Jesse Owens Luz Long

L’abbraccio che fece infuriare Hitler: la vera storia di Jesse Owens e Luz Long

Agosto 1936, Olimpiadi di Berlino. Nello stadio voluto da Hitler per esaltare la superiorità ariana, due uomini scrivono una storia diversa. Uno è nero, americano, nipote di schiavi. L’altro è tedesco, biondo e simbolo della gioventù hitleriana. Ma tra Jesse Owens e Carl Ludwig “Luz” Long, rivali nel salto in lungo, nascerà un’amicizia che infrangerà la propaganda, i pregiudizi e persino la guerra.

Jesse Owens Luz Long

Due vite, due mondi

Entrambi nati nel 1913, Owens e Long erano all’apice della forma. Ma le loro esistenze non avrebbero potuto essere più diverse.

Jesse Owens era il decimo figlio di una famiglia poverissima dell’Alabama. Nipote di schiavi, aveva lavorato da bambino nei campi di cotone. Il suo talento si rivelò dopo il trasferimento a Cleveland, dove fu iscritto a scuola a nove anni. Era conosciuto con il soprannome JC, abbreviazione di James Cleveland, ma un errore di pronuncia del suo insegnante lo rese “Jesse” per sempre. Alla Ohio State University, sotto la guida di Larry Schnyder, divenne una leggenda: nel 1935, a Michigan, stabilì tre record mondiali eguagliandone un quarto in meno di un’ora. Il suo 8,13 m nel lungo resterà imbattuto per 25 anni.

Luz Long, al contrario, era cresciuto in una famiglia borghese di Lipsia. Il padre farmacista, la madre insegnante d’inglese, proveniente da una prestigiosa famiglia accademica che vantava tra i suoi membri Justus von Liebig, padre della chimica organica. Cresciuto nella campagna sassone, condivideva con i fratelli piccole “olimpiadi di famiglia” nel giardino. Nel 1928 si iscrisse al club sportivo di Lipsia, dove allenato da Georg Richter perfezionò uno stile basato sulla potenza del salto in lungo, a differenza di Owens che sfruttava la velocità da sprinter. Nel 1933, appena ventenne, diventò campione tedesco. Nel 1936 fissò il record europeo a 7,82 m.

Le Olimpiadi del ’36 non erano solo una competizione sportiva: per il regime nazista rappresentavano una vetrina propagandistica, l’occasione perfetta per esibire al mondo la presunta superiorità della razza ariana. Il messaggio era ovunque, persino sui cartelli appesi nei campi di allenamento: “Gli atleti pensino alle Olimpiadi. Non dobbiamo deludere il nostro Führer.”

Anche dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, la politica pesava sull’evento. Owens inizialmente appoggiava l’idea di un boicottaggio, affermando alla National Association for the Advancement of Coloured People che “se in Germania ci sono minoranze che vengono discriminate, gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi“. Ma alla fine accettò di partire. Fu il suo allenatore, insieme ad alcuni dirigenti sportivi, a insistere perché ci ripensasse. Il Comitato Olimpico degli Stati Uniti, infatti, aveva inviato una delegazione ufficiale in Germania per verificare le condizioni e discutere con le autorità naziste il trattamento riservato agli atleti ebrei. Le rassicurazioni ottenute – per quanto ambigue – convinsero Owens a partire. E, ironia della sorte, fu proprio lui a smascherare l’inganno della retorica nazista.

Uno striscione sul campo di allenamento della squadra tedesca ricordava loro l’importanza politica dei Giochi imminenti. Recitava: “Gli atleti di atletica leggera pensino alle Olimpiadi 1936. Non dobbiamo deludere il nostro leader Adolf Hitler“.

La finale più bella della storia

Il duello tra Jesse Owens e Luz Long è ancora oggi ricordato come uno dei momenti più intensi e toccanti nella storia delle Olimpiadi. Long riuscì a eguagliare per ben due volte la misura dell’americano con un salto di 7,87 metri, alimentando la suspense tra il pubblico tedesco. Owens, sotto pressione, rispose con classe: prima un balzo da 7,94 metri, poi un incredibile 8,06, nuovo record olimpico.

Quando Long sbagliò l’ultimo tentativo, capì che l’oro era ormai andato. Ma non si lasciò vincere dalla delusione: si avvicinò a Owens, lo abbracciò e lo sollevò da terra, sotto gli occhi di un pubblico sbalordito.

In quel momento, non contava più chi avesse vinto” – disse Long al Neue Leipziger Zeitung – “Non potevo farne a meno: sono corso da lui, il primo a congratularsi.” Owens, dal canto suo, ammise: “Mi ha costretto a dare il meglio.”

Insieme, batterono per cinque volte il precedente record olimpico. Ma ciò che lasciarono al mondo fu ben più di una gara memorabile.

