Nel corso dell’Età moderna, la rovina di un politico non era quasi mai legata a scandali economici o malversazioni, quanto piuttosto alla perdita del favore del sovrano o dell’influenza politica necessaria a restare a galla. Quello che oggi chiamiamo “corruzione” era raramente motivo di condanna pubblica. Già nel Medioevo, all’interno dei grandi monasteri, erano state introdotte regole per il buon governo del patrimonio religioso, e chi lo dilapidava cominciò a essere visto come un pericolo per la comunità, un amministratore indegno più che un criminale.
E seppure questa sensibilità morale si estese lentamente anche agli ufficiali dell’erario delle monarchie, mancava una vera impalcatura giuridica in grado di impedire appropriazioni indebite e abusi. Solo nel XIX secolo con l’affermarsi dei regimi liberali si arrivò a costruire un quadro normativo capace di affrontare la corruzione in modo sistemico, con leggi, controlli e sanzioni rivolti a tutelare l’interesse collettivo.
Il potere quindi si esprimeva soprattutto nella capacità di distribuire risorse, onori, terre e cariche. Re, cardinali e ministri sovraintendevano a una burocrazia in crescita, la cui lealtà andava premiata. Il denaro pubblico diventava così strumento politico e simbolico, moneta con cui comprare obbedienza, prestigio e stabilità.
La maschera del lusso e la tassazione iniqua
La corruzione, nel cuore dell’ancien régime, non era uno scandalo da nascondere ma una componente accettata – se non addirittura strutturale – del potere. Le ragioni sono da ricercare nella stessa architettura delle monarchie assolute: il re, per definizione, non doveva rendere conto a nessuno, e disponeva a piacimento delle finanze pubbliche per mantenere una corte sempre più affollata, retribuire i funzionari dello Stato e premiare i ministri, i favoriti e gli uomini di fiducia. Le cariche non erano solo funzioni, ma anche rendite, e chi le ricopriva veniva compensato con generosità per la lealtà dimostrata.
A questa logica si sommava un imperativo sociale non meno vincolante: il lusso come manifestazione visibile del rango. Le élite dovevano sostenere spese smisurate per mantenere intatto il proprio prestigio. Chi raggiungeva una carica importante non poteva permettersi la frugalità; la posizione imponeva palazzi sontuosi, mecenatismo, doni, feste e un costante flusso di denaro verso parenti e protetti. In questo contesto, diventava difficile distinguere l’arricchimento illecito dalla “normale” amministrazione della reputazione e del potere.
La giustizia, infatti, raramente interveniva per punire le appropriazioni indebite, ma le cronache non mancavano di registrare i casi più eclatanti. Nella Spagna del Siglo de Oro, uno dei nomi più discussi fu quello di Francisco de Sandoval y Rojas, duca di Lerma e onnipotente ministro di Filippo III. Accumulò un’enorme fortuna personale attraverso speculazioni immobiliari, frodi contabili e una gestione opaca della cosa pubblica, approfittando persino del trasferimento della corte da Madrid a Valladolid. Il suo cerchio ristretto era altrettanto compromesso: Rodrigo Calderón, marchese di Siete Iglesias, venne giustiziato nel 1621 dopo essere stato usato come capro espiatorio; Pedro Franqueza, conte di Vilallonga, fu coinvolto in operazioni simili. Anche il figlio del duca, il duca di Uceda, perpetuò questa tradizione di favoritismi e malversazioni. La fine arrivò solo con il tramonto politico della famiglia Sandoval, quando Filippo IV e il suo nuovo ministro, il conte-duca di Olivares, processarono il duca di Lerma, imponendogli una restituzione annuale di 72mila ducati, oltre agli arretrati di vent’anni.
Ma la corruzione non si fermava ai palazzi spagnoli. In Francia, la disuguaglianza non era solo morale, ma era codificata nei meccanismi stessi dello Stato. Il sistema fiscale dell’Ancien Régime, tra i più iniqui e frammentari d’Europa, rifletteva in pieno questa disparità. Nonostante l’assolutismo politico di sovrani come Luigi XIV e Luigi XV, il regno non disponeva di un’imposta unificata né di un sistema monetario coerente: le province erano tassate in modi diversi, secondo consuetudini locali e privilegi feudali.
Vi era però un tratto comune: il peso delle tasse gravava quasi esclusivamente sul Terzo Stato, cioè il 98% della popolazione. Nobiltà e clero, pur contribuendo in minima parte, godevano di franchigie ed esenzioni. A ciò si aggiungeva la decima obbligatoria: ogni cittadino, indipendentemente dalla propria condizione, era tenuto a versare il 10% del reddito annuale alla Chiesa cattolica. Grazie a questo sistema, il clero divenne una delle istituzioni più ricche del Paese, mentre i contadini e gli artigiani faticavano a sopravvivere.
Fu proprio questa pressione fiscale sproporzionata, insieme all’impunità dell’élite, a creare le condizioni esplosive che, nel 1789, avrebbero portato alla Rivoluzione. Ma il paradosso era già evidente nel Seicento: un potere che si proclamava assoluto, ma che non riusciva a imporre una vera giustizia né un’equità fiscale. Una macchina statale maestosa, costruita però su fondamenta fragili di favoritismi, rendite di posizione e ingiustizie quotidiane.
