Quando le fiamme hanno divorato i palazzi del potere a Kathmandu, l’odore di bruciato è rimasto sospeso nell’aria per giorni. Non era solo il fumo di legno e carta, ma la cenere della memoria istituzionale di un intero Paese.
Il Singha Durbar, il “Palazzo del Leone”, un tempo sede elegante di ministeri e uffici governativi, è oggi un cumulo annerito di macerie. In poche ore, il cuore amministrativo del Nepal è stato devastato da un’ondata di incendi dolosi che ha trasformato scrivanie in carboni, archivi in cenere e automobili in carcasse fuse.
Non sappiamo nulla, è tutto un caos – ha ammesso un funzionario del Ministero dell’Energia, mentre spiegava che l’intero dipartimento legale era stato cancellato dal fuoco.

Tutto è iniziato con studenti scesi in piazza contro la corruzione e le disuguaglianze sociali. Ma la protesta pacifica è degenerata rapidamente in assalto: più di 70 morti in due giorni, centinaia di edifici distrutti in tutto il Paese e oltre 300 municipi devastati. A Pokhara, la “porta dell’Himalaya”, quasi tutte le strutture governative sono state bruciate.
Il nuovo governo provvisorio guidato da Sushila Karki, prima donna premier del Nepal, si trova oggi senza sedi, senza archivi, senza strumenti. “Siamo in uno stato zero”, ha dichiarato con amarezza, posando per le foto con i pochi ministri insediati davanti alle rovine fumanti.


Paradossalmente, l’unico ufficio risparmiato dalle fiamme è stato quello dei passaporti. Nei giorni successivi, migliaia di cittadini hanno fatto la fila per ottenere i documenti necessari a partire. Negli ultimi giorni, più di duemila nepalesi al giorno hanno lasciato il Paese in cerca di lavoro; questa crisi non ha fatto che accelerare il desiderio di fuga.
Intanto, mentre il governo promette appena 7mila dollari di risarcimento alle famiglie dei manifestanti uccisi, nessuno sa cosa accadrà a chi ha perso la casa, il lavoro o i propri beni.