Quel gesto carico di umanità non passò inosservato. Secondo quanto annotato nel diario di Johanna, madre di Luz Long, pochi giorni dopo la gara il figlio ricevette un severo avvertimento da parte di Rudolf Hess in persona: non avrebbe mai più dovuto abbracciare un uomo di colore. La stretta di mano con Owens, davanti alle telecamere di tutto il mondo, aveva provocato un’irritazione palpabile ai vertici del regime. Luz fu etichettato come “non pienamente razzialmente cosciente” e, da quel momento, costantemente tenuto sotto osservazione.

Doveva muoversi con molta cautela. Quel gesto non fu dimenticato”, racconta oggi Julia Kellner-Long, nipote di Luz.

Dopo quell’Olimpiade, le strade dei due amici si separarono, prendendo traiettorie molto diverse.

Jesse Owens tornò negli Stati Uniti da trionfatore, con quattro medaglie d’oro al collo: 100 metri, 200 metri, 4×100 e salto in lungo. Ma la gloria olimpica non bastò a proteggerlo. Rifiutò di partecipare a una tournée europea organizzata dalle autorità sportive americane e, per questo, fu radiato dalle competizioni. Le offerte commerciali svanirono, e per mantenere la famiglia fu costretto a inventarsi modi creativi – e spesso umilianti – per guadagnare. Fu costretto a reinventarsi. Gareggiò in esibizioni spettacolari contro cavalli, automobili e atleti dilettanti a cui concedeva metri di vantaggio.

Dicono che fosse umiliante correre contro un cavallo. Ma avevo quattro medaglie d’oro, e con quelle non si mangia.

In una famosa esibizione del 1948, in California, batté addirittura un cavallo in una corsa di 100 yard, davanti a un pubblico entusiasta ma anche sorpreso di vederlo in un contesto così distante dalla gloria olimpica.

Dopo anni di lavori saltuari e incarichi poco dignitosi, la svolta arrivò negli anni Cinquanta. Trovò finalmente spazio come oratore motivazionale, fondò un’agenzia di pubbliche relazioni e divenne una figura molto richiesta. Viaggiò per il mondo come ambasciatore dello sport, incarnando i valori di resilienza, dignità e superamento delle barriere.

Nel 1976 ricevette la Medaglia Presidenziale della Libertà, il più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti. Morì quattro anni dopo, nel 1980, per un cancro ai polmoni, all’età di 66 anni.

Luz Long, invece, nel 1941 divenne padre di Kai Heinrich. Ma la guerra incombeva. Richiamato alle armi, fu inviato in Sicilia nel 1943 con il reggimento paracadutista. Poco prima, aveva scritto alla moglie Gisela una lettera tenera e malinconica, raccontandole del campo in cui si trovava: una radura fiorita, circondata dalle montagne. Era il suo ultimo messaggio. Il giorno successivo, nacque il loro secondogenito, Wolfgang. Ma Long non poté mai stringerlo. Il 14 luglio 1943 fu colpito da una scheggia durante la ritirata tedesca e morì dissanguato. Aveva solo trent’anni. Per anni fu dichiarato disperso; solo sette anni dopo la famiglia seppe con certezza della sua morte, e ne fu identificata la tomba nel cimitero militare tedesco di Gela, in Sicilia.

Mito e verità

C’è una leggenda che continua a circolare, romantica e drammatica, come solo le storie potenti sanno essere. Racconta di una lettera scritta da Long a Owens, dal fronte nordafricano, tra “sangue bagnato e sabbia secca”. In quelle righe, Long avrebbe chiesto all’amico di occuparsi del figlio nel caso non fosse tornato vivo.

Raccontagli com’era, Jesse, quando la guerra non ci divideva. Raccontagli come può essere il mondo tra uomini”, reciterebbe la frase più celebre.

Ma, per quanto struggente, è molto probabile che questa lettera non sia mai esistita. Long non combatté mai in Nord Africa e nessuna delle due famiglie ne ha mai trovato traccia. È una leggenda moderna, forse nata per riempire un vuoto, per dare voce a ciò che non fu detto.

Eppure, anche se non vera nei fatti, quella lettera continua a dire qualcosa di autentico. Perché il senso di quella storia – la sua forza morale, la sua bellezza – rimane intatto, simbolico e necessario.

In un mondo che ancora oggi fa i conti con razzismo, discriminazioni e muri invisibili, l’esempio di Luz e Jesse continua a parlare con forza. È un’eredità che va custodita e tramandata.

Julia Kellner-Long

Stuart Rankin, nipote di Owens, ne è convinto:

Tra tutte le imprese sportive di mio nonno, quella che mi emoziona di più è la sua amicizia con Luz. In uno stadio costruito per glorificare l’odio, due uomini dimostrarono che il rispetto reciproco può essere più forte della propaganda. E che anche nei luoghi più inaspettati si può trovare il bene.

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