Día de los Muertos messico

Come celebrano il Día de los Muertos in Messico

Ogni 1° e 2 novembre, il Messico si trasforma in un immenso altare.
Nei cimiteri si accendono candele, si puliscono le tombe, si depongono fiori di cempasúchil (i fiori del sole) per guidare le anime dei defunti nel loro ritorno annuale al mondo dei vivi. È il Día de los Muertos, una celebrazione che unisce credenze preispaniche e cristiane.

Le ofrendas, gli altari domestici, vengono allestite nelle case e negli spazi pubblici con candele, fotografie, dolci e pan de muerto, insieme a frutta, tequila e incenso. Ogni elemento è un linguaggio del ricordo, un modo per accogliere gli spiriti con i profumi e i sapori che amavano in vita.

Ma il Día de los Muertos di oggi non è più soltanto un rito intimo e spirituale. Negli ultimi anni la festa è diventata anche un fenomeno globale, un’icona esportata e reinterpretata dal turismo e dalla cultura pop.

Da rituale ancestrale a spettacolo urbano

In passato, il Día de los Muertos era un momento intimo in cui le famiglie si recavano al cimitero, pulivano le tombe e cenavano accanto ai propri cari, convinte che le anime si unissero al banchetto.
Oggi, al contrario, il volto pubblico della festa si concentra sempre di più a Città del Messico, dove la tradizione è diventata un evento spettacolare, con parate monumentali e folle di turisti.
Paradossalmente, la sua versione moderna nasce nel 2015 con la scena iniziale del film Spectre, della saga di James Bond, che mostrava un corteo immaginario di scheletri danzanti per le strade della capitale. L’impatto fu tale che la città decise di renderlo reale, istituendo una sfilata ufficiale che oggi si ripete ogni anno, ampliata fino a tre weekend consecutivi.

Quest’anno, il tema dominante è la lotta libera e il drag, simboli di una cultura pop che mescola maschere, ironia e identità queer. Ma tra le piume e le maschere, alcuni si chiedono se l’essenza della festa non si stia perdendo. Il Día de los Muertos, un tempo silenzioso e comunitario, rischia di trasformarsi in una vetrina turistica, dove persino la morte si veste di marketing.

Quando la tradizione diventa design

Le multinazionali hanno colto il potenziale economico della festa, invadendo negozi e campagne pubblicitarie con teschi stilizzati, make-up tematici e merchandising “da oltretomba”. Mentre sui social, una nuova estetica sta conquistando la festa: le ofrendas minimaliste: Niente cempasúchil, niente carta picada dai colori vivaci, niente frutta o dolci in abbondanza. Solo lino beige, candele bianche e fiori secchi.
Un clean look ispirato all’idea di “buon gusto”, che trasforma l’altare in un oggetto di design.

L’antropologa Mariana Castillo, autrice del libro Día de Muertos: recetas y tradiciones, sottolinea che questa estetica, apparentemente innocua, comporta un rischio:

Le ofrendas sono un linguaggio del paesaggio e della memoria. Ogni colore, aroma o fiore ha una radice nella terra e nella stagione. Togliere il colore significa recidere il legame tra l’altare, la comunità e il territorio.

Castillo non condanna il cambiamento in sé, ma invita a riflettere su che cosa si perde nel processo. Il colore non è solo un ornamento, ma è il codice stesso, il simbolo di questa celebrazione.

Immagine di una ofrenda beige. Foto: @caralarga_mx
Immagine di una ofrenda beige. Foto: @caralarga_mx

Contro quest’estetica neutra e globalizzata si è sviluppato il contromovimento del Meximalismo.
Il termine, fusione tra México e maximalismo, è diventato un manifesto visivo e culturale. Nato in parte nella diaspora messicana, come nel progetto Meximalismo Official fondato dalla stylist Dixy Rodríguez a Toronto, questo movimento rivendica l’eccesso, il caos e il kitsch come elementi autentici dell’identità nazionale.

Il colore è una forma di resistenza”, spiega Valeria Angola, cofondatrice del collettivo Afrochingonas. “Il sistema capitalista tende a omologare: racconta una sola storia, quella del Nord globale, e cancella le differenze. In Messico, l’eccesso è memoria, è territorio, è corpo.”

Il meximalismo risponde quindi al minimalismo beige come atto politico e poetico. Nei colori saturi, nei ricami, nei simboli popolari che mescolano sacro e profano — una maglietta del Cruz Azul sotto un rebozo e una corona con la Virgen de Guadalupe — sopravvive una visione del mondo che rifiuta la standardizzazione globale.

Un paese, mille riti

Ma in ogni caso dietro le mode, resta la verità di un Messico plurale, in cui il Día de los Muertos assume forme diverse a seconda del territorio. A Pomuch, nello stato di Campeche, le famiglie dissotterrano le ossa dei defunti per pulirle con cura e deporle in cassette decorate. A Miahuatlán, in Oaxaca, si creano tappeti monumentali di fiori lunghi fino a dodici metri. A Guaquechula, in Puebla, gli altari si alzano come torri bianche e azzurre, adornate da figure di angeli.
Ogni gesto, ogni fiore, ogni pane rituale — dal pan de muerto ai dolci di anice e cannella — racconta una cosmologia, un modo di intendere il rapporto tra la vita e la morte che non ha equivalenti altrove.

È un campo di tensione tra memoria e marketing, tra tradizione e industria culturale. Eppure, nel suo cuore più autentico, sopravvive l’idea che la morte non sia fine ma un ponte che collega le generazioni.

Un altare senza colore va contro natura”, per usare le parole della Castillo. E forse è proprio qui che il Día de los Muertos ritrova il suo senso più profondo: resistere alla semplificazione, ricordare che la vita — come il Messico — non è mai beige.

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