Margherita Sarfatti

Chi fu davvero Margherita Sarfatti?

Margherita Sarfatti è stata, a suo modo, una delle figure femminili più potenti e contraddittorie dell’Italia del Novecento. Di lei si ricorda soprattutto la relazione con Benito Mussolini, ma ridurre la sua vita a quella di “amante del Duce” è un torto alla complessità di un personaggio che fu al tempo stesso intellettuale, critica d’arte, organizzatrice culturale e raffinata stratega dell’immagine.

Dietro le quinte di un’epoca segnata da entusiasmi e tragedie, Sarfatti ha incarnato la tensione tra emancipazione femminile e dipendenza dal carisma maschile, tra libertà di pensiero e compromesso politico, tra fede nel progresso e cedimento al fascismo.

Una formazione d’élite, tra ribellione e appartenenza

Margherita Grassini, poi coniugata Sarfatti, nacque l’8 aprile 1880 a Venezia, ultima di quattro figli di una famiglia ebrea benestante. Il padre, Laudadio Amedeo, era un avvocato e imprenditore di successo, protagonista anche della vita economica cittadina; la madre, Emma Levi, apparteneva a un’altrettanto rispettabile famiglia veneziana ed era cugina di Giuseppe Levi, padre della futura scrittrice Natalia Ginzburg. Cresciuta in un ambiente colto e privilegiato, Margherita ricevette un’educazione privata accurata, che alimentò fin da subito la sua passione per la letteratura e per l’arte. Tra i suoi insegnanti e gli intellettuali che ebbe modo di frequentare da adolescente figuravano personalità di rilievo come Antonio Fogazzaro, Antonio Fradeletto, Pietro Orsi e Pompeo Gherardo Molmenti.

Ma la giovane non si accontentò di vivere in quel mondo protetto e benestante. Attratta dalle idee socialiste, prese presto le distanze dall’orientamento conservatore della sua famiglia, mostrando un carattere indipendente e desideroso di emancipazione.

Nel 1898, appena diciottenne, sposò Cesare Sarfatti, un avvocato ebreo di tredici anni più anziano che condivideva con lei le convinzioni politiche socialiste. L’unione non fu accolta favorevolmente dal padre, che guardava con sospetto sia alla differenza d’età sia alla posizione sociale inferiore dei Sarfatti rispetto ai Grassini. Nonostante l’opposizione, il matrimonio segnò l’inizio di una nuova fase: la coppia si trasferì a Milano, cuore pulsante della vita politica e culturale italiana.

Dalla loro unione nacquero tre figli: Roberto, nel 1900, destinato a morire giovanissimo, a soli diciott’anni, combattendo sul Col d’Echele durante la Prima guerra mondiale; Amedeo, nato nel 1902; e Fiammetta, nata nel 1907. La morte del primogenito avrebbe lasciato in Margherita una ferita insanabile, trasformandosi al tempo stesso in un mito personale e familiare, che lei stessa celebrò commissionando all’architetto Giuseppe Terragni un monumento funebre in suo ricordo.

Il salotto di Milano e l’incontro con Mussolini

A Milano, casa Sarfatti divenne uno dei centri nevralgici della vita culturale del primo Novecento. Situata al numero 93 di corso Venezia, la dimora non era solo un elegante appartamento borghese, ma un laboratorio intellettuale. Vi si incontravano i protagonisti delle nuove avanguardie artistiche e letterarie: Filippo Tommaso Marinetti, con le sue provocazioni futuriste, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, lo scultore Arturo Martini, oltre a scrittori come Ada Negri, Massimo Bontempelli e Aldo Palazzeschi. Qui si discuteva di politica, di arte, di letteratura; si progettavano mostre, riviste e campagne culturali.

Fu in questo contesto che, nel 1912, entrò in scena Benito Mussolini, allora giovane socialista in piena ascesa. Margherita ne fu attratta e insieme diffidente: lo trovava carismatico ma grezzo, privo di quella raffinatezza intellettuale che lei considerava essenziale per un leader. Decise di modellarlo. Non si limitò a introdurlo nei circoli borghesi milanesi, ma lo spinse a formarsi, a leggere Marx, Nietzsche, Machiavelli, Bakunin, a studiare lingue straniere per ampliare il suo orizzonte. Gli insegnò persino come presentarsi: camicie bianche immacolate al posto di quelle lise, giacche ben tagliate, un fiore all’occhiello. Era, di fatto, un’opera di costruzione dell’immagine politica.

