Chi non è stato in Italia sarà sempre consapevole di una sorta d’inferiorità, per non aver visto ciò che ci si aspetta un uomo debba vedere.
Così scriveva nel Settecento l’intellettuale britannico Samuel Johnson, sintetizzando lo spirito di un’intera epoca: il Grand Tour. Un lungo viaggio attraverso l’Europa, pensato per formare i giovani aristocratici, soprattutto inglesi, e prepararli ad entrare nella buona società. Era un rito di passaggio che fondeva educazione e avventura, disciplina e meraviglia, volto a rafforzare il carattere, raffinare il gusto e aprire la mente all’orizzonte continentale.
Nato nel XVII secolo, il Grand Tour diventò presto una consuetudine imprescindibile per l’alta società britannica. Le famiglie benestanti investivano cifre ingenti per garantire ai figli l’esperienza del viaggio formativo: vitto, alloggio, lezioni di lingua, maestri di danza e di scherma, guide personali e persino artisti incaricati di documentare il viaggio. Le tappe erano scelte con cura: si partiva da Parigi, dove si perfezionavano le buone maniere e si frequentavano i salotti letterari e i teatri, poi si attraversavano le Alpi per raggiungere l’Italia, considerata il cuore pulsante della civiltà europea.
Nel Voyage of Italy, pubblicato a Parigi nel 1670, il sacerdote cattolico Richard Lassels coniò per la prima volta l’espressione “Grand Tour” per raccontare i suoi cinque viaggi in Italia durante il XVII secolo. Nel testo celebrava le meraviglie architettoniche, storiche e artistiche del Paese, invitando i giovani aristocratici inglesi a intraprendere lo stesso percorso per ampliare i propri orizzonti e comprendere meglio il mondo che li circondava.
L’Italia era la meta per eccellenza. Venezia, con il suo carnevale, offriva intrattenimento e arte; Firenze proponeva immersioni nel Rinascimento; Napoli, con la sua vitalità e i primi scavi di Pompei ed Ercolano, apriva le porte all’archeologia moderna; Roma, spesso ultima tappa, incarnava il trionfo della storia, dell’antico e della fede.
Goethe scrisse che “solo a Roma ho capito cosa significhi essere uomo moderno“, e per lui l’Italia rappresentò l’incontro tra la razionalità nordica e il senso del bello del sud. Lord Byron ancora più pervicacemente preferiva perdercisi dentro: nei suoi appunti si legge della meraviglia provata davanti alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, dove rimase incantato da una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia, definendoli “i più belli che si possano immaginare“.
Il Grand Tour, però, non era privo di rischi. I diari dei viaggiatori parlano di strade impervie, diligenze rovesciate, ponti franati, malattie tropicali e pirati nei mari del sud. Le barriere linguistiche, poi, causavano incomprensioni e truffe.
Era frequente il ricorso a un cicerone, spesso uno studente o un artista che, non potendo permettersi il viaggio da solo, accompagnava il giovane nobile traducendo, spiegando, proteggendo. Si trattava di veri mediatori culturali, a volte testimoni privilegiati di quell’esperienza che andava ben oltre il semplice pellegrinaggio turistico.
A Parigi si affinavano le buone maniere, a Vienna si apprendeva la musica di corte, a Dresda e Berlino si respirava l’aria della politica e delle riforme. Ma l’Italia restava il cuore emotivo e simbolico del viaggio. Mary Shelley, incantata dal paesaggio del lago di Como, ambientò lì alcune delle scene più suggestive del suo Frankenstein.
Non di rado, i giovani visitatori si trasformavano spesso in collezionisti compulsivi: quadri, busti, medaglie, cammei, ma anche false opere d’arte, create per soddisfare la crescente domanda, in particolare a Venezia, dove il mercato delle copie d’autore fiorì proprio grazie al turismo culturale.

Il successo del Grand Tour non fu solo simbolico: favorì lo sviluppo economico dei territori attraversati. Locande, taverne, teatri, mercati, guide, editori e pittori prosperarono grazie all’afflusso costante di giovani aristocratici e alle loro famiglie. Si moltiplicarono anche i souvenir e i diari di viaggio, alcuni dei quali divennero best seller dell’epoca, con innumerevoli aneddoti. Un viaggiatore inglese, ad esempio, scrisse con ironia di aver dovuto attraversare a piedi un passo alpino perché i muli si erano rifiutati di continuare, mentre la sua guida parlava solo piemontese e bestemmiava in dialetto.
L’aumento del turismo portò con sé non solo cultura e ricchezza, ma anche una certa dose di caos, soprattutto in quelle località ancora impreparate ad accogliere masse di stranieri. Lo stesso Lord Byron, durante una tappa in Svizzera, non nascose il fastidio per l’invasione di connazionali rumorosi e indiscreti, lamentando che “inquinano il paesaggio” con la loro presenza chiassosa.
Ma non era solo un’avventura per giovani uomini: molte donne parteciparono al Grand Tour, in qualità di sorelle, mogli o viaggiatrici indipendenti. Mary Wortley Montagu, ad esempio, visitò la Turchia e descrisse con accuratezza la condizione delle donne ottomane, sfidando le convenzioni del suo tempo. Anche le figlie dell’aristocrazia europea cominciarono, verso la fine del Settecento, a partecipare più attivamente, anche se sempre sotto la supervisione di accompagnatori fidati.
Il Grand Tour ebbe una pausa forzata nel 1789, con lo scoppio della Rivoluzione francese, ma riprese dopo la Restaurazione. Tuttavia, il volto dell’Europa stava cambiando. L’esperienza del viaggio divenne più accessibile anche alla borghesia grazie all’emergere delle prime guide turistiche e dei nuovi mezzi di trasporto. Il Grand Tour si trasformò così da élite a fenomeno di massa, da rituale educativo a turismo culturale. L’identità europea cominciò ad essere forgiata da queste contaminazioni: nelle architetture inglesi si iniziarono a notare motivi neoclassici italiani, mentre molte città italiane ristrutturarono piazze e vie per ospitare i nuovi visitatori stranieri.
Nel ricordo di Goethe, l’Italia rimase il luogo in cui “gli alberi crescono più armoniosamente e le rovine parlano”, mentre per Byron era “un sogno che cammina sulle gambe della storia”.
Il Grand Tour, con i suoi fasti e le sue fatiche, ha lasciato un’impronta duratura nel paesaggio europeo, culturale e mentale, e si può dire che ancora oggi, ogni volta che viaggiamo per conoscere e non solo per fuggire, siamo eredi inconsapevoli di quella grande, irripetibile avventura.







