benito mussolini
Foto: ANSA

Le origini del fascismo: come Mussolini arrivò al potere

Le origini del fascismo si inserirono nel processo di trasformazione della società e dello Stato italiano, avviato alla fine dell’Ottocento con l’inizio dell’industrializzazione. Questo fenomeno generò profondi cambiamenti sociali, con conseguenti fenomeni di mobilitazione che stimolarono la politicizzazione delle masse, le quali trovarono un primo grande palcoscenico negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale.

Sebbene il fascismo sia un fenomeno nato successivamente alla Grande Guerra, incorporava già alcune istanze culturali e politiche dei movimenti radicali sia di destra sia di sinistra. Tra queste: il mito della volontà di potenza, l’avversione per l’egualitarismo e l’umanitarismo, il disprezzo per le dinamiche parlamentari, l’esaltazione delle minoranze attive, la concezione della politica come arte di organizzare e plasmare la coscienza delle masse, il culto della giovinezza come nuova aristocrazia dirigente e l’apologia dell’azione e della violenza.

Il fascismo nacque dunque come un eterogeneo gruppo di estremisti, accomunati da una profonda avversione per il liberismo giolittiano. Fin dai primi momenti, questi spinsero per l’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale, vista come un’occasione unica per realizzare la tanto agognata rivoluzione sociale e culturale. E nonostante il fascismo trovasse il suo humus in questo composito calderone di idee, esso vide effettivamente la luce solo in seguito alle profonde conseguenze economiche e sociali che il confitto mondiale generò.

benito mussolini
Foto: ANSA

L’esperienza della guerra, l’esasperazione nazionalistica alimentata dal mito della “vittoria mutilata” e l’entusiasmo delle masse operaie e contadine per la rivoluzione bolscevica contribuirono a una radicalizzazione estrema e alla brutalizzazione della lotta politica, che degenerò in episodi assimilabili a una guerra civile. Tra il 1919 e il 1920, il cosiddetto “biennio rosso” vide un’esplosione del conflitto di classe, con scontri di una violenza senza precedenti nella storia d’Italia. Guidato dal partito socialista massimalista, il movimento rivoluzionario mirava a realizzare una dittatura del proletariato, simile a quella instaurata in Russia. Questa spinta rivoluzionaria trovò come contraltare una classe dirigente debole e incapace di affrontare la crisi; tra il 1919 e il 1922, la rapida successione di governi privi di una solida base parlamentare o di consenso popolare accrebbe ulteriormente la sfiducia verso il sistema liberale, anche tra la classe media e i ceti borghesi, già disillusi e in cerca di un’alternativa. In questo clima, nel 1919, Benito Mussolini fondò i Fasci di Combattimento.

Prima dell’autunno del 1914, quando da convinto sostenitore della neutralità italiana al conflitto mondiale si trasformò in uno dei più appassionati interventisti, Mussolini era considerato l’astro nascente del movimento socialista, ammirato dai compagni di partito come anche dai suoi oppositori. Di lui Salvemini scriveva nel 1914, giudicandolo come un rivoluzionario: “di quelli che parlano come pensano, e operano come parlano, e perciò portano in sé tanta parte dei futuri destini d’Italia“.

L’esperienza della guerra, alla quale partecipò dal 1915 al 1917, fu decisiva per la sua conversione dal socialismo marxista e internazionalista a un eclettico nazionalismo rivoluzionario, che affermava il primato della nazione e avversava la rivoluzione socialista in favore del capitalismo e di una collaborazione interclassista per aumentare la ricchezza della nazione. Alla fine della guerra, Mussolini lanciò un appello ai reduci per dare vita ai Fasci di combattimento. Nacque così il movimento fascista. 

Il termine fascismo deriva dal simbolo romano del fascio littorio, un'insegna di potere utilizzata dagli alti magistrati dell'antica Roma. Per estensione, il termine, con il suo significato figurato di "gruppo compatto", iniziò ad essere usato dal XIX secolo per designare diverse forme di organizzazione a carattere rivoluzionario, in particolare di matrice socialista, sindacalista o repubblicana. Un esempio significativo furono i Fasci dei lavoratori, associazioni socialiste di operai e braccianti sorte in Sicilia nel 1891 e sciolte dal governo Crispi nel 1894, dopo un periodo di violenti disordini. Il termine fascio fu utilizzato anche per indicare unioni di forze eterogenee unite da un obiettivo comune, come il Fascio parlamentare di difesa nazionale, un raggruppamento di parlamentari appartenenti a vari partiti, costituito nel 1917 per affrontare la crisi politica italiana seguita alla disfatta di Caporetto. 

