Perché così tanti israeliani fanno le spie per l’Iran?

Nel cuore di uno Stato costruito sull’unità nazionale, cresce il numero di cittadini disposti a tradirlo.

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A settant’anni suonati, Mordechai Maman sembrava finalmente aver trovato una tregua. Dopo una vita di fallimenti imprenditoriali, condanne per piccoli reati e un matrimonio ormai alle spalle, l’inizio del 2024 portava con sé un certo ottimismo: i figli adulti stavano bene, aveva nuovi soci commerciali e una giovane compagna, Natalie, bielorussa, elegante e seducente. Erano rientrati in Israele dopo aver vissuto a lungo in Turchia, stabilendosi ad Ashkelon, vicino al confine con Gaza. Lei, affascinata dalla cultura ebraica, aveva cominciato il processo di conversione. Lui, accecato dall’amore, le aveva promesso il mondo. E per soddisfare ogni suo capriccio, avrebbe anche venduto l’anima. O peggio: il suo Paese.

Ciò che sembrava solo una deriva personale si è trasformato in una questione di sicurezza nazionale. Secondo lo Shin Bet, Maman è solo uno dei 39 cittadini israeliani arrestati in un solo anno per sospetti legami con l’intelligence iraniana. Un dato senza precedenti. Tra i reclutati figurano ebrei e arabi, religiosi e laici, uomini e donne. Una mappa umana che riflette una frattura ben più profonda. Secondo il Tehran Times, lo Shin Bet e la polizia dello Stato Ebraico hanno registrato nel 2024 un aumento del 400% dei casi di spionaggio e “reso noto di aver incriminato 27 coloni israeliani con l’accusa di spionaggio a favore dell’Iran e ha affermato di aver smantellato 13 importanti operazioni di spionaggio che erano state orchestrate dall’intelligence iraniana”.

Lo Shin Bet (o Shabak) è il servizio di sicurezza interna israeliano, responsabile della prevenzione del terrorismo, del controspionaggio e della protezione delle istituzioni statali. È l'equivalente dell'FBI statunitense, ma con poteri estesi in ambito militare e intelligence.

Maman, con un passato da militare e albergatore nel nord del Paese, aveva lasciato tutto per rifarsi una vita in Turchia. Lì, nel piccolo centro di Samandag, si era improvvisato grossista di ortaggi, spezie e pistacchi. Diceva agli amici di lavorare per il Mossad, ma era solo un modo per nascondere il fallimento. A corto di soldi, si era legato ai fratelli Aslan, due turchi dai contorni ambigui. Sono loro a presentargli Eddie, sedicente uomo d’affari iraniano. Maman, bisognoso di denaro e ancora più deciso a mantenere lo stile di vita di Natalie, accetta di incontrarlo. Ma Eddie non si presenta. Lo invita invece a raggiungerlo in Iran, attraversando il confine illegalmente. Un salto nel vuoto che Maman fa, nascondendosi in un camion.

Ad attenderlo, in una villa lussuosa, non ci sono contratti commerciali, ma agenti dei servizi segreti iraniani. Gli chiedono “favori”: nascondere armi, intimidire disertori, scattare foto in luoghi affollati in Israele. Nulla che sembri immediatamente pericoloso, ma abbastanza da creare ricatto e dipendenza.

Al secondo viaggio, la posta in gioco si alza: gli iraniani gli chiedono di assassinare Netanyahu, Gallant o il capo dello Shin Bet. Offrono 150mila dollari di anticipo, un milione in totale. Maman, inebriato dall’illusione di un tale guadagno, rilancia: propone di colpire Naftali Bennett, ex premier. I negoziati si arenano, ma gli iraniani gli regalano 5mila dollari e lo rispediscono in Israele. Al suo rientro viene arrestato all’aeroporto Ben Gurion. Lo Shin Bet aveva già intercettato tutto.

Durante i 14 interrogatori, Maman ammette i legami ma nega di voler mettere in pericolo la sicurezza nazionale; propone persino di fare il doppio gioco per Israele. Alla fine viene incriminato per contatti con potenze nemiche e ingresso illegale in Paesi ostili. Ma il caso Maman è solo la punta dell’iceberg.

