Kathmandu è soffocata dal fumo. Le vie del centro, solitamente caotiche di clacson e mercati, oggi somigliano a un campo di battaglia: barricate improvvisate, auto in fiamme, vetrine sfondate e soldati che pattugliano viali quasi deserti. Lo scorso martedì la rabbia dei giovani nepalesi è esplosa con una furia senza precedenti, trasformando la capitale in un simbolo di rivolta generazionale.
Il Parlamento, la Corte Suprema, le sedi dei principali partiti e lo storico complesso neoclassico del Singha Durbar, assurto a centro del potere, sono stati divorati dalle fiamme. Le abitazioni di cinque ex primi ministri sono state assaltate e incendiate. Tra le vittime, Ravi Laxmi Chitrakar, moglie dell’ex primo ministro Jhala Nath Khanal, è rimasta gravemente ustionata. Neppure la casa dell’ex premier K.P. Sharma Oli, 73 anni, è stata risparmiata dall’assalto. Ironia della sorte, poche ore prima Oli si era dimesso, all’indomani delle cariche della polizia che avevano lasciato a terra almeno 22 giovani manifestanti. Una scelta che avrebbe dovuto placare la tensione ma che, al contrario, ha dato nuova linfa alla furia delle piazze.
La scintilla che ha fatto esplodere l’incendio politico è stata il divieto governativo imposto alle principali piattaforme social, da WhatsApp a Instagram. Una misura percepita non solo come censura, ma come un tentativo di isolare milioni di nepalesi che vivono e lavorano all’estero, e usano quei canali per restare in contatto con le famiglie o cercare opportunità di lavoro. E così la rabbia accumulata negli anni è esplosa in poche ore. Nei giorni precedenti, hashtag come #nepobabies e #nepokids avevano già denunciato i privilegi scandalosi dei figli dell’élite politica, diventati il simbolo di un Paese diviso in due.

La capitale ha vissuto ore di caos assoluto. Video diffusi online mostravano ministri evacuati in elicottero dal Singha Durbar, mentre civili armati di fucili d’assalto e granate improvvisate si mescolavano alla folla. Due aeroporti sono stati danneggiati e diversi hotel internazionali devastati. L’aeroporto internazionale di Kathmandu è stato chiuso, con i voli dirottati verso Paesi vicini. Le autorità hanno imposto un coprifuoco, ma non è servito a frenare la marea di giovani che avanzava per le vie della città.
Nel vuoto lasciato dalla fuga dei leader politici, è stato l’esercito a emergere come unico potere rimasto in piedi. Nella notte di martedì, il generale Ashok Raj Sigdel è apparso in un video chiedendo calma e annunciando l’intervento delle truppe. I soldati hanno preso possesso delle strade principali, ma nonostante l’immagine intimidatoria, i generali hanno scelto la via del dialogo. Nei primi colloqui, i ragazzi hanno messo sul tavolo la richiesta di affidare la guida di un governo ad interim a Sushila Karki, ex giudice capo della Corte Suprema. Una soluzione che richiama da vicino lo scenario visto in Bangladesh nel 2024, quando l’inedita alleanza tra studenti e militari portò alla formazione di un governo provvisorio guidato dal Nobel Muhammad Yunus.
La fiducia nei militari, in Nepal, ha radici profonde. Secondo un sondaggio dell’Asia Foundation, oltre il 90% dei cittadini considera l’esercito l’istituzione più credibile del Paese. Una reputazione conquistata nei secoli, a partire dalle leggendarie brigate Gurkha arruolate dall’Impero britannico, fino all’attuale ruolo nei contingenti di peacekeeping delle Nazioni Unite. Oggi, però, per la prima volta nella storia moderna del Nepal, l’esercito si trova al vertice del potere politico, in un ruolo che non aveva mai rivendicato e che rischia di trasformarne la natura.
Intanto, il sindaco di Kathmandu, Balendra Shah, 35 anni, rapper e figura popolare tra i giovani, ha cercato di frenare la furia della piazza. “Cari Gen Z, il vostro assassino si è dimesso. Ora fermatevi!”, ha scritto in un post, invitando i manifestanti a non distruggere ulteriormente la città. Ma la fiducia nei leader politici resta bassissima. La presidente del Paese è rimasta silente, mentre gran parte della vecchia guardia si è dileguata o dimessa.

Il paradosso del Nepal è evidente. Negli ultimi trent’anni ha ridotto in modo impressionante la povertà estrema, passata dal 55% del 1995 a meno dell’1% attuale. Ma questa conquista non si è tradotta in prospettive per i giovani, che continuano a emigrare in massa. La disoccupazione ufficiale, al 12,6% nel 2024, fotografa solo parzialmente una crisi occupazionale che colpisce soprattutto le nuove generazioni, mentre gli scandali di corruzione minano ogni fiducia nello Stato.
Il Nepal, che nel 2008 aveva voltato pagina con l’abolizione della monarchia dopo 239 anni di regno, si trova di nuovo davanti a un bivio cruciale. L’incertezza è totale. Il generale Ashok Raj Sigdel, uomo descritto come privo di carisma e capacità comunicative, è improvvisamente diventato la figura più potente del Paese. Su di lui grava una scelta che peserà sulla storia: accompagnare l’esercito verso una transizione pacifica o trascinare la nazione in una nuova stagione di autoritarismo.
Il fumo che ancora aleggia sulla valle di Kathmandu non è soltanto quello degli edifici governativi bruciati e delle strade devastate. È il segno tangibile di un Paese sospeso, intrappolato tra le cicatrici del passato e la possibilità di un futuro diverso. A reclamare quel futuro è una generazione che non ha più intenzione di attendere, che non accetta più compromessi e che ha deciso di alzare la voce, anche a costo di incendiare le fondamenta del potere.







