proteste georgia
Foto: Irakli Gedenidze

Lezioni dalla Georgia: il coraggio di una democrazia fragile

Cucina, letteratura e politica a volte si intrecciano in modi inattesi. In Georgia, questo filo prende la forma di un khinkali, il grande raviolo ripieno di brodo e carne che da secoli accompagna feste e tavole popolari. Fu proprio da quel sapore che nacque, oltre vent’anni fa, la passione della scrittrice Lauren Grodstein per la cultura georgiana. Una passione coltivata nei ristoranti etnici di New York e Philadelphia e che, nel marzo 2023, l’ha portata finalmente a Tbilisi, nel pieno di una fase cruciale della storia politica del Paese.

Quello che doveva essere un viaggio gastronomico si è trasformato presto in un’esperienza civile: la capitale era attraversata da proteste di massa contro una legge sugli “agenti stranieri”, modellata sulla normativa russa. e pensata per colpire le organizzazioni con finanziamenti esteri. Per i manifestanti, quella legge rappresentava non solo un freno alle libertà democratiche, ma anche un pericoloso passo verso un rinnovato abbraccio con Mosca.

Rustaveli Avenue, la via principale di Tbilisi, si era trasformata in una galleria a cielo aperto di slogan e graffiti: “Liberty is the only wealth”, “Revolution is the only solution”. Nei negozi erano comparsi cartelli inequivocabili:

Entrate solo se riconoscete Putin come criminale di guerra e difendete la sovranità delle nazioni pacifiche.

La protesta era diventata un gesto identitario, un modo per affermare chi si era e da che parte si stava. Alcuni ragazzi sono arrivati persino a ballare davanti ai cordoni della polizia, trasformando il dissenso in spettacolo, e la paura in ironia.

Per la scrittrice è stata una rivelazione. Cresciuta in una democrazia bicentenaria, si era abituata a pensare che le istituzioni potessero reggere da sole, senza bisogno di continua difesa. In Georgia, invece, ha scoperto che la libertà non è mai gratuita. La democrazia non è un’eredità garantita per sempre, ma un impegno da rinnovare giorno dopo giorno, una vigilanza che non conosce pause; “L’eterna vigilanza è il prezzo per la libertà“, scriveva il politico irlandese John Philpot Curran nel 1790.

La mobilitazione popolare a Tbilisi nell’ottobre del 2024

Per capire la forza di quelle proteste bisogna tornare indietro nella storia della Georgia, una terra incastonata tra il Mar Nero e le montagne del Caucaso, da sempre stretta nella morsa degli imperi. Annessa alla Russia nel 1801, soffocata nel sangue durante l’insurrezione del 1924 e travolta dalle purghe staliniane del 1937-38, la Georgia ha conosciuto più volte il volto brutale della dominazione. Nel 1989, davanti al Parlamento di Tbilisi, le truppe sovietiche massacrarono decine di manifestanti pacifici, una ferita che aprì la strada all’indipendenza, proclamata due anni dopo.

Ma l’indipendenza non ha significato libertà piena. Nel 2008 la Russia è tornata a invadere il Paese, arrivando a pochi chilometri dalla capitale. Ancora oggi il 20% del territorio georgiano, comprese l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, rimane sotto occupazione russa. Per molti cittadini, la lotta per l’autodeterminazione è una ferita aperta. Tant’è che per visitare un parente in Ossezia occorre passare da Mosca, chiedere un visto, e attraversare la propria terra come stranieri.

Nell’ottobre del 2024 la Grodstein è tornata a Tbilisi. L’atmosfera era tesa, dato che con le elezioni parlamentari alle porte, molti temevano che il partito di governo Georgian Dream, vicino a Mosca, avrebbe manipolato il voto. Il sogno europeo, inciso nella Costituzione del 1995 come obiettivo strategico, sembrava scivolare sempre più lontano. I risultati hanno confermato i timori: il partito, accusato di deriva autoritaria filo-russa, ha ottenuto il 53,93% dei voti contro il 37,79% dell’opposizione.

Eppure, per i georgiani la protesta non è mai solo politica. È un modo di vivere, un atto identitario. In un Paese dove nessuno si illude che i diritti siano garantiti per sempre, scendere in piazza significa ribadire chi si è. Perfino un graffito che unisce la bandiera nazionale a quella europea diventa una dichiarazione di fede civile, una sorta di preghiera laica dipinta sui muri della città.

Da quell’esperienza è nato un romanzo, A dog in Georgia che racconta la storia di quelle proteste. La protagonista è una donna americana che parte per Tbilisi con l’intenzione di salvare un cane randagio. Una missione personale che presto la trascina dentro il cuore delle proteste georgiane contro le leggi ispirate a Mosca e le minacce alla democrazia del Paese.

a dog in georgia

Attraverso la sua storia, il libro intreccia vicende intime e politiche: l’incontro con i giovani georgiani, la scoperta di una capitale vibrante ma attraversata dalla tensione, e la consapevolezza che la libertà non è mai scontata. La figura del cane diventa simbolo di fedeltà, resistenza e ricerca di un senso in un contesto fragile e pericoloso.

La Georgia, con la sua storia tormentata e la sua resistenza quotidiana, ci ha consegnato una lezione universale: i popoli non protestano soltanto per cambiare il futuro, ma anche per ricordare a se stessi chi sono.

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