Il rapporto tra i due, durato più di un decennio, fu al tempo stesso sentimentale e intellettuale. Le lettere di Mussolini a Margherita rivelano un tono appassionato e persino contraddittorio:

Ti amo molto, più di quanto non credi. Ti abbraccio con tenerezza violenta. Stasera prima di addormentarti pensa al tuo devotissimo selvaggio…

Margherita, inoltre, lo sostenne finanziariamente e lo introdusse in ambienti che altrimenti gli sarebbero rimasti inaccessibili. Credeva fermamente che il futuro dell’Italia passasse attraverso di lui e, per rafforzarne il mito, scrisse nel 1925 la biografia The Life of Benito Mussolini, pubblicata a Londra e poi tradotta in Italia con il titolo Dux. Fu un successo che, con oltre un milione e mezzo di copie vendute e tradotto in diciotto lingue, trasformò Mussolini da uomo politico a personaggio epico, virile e romano, incarnazione dello spirito italico.

Per molti contemporanei era chiaro che senza Sarfatti, Mussolini non sarebbe diventato “il Duce” che conosciamo. Giuseppe Prezzolini parlò di lei come della vera regista culturale del fascismo nascente. Ma già allora non mancavano voci critiche. Nel regime molti mal sopportavano l’influenza di un’intellettuale donna e per giunta ebrea. E fu proprio questa combinazione a renderla una figura tanto potente quanto scomoda.

Margherita Sarfatti the life of benito mussolini

Il progetto culturale del Novecento

Accanto al legame con Mussolini, che la consacrò come una delle figure più influenti del regime nascente, la Sarfatti coltivava il sogno di rifondare l’arte italiana. Il suo ambizioso obiettivo era quello di costruire un’arte nazionale che sapesse dialogare con la grande tradizione rinascimentale, ma allo stesso tempo esprimere lo spirito moderno del Novecento.

Nel 1922, insieme al gallerista Lino Pesaro, fondò il movimento Novecento Italiano, che prese ufficialmente forma con una mostra milanese del 1923 a Palazzo della Permanente, e che ebbe il suo apice con l’Esposizione del 1926, inaugurata alla presenza del Duce. Il programma estetico del gruppo prevedeva un ritorno alla figurazione e alla classicità, ma filtrate da un linguaggio aggiornato, severo e monumentale, in grado di porsi come alternativa sia alle avanguardie “scomposte” del Futurismo sia al decorativismo liberty.

Il suo ruolo andò ben oltre quello della semplice critica. Fu mecenate, organizzatrice, teorica e ambasciatrice internazionale dell’arte italiana. Lavorò fianco a fianco con artisti come Mario Sironi, Achille Funi, Anselmo Bucci, Dudreville e Malerba, sostenendoli sia sul piano teorico che materiale. Scrisse articoli, saggi e monografie, contribuendo a costruire la loro immagine pubblica. Promosse esposizioni in Italia e all’estero, portando il linguaggio del movimento a dialogare con Parigi, Berlino e Londra.

Fu tra le prime a intuire l’importanza di un vero sistema dell’arte: galleristi, critici, collezionisti e istituzioni dovevano agire in sinergia per consolidare un movimento e renderlo riconoscibile a livello internazionale. Anticipava, così, dinamiche che oggi ci sembrano scontate, dalla gestione dell’immagine degli artisti alle strategie di mercato, ma che allora erano una novità assoluta.

Se Mussolini usava la politica per costruire il mito dell’Italia fascista, Sarfatti cercava di farlo attraverso le arti visive, convinta che la bellezza e la grande tradizione figurativa fossero strumenti di potenza culturale.

Ambizione e caduta

Ma la sua parabola non poteva rimanere immune dalle contraddizioni del regime che lei stessa aveva contribuito a costruire e alimentare. Già nei primi anni Trenta, la sua posizione privilegiata cominciò a incrinarsi. Mussolini prese progressivamente le distanze, spinto sia dall’ostilità di molti gerarchi, che vedevano in lei un’influenza ingombrante, sia dalla sua aperta avversione verso l’alleanza con la Germania di Hitler, che giudicava un pericoloso tradimento dello spirito italiano.

