A metà maggio, a tremila metri di quota, un versante delle Alpi svizzere ha ceduto all’improvviso, travolgendo il ghiacciaio del Birch. Più in basso, nella valle del Lötschen, sorgeva Blatten, un villaggio da cartolina, con le sue case in legno scurite dal tempo. Nel giro di poche ore, quel paesaggio idilliaco si è trasformato in un deserto di macerie.
I primi segnali arrivarono nella notte. Il sindaco Matthias Bellwald, svegliato da boati sinistri provenienti dal monte Kleine Nesthorn, salì in elicottero insieme a un osservatore. Tra la neve, le fenditure si aprivano sempre più larghe: qualcosa di anomalo stava accadendo. Il ghiacciaio del Birch, infatti, non si comportava come gli altri. Mentre le Alpi assistevano al loro ritiro, questo avanzava, appesantito dai crolli rocciosi che lo spingevano verso valle. Per questo le autorità lo tenevano costantemente sotto controllo.
Il 17 maggio i sensori registrarono nuove instabilità e parte del villaggio fu evacuata. Due giorni dopo, i tecnici del canton Vallese lanciarono l’allarme: fino a tre milioni di metri cubi di roccia potevano staccarsi e abbattersi su Blatten. Quando la frattura si allargò, scattò l’evacuazione totale e i trecento abitanti lasciarono le loro case in venti minuti, uno per uno, sotto il conteggio dei soccorritori.
La mattina del 28 maggio la montagna collassò. Prima un lento scivolamento, ripreso dall’albergatore Lukas Kalbermatten, poi la massa di ghiaccio e detriti accelerò fino a trasformarsi in una vera esplosione. Nuvole di polvere si alzarono come in un’eruzione vulcanica e, in pochi secondi, Blatten fu inghiottita.
La frana trascinò nove milioni di metri cubi di materiale, tre volte oltre le previsioni. L’impatto fu tale che la colata raggiunse il fondovalle, risalì la sponda opposta e tornò indietro come un’onda gigantesca. Il fiume Lonza venne sbarrato, creando laghi temporanei carichi di tronchi e resti di abitazioni. Il novanta per cento del villaggio sparì, compreso l’hotel di Kalbermatten. E sopra, dove un tempo brillava il ghiacciaio, non è rimasto più nulla.
TREMENDO! 🇨🇭
— Viviendo en Suiza 🇨🇭 (@viviendoensuiza) May 29, 2025
El colapso del glaciar Birch en Blatten, Suiza, ocurrido el 28 de mayo de 2025, alrededor de las 15:30 hora local, provocó una avalancha masiva que sepultó aproximadamente el 90% del pueblo, dejando un paisaje devastado y a unas 300 personas sin hogar. A… pic.twitter.com/zVl5s8FAwl
A giugno, risalendo la valle si poteva vedere un’enorme cicatrice marrone dalla cima al fondovalle, con gli alberi rasi al suolo come fiammiferi. Davanti a quel paesaggio ferito, il giovane sindaco di Blatten ha usato una sola parola: Katastrophe.
Un intero villaggio, secoli di storia e memoria, spazzati via in trenta secondi. Ora tocca a me pensare a cosa fare per questa comunità.
Gli scienziati intanto stanno studiando il versante instabile, mentre i soccorritori, dopo settimane di ricerche, hanno recuperato i resti di un pastore rimasto fuori dalla zona di evacuazione. L’esercito ha messo in sicurezza l’area, ma il dibattito pubblico è divampato. Sui giornali svizzeri c’è chi ha proposto di abbandonare il sito, sostenendo che il “ritiro della civiltà” dalle zone ad alto rischio sia l’unico modo per limitare i danni futuri.
Gli abitanti di Blatten, però, non hanno avuto esitazioni. «Abbiamo vissuto qui per mille anni. Qui sorgerà di nuovo un villaggio», ha ribadito Bellwald. E i primi aiuti non sono tardati ad arrivare: sei milioni di dollari stanziati dallo Stato, ventuno milioni raccolti grazie a donazioni private e, soprattutto, quasi quattrocento milioni dalle compagnie assicurative, che in Svizzera coprono anche le aree più esposte a frane, incendi e alluvioni.
Il sindaco ha parlato di diritto a restare, ricordando che anche le grandi città vivono minacce costanti, eppure non si svuotano. La montagna, ha detto, forgia la resilienza dei suoi abitanti.
Sul ruolo del cambiamento climatico, Bellwald è rimasto prudente: “Non politicizziamo”. Ma gli scienziati sono tutti concordi. La Svizzera si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, e questo accelera lo scioglimento del permafrost, la “colla” invisibile che tiene insieme le montagne. Quando l’acqua penetra nelle rocce e congela, genera fratture sempre più ampie. Non è l’unica causa del disastro, certo, ma resta un fattore determinante. «Il ghiaccio è il cemento delle montagne. Se il cemento si degrada, la stabilità crolla», ha spiegato un geologo.
Anche la comunità scientifica locale ha vissuto la tragedia come una ferita personale. Il geologo Benjamin Bellwald, parente del sindaco e cresciuto tra quelle montagne, vedendo quel panorama devastato ha pianto, ma è convinto che l’area può tornare abitabile: dighe artificiali possono contenere nuove frane, e le parti residue del ghiacciaio non accumulano più grandi masse di roccia.
“Il cambiamento climatico riguarda tutti”, ha sottolineato. Per questo Blatten deve diventare un caso di studio: adattamento, prevenzione e solidarietà.
Il futuro, ora, si chiama ricostruzione. Prima acqua, strade, elettricità. Poi la bonifica dell’area, che richiederà anni. Il sindaco guarda già oltre:
Avremo un villaggio nuovo, più sicuro. Le difficoltà di ieri possiamo trasformarle in opportunità.
Forse non ci saranno più davanzali fioriti, campane al mattino e turisti nella piazza dopo le escursioni. Forse non sarà più la stessa Blatten, ma almeno sarà ancora lì.







