Cos’è davvero successo al Live Aid? Le confessioni di Bob Geldof, 40 anni dopo

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Era il 23 ottobre del 1984 quando tutto ebbe inizio. Bob Geldof, frontman della band irlandese Boomtown Rats, era a casa a Londra. Il telegiornale della BBC trasmetteva un reportage dalla cittadina etiope di Korem: bambini ridotti pelle e ossa, carestia e guerra civile. Uno scenario apocalittico, definito dal cronista “di proporzioni bibliche”. Per Geldof e milioni di spettatori fu uno shock.

Nel giro di poche settimane, insieme a Midge Ure degli Ultravox, Geldof scrisse Do They Know It’s Christmas?, un brano corale interpretato dai più grandi nomi della musica britannica. Ne nacque Band Aid, il primo tentativo concreto di raccogliere fondi attraverso la musica pop. Il singolo, uscito nel dicembre 1984, vendette milioni di copie e ispirò la versione americana We Are the World, coordinata da Harry Belafonte con Quincy Jones e Michael Jackson.

Ma Geldof non si fermò lì. Convinto che la musica potesse fare di più, mise in moto un progetto che avrebbe unito due continenti davanti a uno schermo: il Live Aid. Il 13 luglio 1985, allo stadio di Wembley a Londra e al JFK Stadium di Philadelphia, salì sul palco l’Olimpo della musica pop e rock. Queen, David Bowie, Madonna, U2, Elton John, The Who, Tina Turner, Paul McCartney e molti altri si esibirono senza cachet. In diretta mondiale. In 150 Paesi, davanti a 1,5 miliardi di spettatori.

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Tra le star presenti al concerto figuravano George Michael (a sinistra), Paul McCartney (quarto da sinistra) e Freddie Mercury (secondo da destra) | Foto: Joe Schaber / Associated Press

Le canzoni di protesta sono solo canzoni. Non cambiano nulla, a meno che tu non agisca.

Bob Geldof

Per Geldof, il Live Aid non fu solo un evento musicale. Fu l’inizio di una lunga battaglia politica e diplomatica durata decenni: dalla creazione della Band Aid Charitable Trust fino ai Live 8 del 2005, i concerti che hanno contribuito a esercitare pressioni concrete sul G8 per la cancellazione del debito dei Paesi più poveri.

Ancora oggi, la fondazione finanzia programmi sanitari in Africa, mense scolastiche, progetti agricoli e campagne per l’accesso ai vaccini. Eppure, a quarant’anni da quel giorno, Geldof ammette che oggi il Live Aid non potrebbe più accadere.

La rete ci ha isolati” — afferma — “Ti mostra solo ciò che vuoi vedere. La musica è diventata gratuita, frammentata. È finita l’epoca in cui era la spina dorsale della cultura.” Un evento come il Live Aid richiedeva un’unione collettiva di attenzione, emozione e impegno che oggi, nell’era dell’algoritmo e della polarizzazione, appare quasi inconcepibile.

Ma chi il 13 luglio c’era, chi lo ha rivisto mille volte su YouTube o nei documentari — come il recente Live Aid: When Rock ’n’ Roll Took On the World — lo ricorda bene. L’esibizione dei Queen è ormai leggenda, tanto da diventare il cuore narrativo del biopic Bohemian Rhapsody (2018). Ma Geldof, in più interviste negli anni (tra cui The Guardian, Rolling Stone e The Independent), ha sempre raccontato un’altra verità: fu David Bowie a cambiare tutto.

Durante la preparazione del concerto-evento, Geldof mostrò a Bowie un montaggio realizzato dalla CBC canadese: immagini mai mandate in onda perché troppo forti, accompagnate dalla canzone Drive dei The Cars. Bowie pianse. Decise di tagliare un brano dal suo set per mandare in onda quel video. E fu durante Heroes, mentre lo stadio cantava con lui, che lanciò il messaggio: “Guardate. E donate.

Fu lì che le linee telefoniche collassarono. Fu quello, per Geldof, il vero turning point.

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David Bowie durante la sua esibizione. Le donazioni ebbero un’impennata subito dopo il suo show. Foto: Georges De Keerle / Getty Images

Negli anni, non sono mancate critiche. Alcuni hanno accusato Geldof e l’intero progetto Live Aid di incarnare il cosiddetto “white savior complex”, la sindrome del salvatore bianco. Geldof ha sempre respinto queste accuse come ideologiche e disconnesse dalla realtà concreta: “Quando affronti un’emergenza, non c’è tempo per le teorie. Agisci, o no. Punto“.

In un contesto globale sempre più polarizzato, dove il nazionalismo prende il posto della cooperazione internazionale e piattaforme come U.S.A.I.D. (l’agenzia statunitense che fornisce assistenza allo sviluppo economico, assistenza umanitaria, e sostiene il settore dell’informazione in molti Paesi) vengono smantellate con orgoglio da leader politici come Trump, Geldof non nasconde il suo sdegno: “L’empatia è la colla dell’umanità. È il fondamento della civiltà. Dire che è una debolezza è da folli“.

A quarant’anni dal Live Aid, Bob Geldof è ancora in prima linea. Non più sotto i riflettori di Wembley, ma nei racconti, nelle testimonianze, nei progetti che ha contribuito a realizzare. E, soprattutto, nelle vite che quell’iniziativa ha salvato.

Come quella di un uomo etiope incontrato da Geldof in un hotel a Montreal, anni dopo. Lavorava come cameriere. Era cresciuto in un orfanotrofio di Band Aid. Ora aveva una famiglia. Quando lo vide, lo abbracciò e gli disse: “Grazie per i miei figli. Grazie per la mia vita.”

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