Tornano le nostre interviste dall’altra parte del mondo, in collaborazione con Calcio Oceanico. Oggi è il turno Rosario Mattia Russo, difensore giramondo classe 1998, che da alcuni giorni si è trasferito a Port Vila, capitale di Vanuatu, arcipelago sito in Oceania, per giocare con gli Ifira Black Bird, squadra locale che parteciperà alla OFC Champions League 2025. Insieme a lui è stato ingaggiato Benoit Beaujeon, portiere francese che abbiamo avuto il piacere di intervistare l’anno scorso.
Rosario racconta per i nostri lettori il tuo percorso di formazione. Dove e quando sei nato, dove hai passato la tua infanzia e come hai iniziato a giocare a calcio.
Sono nato a Catania il 16 dicembre 1998, ma la mia infanzia l’ho passata a Matelica perché i miei lavoravano lì. Io però mi sento catanese, anche se crescendo nelle Marche sarei più marchigiano, diciamo che sono un mix delle due cose. Ho iniziato a giocare a calcio a 5 anni nel 2004 nella Polisportiva Junior Matelica, che era stata appena creata quell’anno. Ho iniziato a giocare grazie a mio zio Gaetano, fratello di mia madre, perché era ed è tuttora appassionato di calcio e mi segue sempre. Quando ero piccolo lui giocava con me con la palla in giardino, quando eravamo in Sicilia d’estate, e da lì è nato l’amore per il calcio.
Come hai deciso di provare un’avventura all’estero? Non è così immediato per un italiano decidere di fare i bagagli e trasferirsi dall’altra parte del mondo (letteralmente).
Bella domanda (sorride). È stato complicato fin dalla prima esperienza che ho fatto nel 2021 con la maglia del Herrera in Spagna. Inizialmente quando ho ricevuto la proposta di venire a Vanuatu – Russo ci risponde direttamente da Port Vila dove si trova, ndr – ero contento, perché il fatto che qualcuno manifesta interesse per te fa sempre piacere. La mia famiglia e una persona per me importante mi hanno spinto a partire, anche se, al solo pensiero di stare via due mesi, provavo già nostalgia. Diciamo che nonostante queste titubanze alla fine sono partito ed eccomi qua con il sostengo della famiglia e di questa persona a me cara. Non è stato facile e non è facile, perché sono molto legato ai miei affetti. Lasciare le proprie abitudini e la propria comfort zone, non è mai facile a prescindere da quello che devi fare che sia lavoro o calcio. Ci vuole coraggio. Devi lasciare situazioni sospese, amici, parenti e per come sono fatto io un po’ lo soffro e ho avuto e ho i miei momenti di debolezza, però poi piano piano tutto passa perché so che comunque ho i mie affetti vicino anche se sono lontani fisicamente.
La tua ultima esperienza all’estero è stata in Mongolia con i Bulgan SP Falcons, squadra della massima divisione mongola. Puoi raccontare per i nostri lettori come si svolgeva la tua vita là, una giornata a Ulaanbaatar – la capitale della Mongolia, ndr – per intenderci, com’è il livello del calcio lì, come ti sei trovato. Descrivi la tua avventura in Mongolia.
In Mongolia ci ritornerei subito perché mi sono trovato benissimo, anche se le prime settimane volevo tornare in Italia, sono sincero. Avevo qualche dubbio perché l’atleta, anche se non è a livelli top, ha sempre dei dubbi sulle proprie qualità. In fondo nessuno di noi è perfetto e ognuno di noi ha le proprie debolezze, però non ho mollato e ho cominciato a intraprendere la mia routine. Mi alzavo, facevo colazione poi facevo due passi per l’allenamento, andavo in palestra. Quando non giocavamo, andavo a vedere le partite di seconda e terza divisione che si giocano tutte nello stesso stadio di Ulaanbaatar. Uscivo poi con i miei compagni stranieri, brasiliani e coreani. Il livello là è quello dell’Eccellenza italiana per quanto riguarda le prime due o tre squadre della massima divisione, mentre le altre sono più vicine alla nostra Promozione o alla nostra Prima categoria. Quello su cui devono migliorare sono gli aspetti organizzativi fuori dal campo e quelli tattici dentro al campo.
