Parma, domenica 16 marzo 1975. Nella bruma di un mattino qualunque, andò in scena una partita che nessuno riprese in diretta, ma che sarebbe entrata nel mito del cinema italiano. Non era un incontro tra professionisti, ma un duello simbolico tra due visioni del mondo: da una parte la brutalità lucida di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, dall’altra l’affresco epico e contadino di Novecento firmato da Bernardo Bertolucci. Due set distanti solo qualche chilometro, due registi un tempo legati da un rapporto maestro-allievo, ormai separati da divergenze profonde. A provare a ricucire quella frattura fu il calcio, con un’idea che mescolava sport, amicizia e cinema. In campo, tra tecnici e comparse, c’era anche un ragazzino di quindici anni, con le spalle larghe. Si chiamava Carlo Ancelotti. E nessuno, allora, poteva immaginare chi sarebbe diventato.
Amicizie infrante e film epocali
Bernardo Bertolucci, trentatre anni appena compiuti, sta girando il suo film più ambizioso: Novecento, un’opera corale con Robert De Niro e Gérard Depardieu, un’epopea rurale che racconta l’Italia attraverso la lotta di classe. A pochi chilometri di distanza, Pier Paolo Pasolini è immerso nel set claustrofobico e disturbante di Salò o le 120 giornate di Sodoma, un film estremo, destinato alla censura prima ancora di vedere la luce. Un tempo legati da un rapporto di stima profonda, Pasolini e Bertolucci non si parlano da anni. A dividerli, più di tutto, il giudizio severo che Pasolini riservò a Ultimo tango a Parigi.
Ma a sciogliere quel gelo ci pensa Laura Betti, attrice e amica intima di entrambi. È lei a lanciare l’idea: organizzare una partita di calcio tra le due troupe. Un modo semplice, quasi infantile, per farli ritrovare. Il teatro dell’incontro sarà il prato della Cittadella, a Parma. L’appuntamento è fissato all’alba di una domenica d’inizio primavera. Fischio d’inizio: ore 9.30.
La squadra di Pasolini scende in campo indossando le strisce rossoblù del Bologna, la squadra per cui il poeta tifa con passione da sempre. Dall’altra parte, la formazione di Novecento sfoggia una maglia viola acceso, attraversata diagonalmente dalla scritta gialla “NOVECENTO”. Ma è nei dettagli che si nasconde l’ironia: ai piedi, calzettoni arcobaleno, ideati dalla costumista Gitt Magrini, pensati – pare – per confondere gli avversari con un effetto psichedelico. Intorno al campo, una manciata di spettatori: fonici, elettricisti, tecnici, qualche curioso e almeno un cane. A riprendere tutto, con una cinepresa Super 8, c’è Clare Peploe, sceneggiatrice e compagna di Bertolucci, futura regista, testimone involontaria di un evento destinato a sfumare nella leggenda.
Il trucco: i “figuranti” di Bertolucci
Pasolini, che amava definire il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, entra in campo con l’ardore di chi crede che una partita possa essere, ancora, un rito collettivo. In maglia rossoblù, con la fascia da capitano al braccio, corre, urla, si accende come sempre faceva. Bertolucci, invece, si accomoda a bordo campo, nel ruolo del mister riflessivo: osserva, dà indicazioni, ma la sua vera mossa è già stata giocata.
Conoscendo la passione agonistica dell’ex maestro e prevedendo la sua superiorità tecnica, ha deciso di pareggiare i conti con astuzia. Recluta di nascosto due quindicenni delle giovanili del Parma, ufficialmente “figuranti” o attrezzisti. Uno dei due ha spalle larghe, un baricentro basso e un destro educato: si chiama Carlo Ancelotti.
La partita inizia e Salò prende subito il controllo. Grazie alla visione di gioco dell’attore Umberto Chessari, ex promettente delle giovanili della Lazio, i rossoblù si portano avanti 2-0. Ma l’equilibrio si spezza all’improvviso: Pasolini subisce un fallo duro — qualcuno dice da un montatore avversario — ed è costretto a uscire dal campo zoppicando e furioso. E senza di lui, la squadra si sfalda.
Novecento prende fiducia, il ritmo cresce, e gli “attrezzisti” entrano in azione. Ancelotti segna. Gli avversari non possono nulla. Finisce 5-2. Bertolucci solleva la coppa, mentre Pasolini stringe i denti.
Ma nessuno, quel giorno, sa chi fosse davvero quel ragazzino silenzioso e deciso che aveva fatto la differenza. Il suo nome rimarrà nell’ombra per quasi mezzo secolo. E Pasolini, che adorava riconoscere i poeti nei centravanti, non saprà mai di aver giocato — e perso — contro il più vincente allenatore della storia del calcio italiano.
Una vittoria “truccata” e una coppa piena di Dom Pérignon
A fine partita, la Coppa Valle Padana, il trofeo improvvisato per l’occasione, viene solennemente consegnata da Laura Betti alla squadra vincitrice. Ma i pasoliniani, feriti nell’orgoglio e convinti di essere stati beffati, la rifiutano con ostentata freddezza. La tensione è palpabile, tagliente come l’umidità che avvolge Parma quella mattina.
Più tardi, attorno a un lungo tavolo d’osteria, i due gruppi si ritrovano per il pranzo. Pasolini è chiuso in se stesso, sguardo basso, visibilmente contrariato. Non si lamenta apertamente, ma il malumore si legge tutto nei silenzi e negli sguardi. Bertolucci, invece, cerca di smorzare, ride, brinda, abbozza.
Eppure, nelle immagini in Super 8 girate da Clare Peploe, sopravvive un altro frammento di verità: Pasolini e Bertolucci, fianco a fianco, le braccia intorno alle spalle, il trofeo stretto tra le mani. Un sorriso amaro, una tregua. Forse il segno di una riconciliazione ancora possibile. Forse solo una recita per la macchina da presa.
Di quella giornata, per decenni, si saprà poco o nulla. Nessun comunicato, nessuna cronaca ufficiale, tranne una fugace nota della Gazzetta di Parma. Il resto, per anni, resterà sospeso tra mito e oblio. Ma in quelle poche sequenze sgranate — un pallone, due registi, un ragazzino che segna — si conserva, in fondo, un’intera stagione della cultura italiana.
Una partita dentro la storia
Quella partita, sbiadita nelle immagini in Super 8 e nei racconti a metà, è diventata con il tempo un oggetto di culto. Articoli, saggi, ricostruzioni, contro-narrazioni: è il mito che si alimenta di silenzi e frammenti. Nel 2019, il documentario Centoventi contro Novecento ha rimesso insieme i pezzi, raccogliendo le voci di montatori, fotografi, fonici, studiosi. Ognuno ha aggiunto un dettaglio, un ricordo, una smentita. È l’ultima partita giocata da Pasolini, ma anche la rappresentazione finale di un’epoca, un’istantanea in cui cinema, politica e calcio si intrecciano in modo irripetibile.
Otto mesi dopo, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, Pasolini viene brutalmente assassinato all’Idroscalo di Ostia. Il suo corpo viene ritrovato in un campo, accanto a una porta da calcio, come in un’ultima beffarda messinscena del destino. Anni prima, a Enzo Biagi aveva detto:
Dopo la letteratura e l’eros, il calcio è uno dei grandi piaceri della vita.
Su quel prato di provincia, i due cineasti si ritrovarono. Si strinsero la mano, si abbracciarono per una foto, sollevarono una coppa.
Fu una tregua breve, fragile, imperfetta. Ma vera.
E tutto questo accadde semplicemente grazie ad un pallone.







