Liam Neeson ama ripetere una frase che gli disse Anthony Hopkins: “Sto benone. Nessuno mi ha ancora smascherato“. Un modo elegante per dire che anche i giganti si sentono, ogni tanto, degli impostori. E Neeson, con i suoi oltre cento film alle spalle, le sue ossa rotte da pugile dilettante e il volto scavato da un lutto che non se n’è mai andato davvero, è uno che non ha mai smesso di mettersi in discussione.
A 73 anni, eccolo alle prese con la sfida più strana della sua carriera: far ridere. E lo fa nel modo più imprevedibile, interpretando il protagonista di The Naked Gun (Una pallottola spuntata), reboot della celebre saga demenziale anni Ottanta. Una scelta che fa sorridere e riflettere allo stesso tempo. Perché mentre Neeson osa con coraggio, Hollywood si rifugia ancora una volta nel passato, riportando in vita una commedia che era già perfetta così com’era.
Neeson veste i panni del detective Frank Drebin Jr., figlio del mitico poliziotto interpretato da Leslie Nielsen. Ma non aspettatevi un cambio di registro: Neeson non prova a essere buffo, non fa smorfie, non sgambetta. Resta glaciale, come se fosse sul set di Schindler’s List o Taken. Ed è proprio questo che fa ridere.
Volevamo Liam che facesse Liam. Non cercavamo un attore comico, ma qualcuno con una serietà così profonda da far scoppiare una risata quando dice le cose più assurde.
Seth MacFarlane, produttore del film
Un’intuizione intelligente — e forse anche l’unico modo per far funzionare un progetto come questo. Perché la verità è che Una pallottola spuntata non è solo un film con Liam Neeson che gioca con la comicità, è anche un sintomo.
In un’epoca in cui le grandi produzioni sembrano incapaci di rischiare, i remake e i reboot sono diventati l’equivalente cinematografico del “comfort food”. Eppure, se c’era una saga che sembrava intoccabile nella sua genialità trash, era proprio questa. E allora la domanda è inevitabile: ce n’era davvero bisogno?
Il regista Akiva Schaffer è consapevole del rischio: “Di solito si rifanno cose che possono essere migliorate. Ma “Naked Gun” non aveva nulla da migliorare. Era già perfetto nel suo essere imperfetto“.
E ha ragione. Perché anche se il nuovo film strappa più di un sorriso, resta l’idea che il cinema americano stia raschiando il fondo del barile creativo, tenendo in vita saghe, personaggi e gag che forse dovrebbero semplicemente restare nella memoria collettiva.
Per Neeson, però, questa parentesi comica è una dichiarazione d’intenti. Dopo anni passati a menare pugni e a monologare al telefono contro rapitori internazionali, l’attore irlandese ha capito che il tempo dell’action sta finendo.
Non voglio insultare il pubblico fingendo di avere ancora 50 anni. Ho troppo rispetto per chi mi guarda.
E così eccolo alle prese con scene che sfiorano l’assurdo, come quella, già diventata virale, in cui si traveste da studentessa con gonnellina a pieghe, calzini da uomo e mutandine rosa. Una trovata che avrebbe affossato chiunque. Ma non lui. Perché il suo segreto è non cambiare mai espressione.
“Ho sempre amato le gag demenziali di Leslie Nielsen” — ha raccontato — “Ma non le ho riviste per prepararmi. Volevo restare me stesso.”
E quel se stesso — malinconico, impacciato, onesto fino alla brutalità — funziona. Proprio perché sembra non voler funzionare affatto.
Il vero rischio, per Neeson, non è sembrare ridicolo. È restare fermo:
Viviamo in un’epoca dove tutti hanno paura di dire qualcosa. Abbiamo bisogno dei Robin Williams, dei Ricky Gervais, dei Dave Chappelle. Di chi ci ricorda che non dobbiamo prenderci troppo sul serio.
Come le gargolle nelle cattedrali, dice. Che stanno lì a dire: rilassati.
Ecco, forse The Naked Gun non cambierà il volto della commedia americana. Non sarà un capolavoro, e magari fra dieci anni nessuno se ne ricorderà. Ma resta un film onesto nel suo essere stupido. E Neeson è l’uomo giusto per ricordarci che anche l’attore più tragico può regalarci un momento di leggerezza.
E in un’estate di sequel, reboot e franchise senz’anima, forse è già qualcosa.







