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Greenpeace sotto attacco: il processo che potrebbe cambiare per sempre l’attivismo ambientale

Greenpeace è un’icona del movimento ambientalista globale, con oltre cinquant’anni di azioni spettacolari e campagne che hanno ridefinito l’attivismo ecologista. Dai blocchi contro la caccia alle balene alle proteste contro i test nucleari, fino alle recenti mobilitazioni sul cambiamento climatico, il gruppo ha sempre fatto leva su azioni eclatanti per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ma oggi, paradossalmente, è proprio la sua stessa esistenza a essere minacciata da una causa legale multimilionaria (300 milioni di dollari, ndr) che potrebbe costringerla a chiudere i battenti. La controversia riguarda il ruolo dell’organizzazione nelle proteste contro l’oleodotto Dakota Access Pipeline, vicino alla riserva Sioux di Standing Rock, e solleva interrogativi più ampi su libertà di espressione, repressione del dissenso e il futuro dell’attivismo ambientalista.

La battaglia legale è condotta da Energy Transfer, una delle più grandi aziende americane di oleodotti, che ha accusato Greenpeace di aver orchestrato una “campagna diffamatoria e ingannevole” e di aver incitato azioni illegali contro il progetto. Secondo l’azienda, la protesta, a cui Greenpeace avrebbe partecipato con un ruolo chiave, ha causato danni finanziari significativi. L’organizzazione, invece, si difende sostenendo di aver agito in modo pacifico e di aver semplicemente sostenuto una protesta indigena contro un progetto che minacciava l’ambiente e i diritti delle comunità locali.

Ma il processo non riguarda solo Greenpeace: è un banco di prova per la libertà di espressione e il diritto alla protesta negli Stati Uniti. Sushma Raman, direttrice esecutiva ad interim di Greenpeace USA, ha definito il caso “un test critico per il futuro del Primo Emendamento“.

La tempistica della causa è emblematica: arriva in un momento di immense sfide per l’intero movimento ambientalista. Il cambiamento climatico sta accelerando, mentre governi e aziende cercano di ridimensionare le protezioni ambientali. Dal 2017, numerosi Stati americani hanno introdotto leggi più severe contro i manifestanti, spesso sulla scia di proteste come quelle di Standing Rock o del movimento Black Lives Matter. L’amministrazione Trump ha reso la repressione del dissenso una priorità, arrivando persino a minacciare la deportazione di studenti internazionali che hanno protestato contro la guerra a Gaza. In questo contesto, il processo contro Greenpeace potrebbe avere conseguenze devastanti per tutto il movimento ambientalista.

greenpeace energy transfer

Greenpeace è nata nel 1971 da un’idea semplice ma rivoluzionaria: un gruppo di attivisti avrebbe navigato verso l’isola di Amchitka, in Alaska, per fermare un test nucleare statunitense. L’iniziativa non riuscì a bloccare l’esplosione, ma attirò una grande attenzione mediatica, dimostrando il potere delle azioni dirette e spettacolari. Da allora, l’organizzazione ha affinato la sua strategia, diventando celebre per le sue operazioni audaci: le sue navi si sono frapposte tra baleniere e cetacei, gli attivisti hanno scalato edifici e monumenti per esporre striscioni di protesta e hanno occupato piattaforme petrolifere per denunciare i danni ambientali causati dall’industria fossile.

Uno dei suoi più grandi successi è stata la moratoria sulla caccia commerciale alle balene, in vigore dal 1986, frutto di una campagna che ha portato Greenpeace a scontrarsi con le baleniere sovietiche e giapponesi. Ma non tutte le sue azioni hanno ricevuto consenso universale. La sua campagna contro la caccia alle foche in Canada, ad esempio, ha alienato molte comunità indigene, che dipendono da questa pratica per la loro sussistenza, al punto che nel 2014, Greenpeace Canada ha chiesto ufficialmente scusa agli Inuit. Episodi simili hanno portato l’organizzazione a riconsiderare il suo rapporto con le popolazioni locali e a formalizzare una politica che impone di supportare solo le lotte indigene che richiedano esplicitamente il suo coinvolgimento.

Un altro grave passo falso si è verificato in Perù nel 2014, quando un gruppo di attivisti di Greenpeace Germania ha danneggiato le Linee di Nazca, antichi geoglifi patrimonio dell’umanità, entrando illegalmente nell’area protetta per posizionare un messaggio sulla necessità di energie rinnovabili. L’episodio ha provocato indignazione internazionale e Greenpeace ha dovuto scusarsi pubblicamente. Questi errori, uniti a difficoltà organizzative interne, hanno contribuito a un periodo di crisi, spingendo il gruppo a riflettere su come modernizzare il proprio approccio.

greenpeace  Linee di Nazca

Negli ultimi anni l’organizzazione ha tentato di rinnovarsi, concentrandosi sempre più sul cambiamento climatico e sulla giustizia ambientale, riconoscendo che l’inquinamento colpisce in modo sproporzionato le comunità più povere e marginalizzate. Ma affrontare il riscaldamento globale è una sfida complessa: se protestare contro una baleniera sovietica negli anni Settanta aveva un impatto visivo immediato e facilmente comprensibile, sensibilizzare il pubblico sulla crisi climatica richiede nuove strategie in un’epoca in cui l’attenzione mediatica è più frammentata che mai.

A ciò si sono aggiunte le tensioni interne che si sono intensificate anche a causa della causa legale intentata dal colosso texano. All’inizio del 2023, Greenpeace USA ha annunciato con entusiasmo la nomina di Ebony Twilley Martin come prima donna di colore a ricoprire il ruolo di direttrice esecutiva unica di un’organizzazione ambientalista statunitense. Ma solo 16 mesi dopo, la Twilley Martin ha lasciato il suo incarico, apparentemente a causa di divergenze su come affrontare la causa. Alcuni membri dell’organizzazione erano favorevoli a un accordo con Energy Transfer, mentre altri ritenevano che accettarlo sarebbe stato un tradimento della missione dell’ONG.

Il caso Energy Transfer rappresenta un bivio per l’organizzazione e per tutto il movimento ambientalista. Se la giuria dovesse pronunciarsi contro Greenpeace, l’impatto potrebbe essere devastante non solo per Greenpeace USA, ma anche per altre ONG impegnate in proteste ambientali. E questo potrebbe creare un precedente per cui le aziende, anziché confrontarsi con il dissenso pubblico, possono semplicemente schiacciare i loro oppositori con azioni legali dispendiose.

L’attivismo ambientale ha sempre richiesto coraggio e determinazione, ma oggi deve affrontare sfide sempre più complesse: non solo l’ostilità delle grandi aziende, ma anche la crescente criminalizzazione della protesta e il rischio di paralisi finanziaria. Greenpeace, che ha salvato balene, sfidato governi e denunciato crimini ambientali, ora deve salvare se stessa. L’esito del processo in corso nel Dakota del Nord non deciderà solo il destino dell’organizzazione, ma anche quello della libertà di protesta negli Stati Uniti e oltre.

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