Mazzarino: splendore e corruzione
I celebri castelli della Loira, oggi vanto del patrimonio francese, furono in molti casi edificati grazie a fortune costruite nell’ombra, da ministri e alti funzionari della corona che, sotto la copertura delle loro cariche, accumulavano immense ricchezze attraverso manovre opache e gestione interessata dei tributi reali.
Tra tutti, nessuno rappresenta meglio questa simbiosi tra avidità e autorità quanto il cardinale Giulio Mazzarino, primo ministro di Francia e figura centrale del potere politico sotto la reggenza di Anna d’Austria e la giovinezza di Luigi XIV. Passato alla storia per la sua leggendaria cupidigia, veniva descritto come incapace di saziarsi d’oro e potere. La stessa regina madre lo accusava di “sordida avarizia“, lamentando la sua insaziabile brama di ricchezze.
Un memorialista del tempo fu ancora più esplicito: “Vendeva tutto, cariche e benefici, e di tutto faceva commercio“.
Soprannominato il “tiranno in rosso” per il colore della sua porpora cardinalizia, Mazzarino detenne una ricchezza personale che non aveva eguali nel suo tempo: il suo patrimonio, si stima, equivalesse quasi al 6% delle entrate annue dell’intera Francia tra il 1651 e il 1660, una cifra comparabile a quella della banca di Amsterdam, la più solida d’Europa. In termini pratici, si può dire che circa 300mila sudditi francesi lavoravano inconsapevolmente per accrescere le sue fortune.
Eppure, nonostante le critiche feroci e i sospetti continui, Mazzarino non fu mai rimosso né processato. Anzi, trasformò il patrimonio dello Stato nel motore della propria ascesa personale, circondandosi di opere d’arte, una biblioteca con oltre 50mila volumi e un’aura di potenza che travalicava i confini della sua funzione ufficiale.

Un altro esempio simbolico fu quello di Nicolas Fouquet, sovrintendente alle finanze di Luigi XIV. Il suo palazzo, Vaux-le-Vicomte, era così magnifico da far impallidire persino Versailles. Ma quel lusso divenne la sua rovina. Luigi XIV, temendo un rivale in splendore e influenza, lo fece arrestare nel 1661 con l’accusa di malversazione. E così il ministro trascorse il resto della vita in prigione, monito vivente per chi confondeva la ricchezza del re con un’eredità personale.
Ma anche al di là della Manica la corruzione non conosceva confini. George Villiers, primo duca di Buckingham, figura di spicco sia presso la corte di Giacomo I (si mormorava che tra i due ci fosse più di una semplice intesa politica) che di quella Carlo I.
Buckingham seppe anche approfittare in modo spregiudicato delle sue responsabilità politiche per introdurre nuovi tributi, vendere franchigie e raccogliere somme considerevoli attraverso canali non ufficiali, costruendo un patrimonio personale enorme. Le voci su di lui si moltiplicarono fino a costringere, nel 1621, il Parlamento inglese ad aprire un’inchiesta. Ma, in un copione già visto, il potente duca ne uscì illeso.
A pagare per lui fu un altro uomo vicino al trono, il filosofo Francis Bacon, allora lord cancelliere. Capro espiatorio designato, Bacon fu rimosso da ogni incarico, escluso dalla vita pubblica e costretto a versare ingenti risarcimenti. In quella vicenda, Buckingham dimostrò un’enorme astuzia politica, deviando le accuse senza che la propria reputazione venisse intaccata. Ciononostante la sua parabola si concluse poco dopo, nel 1628, quando fu assassinato da un ufficiale scontento. Eppure, nonostante tutto, il suo prestigio rimase intatto. A riprova del potere dell’immagine e dell’influenza nelle corti dell’ancien régime, fu il primo suddito inglese non appartenente alla famiglia reale a essere sepolto con tutti gli onori nell’Abbazia di Westminster, accanto al re che lo aveva amato e protetto.
Un secolo di satira e indignazione
La corruzione non sfuggì agli occhi degli artisti e degli scrittori. A Roma, Salvator Rosa affidò alla satira La Babilonia, una feroce denuncia contro l’avidità dei prelati e la decadenza morale della Chiesa. In Francia, Molière caricaturizzava l’ipocrisia dei potenti; in Spagna, Quevedo fustigava la degenerazione della nobiltà.
Questa è Babilonia, ove il mercante
La Babilonia
Trafuga il sacro, e traffica il profano;
Dove la fraude ha volto venerando,
E la giustizia veste abito empio.
Qui si vendon le leggi e le sentenze,
Qui l’onor si riscatta a peso d’oro;
Qui l’ignoranza regge, e la scïenza
Mendica va, col capo in terra, al foro.
Qui il vizio è fasto, e la virtù delitto,
L’adulazion qui regna, e l’alto ingegno
È servo muto, vil, cacciato al fondo,
Mentre l’infame sale al sommo seggio.
Alessandro Manzoni, nel primo capitolo dei Promessi sposi, descrive con amaro realismo una Milano oppressa da funzionari corrotti, in cui le leggi (“gride”) si moltiplicano senza effetto:
L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere.
Ma sebbene il Seicento sia stato un secolo corrotto, non fu immobile. L’assuefazione al privilegio e la disuguaglianza fiscale prepararono il terreno per i sommovimenti del secolo successivo. La Rivoluzione francese non nacque dal nulla: fu la risposta violenta a un sistema che aveva reso il potere sinonimo di impunità, e la ricchezza una prerogativa ereditaria.