Il primo segretario generale dei Fasci di Combattimento fu Attilio Longoni, sostituito nell’agosto del 1919 da Umberto Pasella. Questo dettaglio evidenzia come, almeno nelle fasi iniziali, Benito Mussolini non fosse ancora il “Duce” indiscusso del movimento. I Fasci di Combattimento, infatti, erano un’entità eterogenea, caratterizzata da una pluralità di leadership e orientamenti ideologici diversi. Il movimento, successivamente definito “diciannovista”, si proclamava antidogmatico, anticlericale e repubblicano. I fascisti disprezzavano le istituzioni parlamentari e la mentalità liberale, praticando frequentemente azioni violente contro i sostenitori del bolscevismo e i membri del partito socialista. Ma nel 1919, il fascismo era ancora un fenomeno marginale: alla fine dell’anno, i Fasci contavano appena 37 sezioni e 800 iscritti, concentrati principalmente nell’Italia settentrionale.

La disfatta alle elezioni politiche del 1919 segnò un punto di svolta per il movimento. Mussolini e i suoi collaboratori optarono per un netto cambio di strategia, spostandosi verso destra e trasformando i Fasci in un’organizzazione politica che rappresentasse la borghesia produttiva e i ceti medi, delusi dai partiti liberali tradizionali. Questo cambio di rotta causò una frattura con i futuristi e gli arditi dannunziani, ma aprì nuove prospettive di crescita.

Le fortune del fascismo iniziarono a cambiare verso la fine del 1920, in un periodo in cui lo scontro tra masse proletarie e borghesia raggiunse livelli estremi, culminando con le occupazioni delle fabbriche. Il fascismo si pose come difensore degli interessi della borghesia reazionaria, organizzando squadre armate che, nel giro di pochi mesi, distrussero gran parte delle organizzazioni proletarie nella Valle Padana, dove il partito socialista aveva raggiunto un controllo politico ed economico quasi totale, spesso utilizzando metodi vessatori sia nei confronti dei borghesi che nei confronti degli stessi operai. Per questo l’offensiva squadrista fu accolta con favore dai tutti i partiti antisocialisti. Gli iscritti al movimento fascista aumentarono così fino a superare i 200.000 iscritti nel luglio del 1921.

Il governo Bonomi, nel tentativo di arginare le violenze che avevano sconvolto il Paese, promosse un “patto di pacificazione” tra fascisti e socialisti, firmato il 3 agosto 1921. Mussolini mirava a inserire stabilmente il fascismo nella politica parlamentare, e porre un freno alle violenze che cominciavano a suscitare anche la condanna dell’opinione pubblica borghese, la quale, ritenendo conclusa la fase di “sana reazione” dopo il declino del partito socialista, reclamava il ritorno alla normalità. Ma proprio in questo contesto, il movimento fascista attraversò una delle sue crisi più delicate. Da un lato, Mussolini puntava a trasformarlo in un “partito del lavoro”, rappresentativo dei ceti medi, dall’altro, incontrò l’opposizione di alcuni capi locali come Italo Balbo, Dino Grandi e Roberto Farinacci, i quali contestavano la sua pretesa di ergersi a capo indiscusso di un movimento che, a loro avviso, si era sviluppato principalmente grazie alla loro azione e autonomia. La crisi fu risolta attraverso un compromesso che sancì la trasformazione del movimento in partito politico: nacque così il Partito nazionale fascista (Pnf). Mussolini ottenne il titolo di “duce”, mentre i capi provinciali videro soddisfatte le loro richieste con l’abbandono del patto di pacificazione e la valorizzazione dello squadrismo come elemento distintivo della nuova organizzazione politica.

La cultura del Pnf concepiva la militanza come una dedizione totale, fondata sul culto della patria, sul senso comunitario del cameratismo, sull’etica del combattimento e sul principio della gerarchia. Pur condannando la società borghese perché materialistica e individualista, i fascisti si ersero a difensori della proprietà privata, della collaborazione di classe (corporativismo), del capitalismo come strumento per intensificare la produzione (produttivismo) in vista di una politica estera di potenza ed espansione. Il fascismo si considerava la milizia della nazione e, come tale, pretendeva una superiorità morale e politica rispetto agli altri partiti. Nel 1922 il Pnf era la più forte organizzazione politica del Paese, mentre gli altri partiti erano falcidiati da lotte interne e dagli assalti continui dello squadrismo. Agendo come un “antiStato” nello Stato, la classe dirigente – con un’età media di 32 anni, rispetto alla media di 45 anni del partito socialista e 37 anni del partito popolare – si considerava la nuova aristocrazia del Paese che non nascondeva la sua avversione per la democrazia. Alla vigilia della “marcia su Roma”, Mussolini dichiarò pubblicamente che lo Stato fascista non avrebbe concesso alcuna libertà ai suoi avversari.

