“Con la cultura non si mangia”. Quante volte lo abbiamo sentito ripetere. Dal 2010, quando Giulio Tremonti la usò per giustificare i tagli del governo Berlusconi, questa frase è diventata il paradigma implicito delle politiche pubbliche italiane. Da allora, governi di ogni colore hanno continuato a trattare arte e cultura come settori secondari, da finanziare solo se capaci di “rendere”: biglietti venduti, turisti attratti, percentuali di PIL.
Questa è una visione profondamente miope e arida. In primo luogo perché lo dicono i numeri. Secondo il rapporto Io sono cultura della fondazione Symbola, redatto insieme a Unioncamere, nel 2024 le industrie culturali e creative in Italia hanno generato oltre 100 miliardi di valore aggiunto, con più di 1,5 milioni di occupati. A livello globale, l’UNESCO calcola che il settore pesi per il 3,1% del PIL e dia lavoro al 6,2% della popolazione. Altro che lusso! La cultura è già un motore economico. E tuttavia, nel dibattito politico italiano, resta un capitolo di spesa da tagliare alla prima occasione.
Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso. La Francia investe ogni anno circa l’1% del bilancio statale nella cultura; la Germania ha recentemente aumentato i fondi federali per sostenere teatri, musei e biblioteche, trattandoli come infrastrutture strategiche al pari di ferrovie e scuole. Invece l’Italia, che pure custodisce il più vasto patrimonio culturale del mondo, destina alla cultura meno dello 0,3% del bilancio nazionale. Altrove la cultura è vista come un diritto e un investimento collettivo, qui come una spesa opzionale.
Ed è proprio questo il tema. Fin a quando vedremo la cultura come un’industria, un’entità produttiva i cui investimenti e risultati vanno calcolati solo su quanto giro d’affari produce, resteremo intrappolati in una visione sterile e senza via d’uscita. La cultura non è un prodotto di consumo. E sono gli stessi economisti a dircelo.
Nell’ultimo discussion paper di Mariana Mazzucato, direttrice dell’Istituto for Innovation and Public Purpose (IIPP) dell’University College di Londra (The Public Value of Arts and Culture: Investing in Arts and Culture to Reimagine Economic Growth in the 21st Century) si ribadisce una verità che la politica italiana sembra incapace di cogliere: arte e cultura non sono accessori, ma strumenti essenziali per re-immaginare la società e costruire scenari alternativi a quelli attuali. In tempi di crisi multiple – ambientali, economiche, sociali – il loro ruolo diventa vitale. Ed è proprio in questi momenti che i governi hanno la responsabilità di orientare l’economia non solo con incentivi e tagli di bilancio, ma anche con investimenti capaci di generare visione, coesione e futuro.
Per la Mazzucato la domanda non è se lo Stato debba intervenire in cultura, ma come e con quale obiettivo. L’arte e la cultura devono essere strumenti di trasformazione economica e sociale, non voci marginali di spesa.
Su questo punto trova un alleato in Justin O’Connor, professore di economia culturale all’Università dell’Australia del Sud, che nel suo libro Culture is not an industry denuncia i rischi di considerare la cultura solo come un’industria redditizia. Trasformarla in un indicatore di PIL, sostiene, significa svuotarla della sua forza politica, ridurla a merce di consumo e, di fatto, marginalizzare il ruolo cruciale delle istituzioni culturali come infrastrutture collettive.
A questa visione si aggiunge Pierluigi Sacco, economista dell’Università di Chieti-Pescara e direttore del Culture Welfare Center di Torino, che insiste sul valore della “cultura terapeutica”, ovvero un insieme di pratiche e spazi capaci di incidere direttamente sul benessere fisico e mentale delle comunità. Insomma, il consenso tra gli studiosi è ormai evidente. La cultura non può più essere trattata come un lusso o una rendita occasionale. È un bene pubblico, una leva di trasformazione sociale, una necessità per la salute democratica ed economica di un Paese. Che la politica italiana continui a ignorarlo, rifugiandosi nella logica del “quanto rende”, è la prova di un ritardo culturale che ha poco a che fare con i soldi e molto con la miopia.

Per reggere il peso enorme della gestione del patrimonio, lo Stato si rifugia nella scorciatoia del partenariato con i privati.
Così assistiamo a fondazioni come il FAI che salvano abbazie destinate al degrado, o a istituzioni come la Fondazione Prada che sperimentano linguaggi espositivi che i musei pubblici, schiacciati dall’ossessione degli incassi, non osano nemmeno immaginare. Nulla di nuovo. Si tratta dello stesso meccanismo che tra fine Ottocento e inizio Novecento portò i robber barons americani – Carnegie, Mellon, Frick, Walters – ad aprire le loro collezioni private trasformandole in musei, oggi diventati centrali nella scena culturale globale.
Che il mecenatismo privato intervenga non è di per sé un male; meglio una fondazione che un crollo (anche Marshall McLuhan nel celebre saggio La cultura come business. Il mezzo è il messaggio. sosteneva come la dialettica Stato vs privato non è solo questione di soldi, ma anche di libertà del mezzo, di libertà di creare forme culturali che non rimangano vincolate ai parametri di mercato). Ma che il futuro del nostro patrimonio venga affidato alla filantropia è il segno di un fallimento politico. Significa che la Repubblica, pur seduta sopra la più grande concentrazione di beni culturali del Pianeta, rinuncia a trattarli come infrastruttura pubblica, trasformandoli in terreno di branding per banche, fondazioni e multinazionali.
E finché i governi italiani continueranno a ignorare tutto ciò, rimarrà il paradosso di un Paese seduto su un tesoro che non vuole usare, pronto a piangere per ogni monumento crollato e per ogni teatro chiuso, ma incapace di considerare la cultura un bene comune e non un costo da tagliare.







