pippo baudo

Pippo Baudo, l’ultimo santo della tv. Perché in Italia la morte lava via tutto.

Come il funerale mediatico trasforma i personaggi in miti

La morte, in Italia, è spesso il passaporto per l’eternità. Non quella religiosa, ma quella laica e mediatica, costruita da televisioni, giornali e social network. Non importa che si tratti di un cantante, un calciatore, un politico o un conduttore televisivo, l’ultimo atto della loro biografia diventa il primo capitolo di una leggenda. In queste ore lo vediamo con chiarezza: la scomparsa di Pippo Baudo ha scatenato una liturgia collettiva che più che cronaca sembra canonizzazione.

Il “re della tv”, il “maestro”, il “gigante”: così lo chiamano i titoli dei giornali e i conduttori che aprono le dirette. Dal Corriere a Repubblica, passando per la Rai che gli dedica speciali in loop, sembra che l’Italia si sia stretta in un’unica voce unanime. I necrologi pubblici si trasformano in inni. Amadeus parla di un “modello inarrivabile”, Maria De Filippi di un “padre generoso”, Roberto Benigni di “un prodigio della televisione”. E persino il governo interviene, con la premier che lo saluta come “patrimonio nazionale”.

C’è, in tutto questo, un tratto tipicamente italiano: l’urgenza di santificare i morti famosi, di cancellare sfumature e contraddizioni in favore di un’immagine lucidata, senza macchie. È un meccanismo antico, che ha attraversato la politica, lo sport, il cinema, la musica. Ma che oggi, nell’epoca dell’informazione continua, assume toni quasi compulsivi e nel giro di poche ore, un personaggio già complesso diventa monumento intoccabile.

Eppure Pippo Baudo non era un santo. Era un uomo di televisione, straordinario nel talento e nel fiuto. Ha incarnato, più di chiunque altro, la centralità della televisione generalista nella costruzione dell’immaginario collettivo italiano. Ma ridurre la sua parabola a una linea ascendente è un’operazione parziale.

Negli anni Novanta la sua carriera subì cadute, la sua figura fu segnata da inchieste giudiziarie (poi archiviate) e da polemiche. Ebbe momenti di isolamento, quando la sua televisione sembrava vecchia rispetto alle nuove tendenze. Oggi, però, questa complessità scompare: il funerale mediatico lascia spazio solo alla narrazione del “grande vecchio”, del maestro senza difetti.

La storia recente offre molti esempi. Lucio Battisti, per decenni discusso e divisivo per il suo silenzio e le scelte artistiche, alla morte è diventato intoccabile, emblema puro della canzone italiana. Fabrizio De André, un tempo considerato “cantautore maledetto”, è stato trasformato in un poeta nazionale scolpito nei libri di scuola. Diego Armando Maradona, idolatrato in vita ma spesso travolto da scandali e contraddizioni, a Napoli è diventato oggetto di culto quasi religioso. Persino figure politiche come Bettino Craxi, caduto in disgrazia e in esilio ad Hammamet, hanno conosciuto dopo la morte una riabilitazione postuma che la vita reale non aveva concesso.

Questa glorificazione istantanea non sorprende. La televisione, medium che Baudo ha dominato e plasmato per oltre mezzo secolo, si presta naturalmente alla costruzione del mito. Ma la dinamica è più ampia e riguarda il modo in cui, in Italia, si gestisce la memoria pubblica.

Il problema non è celebrare, perché il cordoglio collettivo ha un valore. È naturale che la scomparsa di un volto così familiare riapra memorie private e pubbliche. Il punto è la sproporzione: il rischio che la commozione si trasformi in culto, e che il culto anestetizzi il pensiero critico. È come se il giornalismo, davanti alla morte, abdicasse al proprio compito di racconto equilibrato e si arrendesse alla retorica.

C’è anche un altro elemento: la spettacolarizzazione del dolore. La camera ardente allestita al Teatro delle Vittorie diventa set televisivo, le dirette delle esequie anticipano l’evento come se fosse un festival, le immagini di archivi scorrono senza sosta. È un format collaudato, che mescola lutto privato e consumo pubblico. La morte diventa contenuto, palinsesto, share.

Si potrebbe obiettare che anche altrove accade: gli Stati Uniti hanno fatto del funerale di John F. Kennedy uno spettacolo planetario; il Regno Unito ha trasformato le esequie di Lady Diana in un evento globale. Ma in Italia questa dinamica ha una sfumatura particolare perché c’è una totale assenza di contraddittorio. Da noi la santificazione è quasi unanime, totale, senza voci fuori dal coro.

Questa mania di canonizzazione laica dice molto di noi. Abbiamo bisogno di eroi, di figure rassicuranti, di padri simbolici. La politica non offre più miti condivisi, le istituzioni hanno perso autorevolezza, la Chiesa stessa fatica a reggere il ruolo di guida morale. E allora la funzione del “santo” si trasferisce altrove: nello sport, nella musica, nello spettacolo. È lì che costruiamo altari e leggende, è lì che cerchiamo un rifugio identitario.

Forse la vera forma di rispetto non è santificare, ma ricordare nella complessità. Dire che Baudo è stato insieme geniale e contraddittorio, amatissimo e discusso, innovatore e conservatore. Accettare che la grandezza si misura anche nelle fragilità. Solo così la memoria resta viva, e non si riduce a santino. Mitizzare significa semplificare. E semplificare significa dimenticare.

La morte dovrebbe essere occasione di riflessione, non di rimozione. Di analisi, non di culto. Altrimenti rischiamo di trasformare i nostri defunti in statue immobili, che non insegnano nulla.

L’Italia dovrebbe imparare a fare i conti con i propri miti senza trasformarli subito in reliquie. Perché la santificazione dei morti famosi consola, certo, ma non insegna. E un Paese che si limita a idolatrare i propri defunti rischia di non capire mai davvero i propri vivi.

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