Ad Assisi, davanti al santuario che ne custodisce le spoglie, il silenzio si intreccia al bisbiglio di preghiere in decine di lingue. Giovani, famiglie e pellegrini continuano ad arrivare da ogni parte del mondo per fermarsi davanti alla tomba di Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli quindici anni a causa di una leucemia fulminante. La Chiesa lo ha proclamato santo: il primo della generazione dei millennial.
Dal 2019, quando le sue reliquie sono state portate ad Assisi, il flusso di pellegrini non ha smesso di crescere, con oltre un milione solo nell’ultimo anno. Ma ciò che colpisce è la presenza di tanti giovani, spesso suoi coetanei, che lo percepiscono come un volto vicino, quasi familiare: le sneakers ai piedi, la felpa, lo zaino sulle spalle, le stesse passioni per i videogiochi e il calcio. «È come guardarsi allo specchio», ha confidato una studentessa di vent’anni, giunta ad Assisi per ringraziarlo del sostegno ricevuto durante i suoi studi.

Secondo gli studiosi, il fascino di Carlo sta proprio qui: nella sua capacità di incarnare un linguaggio spirituale che dialoga con la cultura contemporanea. In un tempo in cui molti ragazzi si allontanano dalle istituzioni religiose e cresce il numero di chi non si riconosce in alcuna fede, la sua figura diventa un ponte. Carlo era al tempo stesso profondamente cattolico e profondamente moderno. Ma proprio questa immagine così “giovane” e confezionata solleva interrogativi: quanto c’è di autentico e quanto di costruito in questa narrazione?
Il cammino verso la santità di Carlo è stato insolitamente rapido. Nel 2020 è stato beatificato ad Assisi, dopo il riconoscimento del primo miracolo: la guarigione di un ragazzo brasiliano affetto da una grave malformazione al pancreas. Il secondo miracolo, che ha aperto definitivamente la strada alla canonizzazione, riguarda una studentessa costaricana coinvolta in un grave incidente a Firenze; la madre, dopo aver pregato sulla tomba di Carlo, ha visto la figlia riprendersi progressivamente fino a una guarigione ritenuta inspiegabile dai medici.
Anche la sua sepoltura ad Assisi porta con sé un forte valore simbolico. Riposa vicino a san Francesco, figura a cui era profondamente legato. Nel sepolcro trasparente, il suo corpo appare vestito con abiti quotidiani (jeans, giacca sportiva e scarpe da ginnastica) come se il tempo si fosse fermato e Carlo fosse rimasto l’adolescente che tutti ricordano. Un’immagine che vuole restituire la sua ordinarietà, ma che molti leggono come una messa in scena. “Mood giovanile da retroguardia dell’avanguardia”, lo ha definito qualcuno, sottolineando come la Chiesa abbia scelto di imbalsamare il suo corpo per renderlo un’icona pop da venerare.
Al di là delle formule mediatiche, però, resta la verità nuda e terribile della sua morte. Carlo si ammalò all’improvviso nell’ottobre 2006: pochi giorni prima stava bene, poi i sintomi di una semplice influenza si rivelarono leucemia acuta. In dieci giorni di agonia, con emorragie e sofferenze atroci, morì il 12 ottobre all’ospedale di Monza. “Ci sono persone che soffrono più di me”, disse alla madre. E ancora: “Darò molti segni della mia presenza”. La sua spiritualità si nutriva di modelli accomunati da un destino simile al suo, di santi morti in giovane età. Dai pastorelli di Fatima, Francesco e Giacinta, a Domenico Savio, da Piergiorgio Frassati a san Luigi Gonzaga, fino all’antichissimo martire Tarcisio, ucciso a soli dodici anni nel III secolo. Figure che sembrano tessere un unico filo rosso intorno alla santità legata alla morte precoce, a una vicinanza con l’inevitabile che, ancora oggi, inquieta e affascina. Non sorprende quindi che la sua devozione abbia assunto una dimensione planetaria, alimentata anche dai gruppi Facebook e da scuole e cappelle a lui dedicate, nate dal nulla, dall’India agli Stati Uniti.
“L’influencer di Dio”, la formula ritorna ossessivamente, ma cosa significa davvero? Non fu un “mago di internet”, come a volte viene raccontato. L’opera che più di ogni altra resta di lui è la mostra sui miracoli eucaristici, oggi diffusa in oltre 250 Paesi. Non si tratta di un progetto qualsiasi. L’Eucaristia è il cuore della fede, il luogo in cui il pane e il vino si trasformano realmente in corpo e sangue di Cristo. Nei secoli la tradizione cattolica ha tramandato racconti di ostie che stillavano gocce di sangue, di guarigioni improvvise, di mistici che si sostenevano per anni soltanto con l’ostia consacrata (come Teresa Neumann, la mistica tedesca morta nel 1962, che avrebbe vissuto per 36 anni nutrendosi unicamente di Eucaristia).
Questa mostra, che Carlo iniziò a progettare a soli dieci anni, gli richiese oltre due anni e mezzo di lavoro. Un impegno paziente, quasi ossessivo, che rivela quanto profonda fosse la sua venerazione.
Per Papa Francesco Carlo rappresentava il volto di quella “santità della porta accanto” che lui stesso amava evocare: un ragazzo normale, con le stesse passioni e abitudini dei suoi coetanei, ma capace di vivere la fede con radicalità. Non fondò ordini religiosi né costruì ospedali, ma trasformò la quotidianità in un terreno fertile per la santità.
Ma la verità di un santo non si misura nelle agiografie ufficiali né nei passaggi burocratici che lo conducono alla canonizzazione. Non basta ricordare l’estrazione sociale, gli aspetti amministrativi, la macchina istituzionale che accompagna ogni proclamazione. Carlo Acutis veniva da una famiglia benestante: il padre appartiene all’alta borghesia torinese ed è oggi amministratore delegato della Vittoria Assicurazioni, colosso da oltre un miliardo e mezzo di fatturato. Carlo è cresciuto tra viaggi, agi e tate, tra Londra, Milano e mete esclusive. I dati biografici sono arcinoti: la nascita nella City, la parrocchia di Santa Maria Segreta, la passione per internet. Eppure, dietro la patina pop che lo circonda, resta la durezza dei fatti: una vita brevissima, interrotta a quindici anni, e un rapporto con la morte che colpisce per la sua immediatezza.
Oggi la sua figura oscilla tra due poli: da un lato l’istituzione cattolica, che tende a presentarlo come un’icona rassicurante, un “santino” confezionato per i giovani; dall’altro un certo sguardo laico che lo riduce a semplice vittima del destino. Entrambe queste letture rischiano di banalizzarlo. Perché i santi, storicamente, non sono stati simboli consolatori, ma testimoni (non a caso in passato venivano chiamati “martiri”, dal latino martyr -y̆ris; che vuol dire appunto “testimone”), di qualcosa che eccede l’umano, spesso terribile e destabilizzante.
Se la Chiesa dimentica questa dimensione, dimentica la radice stessa del suo linguaggio. E forse è proprio questo che emerge dal volto di Carlo Acutis: non un’immagine zuccherata da esibire, ma il ricordo che il sacro porta con sé anche lo sgomento, il sangue e la morte.