mussolini marcia su roma

L’idea di una marcia su Roma maturò all’indomani del fallito “sciopero legalitario” proclamato dall’Alleanza del lavoro per protestare contro gli assalti fascisti. Il Pnf reagì con una violenta rappresaglia che distrusse quel che rimaneva delle organizzazioni operaie, evidenziando l’impotenza dello Stato liberale. Convinti che l’unico modo per arginare l’offensiva fascista fosse quella di “responsabilizzarla”, la classe dirigente liberale decise di includerla, senza concedergli potere, in una coalizione di governo. Mussolini acconsentì al compromesso sia per prevenire la formazione di una coalizione antifascista sia per mantenere sotto controllo i settori più radicali del suo movimento. Il 24 ottobre 1922, durante un discorso a Napoli, Mussolini cercò di rassicurare l’opinione pubblica e le istituzioni: proclamò che il fascismo rispettava la monarchia e l’esercito, riconosceva il valore della religione cattolica, intendeva attuare una politica liberale, e restaurare la disciplina nel Paese. La marcia su Roma fu più che altro un gesto simbolico, mirato a esercitare pressione sul re Vittorio Emanuele III e sul governo. La strategia si rivelò vincente: il ricatto politico funzionò. Incapace di opporsi e timoroso di un possibile collasso dello Stato, il sovrano si rifiutò di firmare lo stato d’assedio richiesto dal primo ministro Luigi Facta, spianando così la strada a Mussolini. Il 31 ottobre 1922, il leader fascista formò un governo di coalizione che includeva, oltre ai fascisti, liberali, popolari, democratici e nazionalisti.

Per la prima volta nella storia d’Italia e delle democrazie liberali, il governo venne affidato al capo di un partito armato, con una modesta rappresentanza parlamentare e che ripudiava i valori della democrazia. Una volta al governo, questa idiosincrasia tra la cultura fascista e i valori parlamentari fu ancora più manifesta e tutta l’azione di Mussolini fu finalizzata alla conquista del monopolio del potere, usando sia l’arma terroristica che le riforme parlamentari. 

La conquista di questo monopolio avvenne attraverso diverse fasi. Inizialmente, Mussolini attuò una politica di coalizione con i partiti disposti a collaborare, ma al contempo lavorò per eliminarli gradualmente dalla scena politica. Fra il 1923 e il 1924 il Pnf fu investito dalla crisi più grave della sua giovane storia, causata dallo scontro tra le due anime del partito: i fascisti “revisionisti”, fautori della smiritalizzazione del Pnf, e i fascisti “integralisti“, che spingevano per una seconda ondata di violenze per la conquista del potere assoluto. Per arginare queste tensioni, Mussolini istituì prima il Gran Consiglio, un organo supremo del partito composto da pochi dirigenti e di cui lui era il presidente, poi creò la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che inquadrò legalmente lo squadrismo, ponendolo sotto il diretto comando del capo di governo. Inoltre, per ottenere una maggioranza parlamentare più ampia fece varare nel 1923 la legge Acerbo, che assegnava un premio di maggioranza alla lista vincente. Le elezioni politiche dell’aprile del 1924, che si tennero in un clima di intimidazioni e violenze, assicurarono una larga maggioranza al governo, ma l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, la profonda emozione che suscitò il tutto il Paese e la secessione parlamentare sull’Aventino dei deputati antifascisti fecero vacillare il governo, ma Mussolini, anche grazie al sostegno della monarchia che gli confermò la fiducia, riuscì ad evitare la caduta. 

Con il discorso di Mussolini alla Camera, il 3 gennaio 1925, il fascismo diede inizio ad una nuova fase di consolidamento e ampliamento del proprio potere. Il sistema politico italiano si trasformò così in un regime a partito unico attraverso una “rivoluzione legale”, cioè con l’approvazione del Parlamento (dominato dai fascisti) di un pacchetto di leggi autoritarie, elaborate in gran parte dal giurista Alfredo Rocco, l’architetto dello Stato fascista, le quali distrussero pezzo per pezzo l’impalcatura del regime parlamentare, pur mantenendo una parvenza di monarchia costituzionale.

Tra le principali riforme adottate, si evidenziano:

  • Abolizione della libertà di organizzazione e messa fuori legge di tutti i partiti, eccetto il Pnf;
  • Fascistizzazione della stampa, con la chiusura dei giornali di opposizione o il loro allineamento alle direttive del regime;
  • Divieto di sciopero e serrata;
  • Reintroduzione della pena di morte per i reati contro “la sicurezza dello Stato”;
  • Istituzione del Tribunale Speciale e della polizia segreta (OVRA), che operava in Italia e all’estero per reprimere ogni attività antifascista;
  • Soppressione delle autonomie locali, con l’assegnazione dei poteri amministrativi ai podestà, subordinati ai prefetti.

Forte del suo prestigio come “duce del fascismo”, Mussolini riuscì finalmente a porre fine all’anarchia dei ras e a ridimensionare le ambizioni dei fascisti integralisti, come Farinacci. Ma anche se nel 1926 il Pnf venne definitivamente sottoposto agli ordini del duce, le tensioni tra partito e Stato continuarono per tutta la parabola del fascismo. Inoltre, sebbene la stabilità del regime fascista si basava su un compromesso con le istituzioni tradizionali, come dimostrato dalla Conciliazione con la Chiesa del 1929, la sua solidità si poggiava principalmente su un efficiente apparato poliziesco e sul crescente consenso che il fascismo riscuoteva in Italia e all’estero. Mussolini pose così le basi per la sua dittatura che durò fino a quel fatidico 25 luglio del 1943 quando venne deposto dal Gran consiglio e arrestato. 

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,