Il Duce, che lei aveva aiutato a plasmare e mitizzare, finì per relegarla ai margini. Il colpo di grazia arrivò con la promulgazione delle leggi razziali del 1938, che sancirono la sua esclusione totale dalla vita pubblica. La “regina del Novecento”, la donna che aveva dato al fascismo un volto artistico e internazionale, si ritrovò improvvisamente emarginata, privata di protezioni e costretta a lasciare il Paese.

Fuggì dapprima a Parigi, poi trovò rifugio in Sud America, stabilendosi tra l’Argentina e l’Uruguay. Visse di scrittura e di conferenze, sostenendosi anche grazie ai quadri che era riuscita a portare con sé, e che vendeva per garantirsi una certa indipendenza economica. Continuò a scrivere articoli, a pubblicare saggi di arte e letteratura, e persino a collaborare con giornali locali, cercando di ricostruire una nuova vita in esilio.

Il ritorno e l’oblio

Quando rientrò in Italia nel 1947, trovò un Paese radicalmente cambiato e, soprattutto, ostile nei suoi confronti. La donna che aveva frequentato i salotti del potere e aveva contribuito a costruire il mito del Duce era ora guardata con sospetto e disprezzo. Per i più, era troppo compromessa con il Fascismo per poter essere riabilitata; per altri, restava comunque una figura troppo ingombrante e scomoda per essere riconosciuta come critica e intellettuale.

Gli amici di un tempo la evitarono, preferendo prendere le distanze, mentre i nemici non persero occasione per screditarla. La sua casa non era più un salotto culturale, ma un rifugio discreto. I grandi artisti che aveva sostenuto avevano già intrapreso nuove strade, spesso cercando di minimizzare i legami con il regime. Margherita, invece, non riuscì a liberarsi dell’etichetta di “musa del Fascismo”.

Nel 1955 tentò un riscatto letterario pubblicando Acqua passata, un libro di memorie che, tuttavia, evitava quasi del tutto di affrontare la figura di Mussolini e il peso della sua relazione con lui. Era un’opera più attenta a ricostruire l’ambiente culturale della sua giovinezza che a fare i conti con le scelte politiche del passato. Un secondo manoscritto, molto più diretto e intimo, intitolato Mea culpa, in cui rifletteva con maggiore sincerità sul proprio percorso e sul suo rapporto con il fascismo, venne pubblicato solo postumo nel 2014, offrendo finalmente uno sguardo meno edulcorato sulla sua vicenda.

Morì nel 1961 a Cavallasca, vicino a Como, lontana dai clamori che un tempo l’avevano circondata. Negli ultimi anni aveva vissuto in relativa solitudine, circondata da pochi affetti e da una reputazione spezzata, quasi rimossa dalla memoria collettiva del Paese che aveva contribuito a plasmare culturalmente. La sua figura, rimasta per decenni in ombra, sarebbe stata rivalutata solo molto più tardi, come testimonianza di un intreccio irripetibile tra arte, politica, passione e tragedia.

Una figura ambivalente

Che giudizio dare, oggi, di Margherita Sarfatti? Fu una pioniera o un’opportunista, una visionaria o una manipolatrice? Probabilmente tutte queste cose insieme. La sua figura sfugge a etichette nette, perché in lei convivevano idealismo e ambizione, passione sincera per l’arte e calcolo politico, amore e potere. Di certo, nessuna donna del suo tempo ebbe un’influenza come la sua sulla cultura e sulla politica italiane del primo Novecento.

Sarfatti seppe affermarsi come prima grande critica d’arte donna in Europa, in un ambiente dominato quasi esclusivamente da uomini. Con il movimento Novecento Italiano, volle dare all’Italia un’arte capace di misurarsi con le avanguardie internazionali senza rinunciare alle radici classiche. Intuì prima di molti l’importanza di un “sistema dell’arte” fatto di galleristi, collezionisti e istituzioni, creando reti culturali e diplomatiche che proiettarono i pittori italiani su un palcoscenico internazionale.

Eppure, la sua parabola dimostra la crudeltà delle stesse forze che aveva contribuito a legittimare.

Il suo lascito resta dunque ambivalente: da un lato, la testimonianza di una straordinaria capacità di incidere in un mondo maschile e patriarcale; dall’altro, l’immagine di una complicità con il potere che l’ha segnata per sempre. Forse, più che pioniera o opportunista, Sarfatti fu il ritratto perfetto delle contraddizioni del Novecento: una donna libera e moderna che cercò il riscatto nella politica e nell’arte, ma che scelse un alleato destinato a travolgerla.

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