. Murales colorati fingono finestre, e la luce dei neon imita quella del sole.
L’allegria non cancella gli anni di silenzio e di didattica a distanza, ma li rende sopportabili. Poco più a est, dove la guerra è più vicina, tutto questo è impossibile perché la corrente salta, le connessioni cedono, i cantieri diventano bersagli. Là, anche sognare una scuola è un atto di coraggio.
Le ferite emotive si vedono meno e pesano di più. “Alcuni bambini non credono più che esista un futuro” raccontano le dirigenti scolastiche. Per anni la priorità delle donazioni è stata l’esercito. Oggi in molte comunità si ammette apertamente che la resistenza passa anche attraverso l’infanzia. A Kharkiv, psicologhe e volontari hanno messo in strada una “scuola mobile della resilienza”: un furgone carico di libri, tutoraggi, laboratori e spettacoli di burattini per ricucire i legami dove la guerra li ha strappati. Nelle biblioteche delle zone occupate i volumi in ucraino sono stati rimossi. Portare storie e lingua è diventato un atto di igiene civile.
La ricostruzione non avviene soltanto nei muri delle scuole, ma nel tessuto invisibile di una cultura che vuole sopravvivere. In molte città ucraine, le cerimonie di apertura dell’anno scolastico sono diventate piccoli manifesti identitari con sindaci, insegnanti e studenti recitano poesie, cantano inni, riaffermano l’importanza della lingua nazionale e della memoria condivisa. È un modo per dire che l’istruzione non è solo trasmissione di conoscenze, ma un atto di appartenenza.
Tra le realtà che incarnano questa resistenza morale c’è Plast, lo storico movimento scout fondato nel 1911 e bandito prima dai nazisti, poi dai sovietici. Oggi è tornato ad essere un presidio di comunità con campeggi, attività di volontariato, riti religiosi e civili che insegnano ai ragazzi a sentirsi parte di una tradizione più grande di loro. Anche il gesto di portare ogni Natale una “fiamma della pace” fino alla linea del fronte ha un significato che va oltre la fede perché è una promessa ai soldati, la certezza che, dietro la guerra, esiste ancora un Paese disposto ad aspettarli.
Accanto a questa rete di educazione civica e simbolica, ne esiste un’altra, più ambigua e spigolosa. In diverse città sono nati movimenti giovanili legati alle brigate di volontari, dove le cerimonie sfumano nell’addestramento militare. Per alcuni è un antidoto contro l’apatia, per altri un segnale inquietante di come la guerra rischi di penetrare nel linguaggio della formazione civile. Questa tensione attraversa tutta l’Ucraina contemporanea, come una linea sottile tra educazione e sopravvivenza.
Dall’altra parte del fronte la trasformazione è più radicale. Nelle aree occupate, dal 2014, le scuole sono state riprogettate per sostituire l’ucraino con una versione rigida del nazionalismo russo, con visite di militari e sacerdoti, corsi obbligatori su droni e armi già dalle medie, e “licei cadetti” che iniziano l’addestramento in età prescolare. Molti ragazzi riescono a fuggire con l’aiuto dei genitori. Arrivati nelle zone controllate da Kyiv, l’euforia lascia spazio alla fatica di ricomporre lingua e identità, fare i conti con l’assenza dei familiari rimasti a est, e cercare un posto in una città che non è ancora casa.
In un Paese stremato, le domande politiche non scompaiono. I giovani che non hanno vissuto le piazze del 2014 hanno passato gli ultimi tre anni e mezzo sotto legge marziale. Non hanno potuto esercitare una cittadinanza compiuta. Hanno però dimostrato di riconoscere i confini della democrazia quando questi vengono messi a rischio. In estate, ad esempio, migliaia di ragazzi hanno manifestato contro un provvedimento che riduceva l’indipendenza degli organismi anticorruzione. Hanno vinto. È stato un battesimo pubblico, un segnale che la partecipazione resiste anche quando le agende sono travolte dall’emergenza.
Resta la matematica più spietata: la demografia. La Russia dispone di un bacino più ampio e non esita a sacrificarlo. L’Ucraina deve conservare e formare ogni generazione, senza cederla al cinismo. Da qui l’urgenza di scuole che siano più di un esercizio di sopravvivenza. Sotto i neon calibrati per imitare la luce del giorno, i corridoi sotterranei diventano piazze. Si canta, si recita, si studia, si pranza. Non è normalità, è un ponte. Ma da quei ponti passano idee, amicizie e un lessico comune.
A Savyntsi, piccolo centro agricolo, la giunta locale ha rinviato la ricostruzione in superficie per concentrare tutte le risorse su un grande istituto sotterraneo che accoglierà centinaia di studenti da diciotto villaggi. Nel frattempo gli insegnanti si spostano tra rifugi e cantine per tenere le lezioni. È un lavoro lento e testardo. Chi lo fa sa che non basta riportare i bambini in classe, ma occorre restituire loro una narrazione credibile del futuro.
Quando si chiede agli adolescenti di immaginare il dopo, le risposte oscillano tra responsabilità e stanchezza. Alcuni organizzano eventi culturali in quartieri bombardati, altri sognano di diventare architetti per ricostruire case e scuole. Molti confessano di vivere alla giornata, perché il pensiero del domani pesa come un’altra sirena. La fine della guerra, se e quando arriverà, non restituirà automaticamente un Paese integro. Ci saranno veterani da assistere, famiglie spezzate, sfollati da reinserire, un’economia da rimettere in piedi. E forse il mondo, stremato dall’attenzione, offrirà meno aiuto di oggi.
Intanto, nel ventre della città, una porta pesante si apre e un corridoio senza finestre si riempie di voci. Lì, dove i murales fingono il cielo e i pannelli led imitano il sole, la scuola ucraina sta tentando qualcosa di semplice e gigantesco: proteggere l’infanzia senza rinunciare all’educazione civica, tenere insieme grammatica e comunità, trasformare un rifugio in un luogo di cittadinanza. Non è solo difesa. È la forma più profonda di ricostruzione possibile mentre la guerra è ancora in corso.