L’Iran, da sempre nemico dichiarato di Israele, ha affinato la sua strategia; ha abbandonato le liturgie lente e costose dello spionaggio classico. Nessun bisogno di lunghe fasi di addestramento, identità false costruite con pazienza, o intricati piani di infiltrazione. Oggi Teheran preferisce un metodo molto più brutale e diretto. Il nuovo volto dell’intelligence iraniana assomiglia più a una campagna pubblicitaria virale. Attraverso una fitta rete di messaggi su Telegram, email anonime o attraverso parenti in Azerbaigian e Turchia, migliaia di cittadini israeliani ricevono lo stesso invito: “Vuoi fare soldi facili?”. Niente controlli, nessuna selezione accurata: solo un messaggio impersonale che propone un “lavoretto semplice“. Segui un politico. Scatta una foto di una base militare. Lascia una busta in un determinato punto. L’approccio è quello dello “spray and pray”: investimenti minimi, speranza che qualcuno funzioni davvero.

In questa logica, le reclute israeliane non sono trattate come risorse preziose da proteggere, ma come oggetti a perdere. Il loro valore si esaurisce nell’utilità immediata. Nessuna copertura, nessun riparo. Se finiscono in prigione o muoiono, non cambia nulla. Sono sacrificabili, intercambiabili. Strumenti, non alleati. L’obiettivo è generare danno. Punto.

Un vecchio proverbio persiano dice: “Il nemico paziente vince sul nemico impaziente e sudato.” L’Iran non ha fretta. Non punta tutto su una singola carta, ma lancia la rete più larga possibile, sapendo che prima o poi qualche pesce entrerà. Il costo è irrisorio. Il ritorno potenziale, devastante. Non serve genialità, solo insistenza. Ed è proprio questo che rende la strategia così pericolosa: non la sua raffinatezza, ma la sua spietata semplicità.

Ed è ciò che è accaduto con Aziz Nisanov, immigrato azero arrivato in Israele da bambino. Musicista fallito, emarginato, in cerca di soldi, si lascia reclutare nel 2022 da due agenti iraniani incontrati durante una visita alla terra natia. Da lì, costruisce una vera rete di spionaggio. Fotografa basi militari, l’Iron Dome e il quartier generale del Mossad. Recluta sei complici, tra cui due minorenni e suo figlio, ex tecnico dell’aeronautica. I dati raccolti vengono usati da Hezbollah per lanciare attacchi mirati. In 15 mesi guadagnano 300mila dollari, ricevuti in criptovalute. Le autorità hanno definito il gruppo “una delle reti di spionaggio più pericolose mai smantellate in Israele”.

Dal 1970 la Legge del Ritorno garantisce cittadinanza immediata a chiunque abbia almeno un nonno ebreo. Una norma che ha portato in Israele milioni di immigrati, ma che ha anche alimentato disparità e tensioni etniche.

La frattura, però, non è solo etnica o economica. Passa anche attraverso il conflitto tra Stato e religione. Asher Binyamin Weiss, ventiquattrenne ultraortodosso di Bnei Brak, ha accettato di collaborare con l’Iran dopo che la Corte Suprema ha abolito l’esenzione dalla leva per gli haredim. Appena visto l’annuncio su internet, ha risposto. Gli viene affidato il compito di uccidere un fisico nucleare israeliano. L’ha pedinato, ha fotografato casa e auto, ed è entrato persino all’Istituto Weizmann dove il fisico lavorava. È fermato prima di agire, ma nel frattempo aveva già ricevuto almeno 25mila dollari.

Gli haredim (anche detti ultraortodossi) sono un gruppo religioso ebraico che segue in modo estremamente rigoroso le leggi della Torah e della tradizione rabbinica. Il termine “haredi” deriva dall’ebraico חרדי e significa letteralmente “colui che trema [davanti a Dio]”.

Il movente, in quasi tutti i casi, non è ideologico, è il denaro. Come per i due giovani riservisti arrestati a gennaio, che condividevano immagini del sistema Iron Dome in cambio di poche migliaia di dollari.

Ho avuto difficoltà economiche”, ha detto uno di loro agli inquirenti. L’altro aveva ricevuto appena 50 dollari. Eppure, anche queste piccole transazioni possono avere conseguenze enormi.

Ma come si è arrivati a questo punto?

Per decenni, la fedeltà allo Stato è stata uno dei pilastri dell’identità israeliana. Ma negli ultimi anni, soprattutto dopo il ritorno di Netanyahu al potere nel 2022, il clima interno si è deteriorato. Le accuse di corruzione, gli attacchi alla magistratura e le profonde divisioni sociali hanno indebolito la coesione. Secondo Yoram Peri, docente emerito di studi israeliani, Israele rischia oggi “un’implosione interna”. Il rispetto per la legge si è eroso. Le istituzioni tradizionali non sono più un punto di riferimento, e in questo vuoto morale, anche il tradimento può diventare una possibilità. Una via d’uscita.

L’Iran lo sa. E non fa che allargare le crepe di un Paese che fatica a riconoscersi.

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