Come potrebbero farlo?
Assumendo persone straniere competenti. Ma, come dicevo, mi sono trovato bene e ci ritornerei. Dopo questa esperienza che farò nella OFC Champions League, che è una sorta di vetrina per me, vorrei fare uno step in più, ma non vorrei più allontanarmi così tanto da casa. Valuterei proposte vicino all’Italia e soprattutto nella nostra Serie D, però, perché no anche nella Serie A di uno dei Paesi baltici.
Molti si chiedono come fai a ottenere contratti in posti così lontani. Hai voglia di raccontarci questo tuo segreto?
In questi anni anni ho sempre contattato da solo qualsiasi persona che sia diretto sportivo o allenatore di qualsiasi squadra del mondo. In Mongolia ho firmato così, in Nuova Zelanda è stato un amico a farmi da tramite, mentre questa opportunità a Vanuatu è arrivata mentre ero su Facebook. A metà gennaio ho visto l’annuncio fatto dall’Ifira sulla propria pagina in cui si cercavano giocatori internazionali per disputare la Champions League oceaniana. C’era una mail che indicava dove inviare tutti i miei dati. L’ho fatto e dopo qualche giorno mi hanno contattato e alla fine eccomi qua da una settimana. A volte ho la voglia di tornare a casa, perché sono a 17.000 chilometri da casa e non è sempre semplice. Altre volte invece sento la voglia di fare bene sul campo. La mia testa ora è sempre più concentrata sul 31 marzo e sulla prima partita che giocheremo alle Isole Salomone, contro il Tupapa Maraerenga FC – squadra campione delle Isole Cook, ndr.
Adesso sei a Vanuatu, per allenarti e giocare con gli Ifira Black Bird. Come è stato l’impatto con Port Vila? Raccontaci un po’ come sono la vita lì, il calcio, le persone, il mare…
Il mio impatto con Vanuatu è stato molto più leggero di quello con la Mongolia. Mi sono trovato bene fin da subito, a parte il caldo che è asfissiante. Mi servirà un’altra settimana per prendere i ritmi del sonno e del caldo. Dormo 8 ore andando a letto presto, verso le 21 o le 22, cosa che in Italia non farei mai. Quando guardo il mare e vedo il tramonto mi sento bene. Stare qui mi sta proprio rimettendo in equilibrio, anche se ci sono da pochissimo. Spero di migliorare in queste settimane sia come calciatore, perché in ogni luogo che vai qualcosa lo impari sempre, ma anche come persona. Questa è una cosa che serve a me e alle persone che mi circondano perché so di dover migliorare in tanti aspetti.
Torniamo al calcio. Quali sono le tue aspettative per questa stagione?
Il mio obiettivo al momento è vincere la OFC Champions League 2025. Non mi importa se ci sono squadre importanti come l’Auckland City FC. Io mi impegnerò al massimo per portarla a casa ed entrare nella storia del calcio di Vanuatu e italiano, perché nessun calciatore di casa nostra ha mai vinto questa competizione. Vincere questo trofeo è un tarlo che ho da un po’, perché prima di arrivare qua, avevo cercato altre squadre che avrebbero giocato questa edizione della Champions League. So, però, che con l’Ifira ho una chance in più perché siamo un bel gruppo e una bella squadra, forte fisicamente e con una buona tecnica. Dobbiamo sicuramente migliorare sotto l’aspetto tattico. Se dovessimo fare questo upgrade, potremmo vincere il girone e chiudere da imbattuti – Russo e l’Ifira giocheranno anche contro il Central Coast, delle Isole Salomone, e Hekari United, da Papua Nuova Guinea, ndr – così da non incontrare Auckland City FC in semifinale. Vorrei affrontarli in finale e batterli. Sarebbe l’apoteosi di questi ultimi anni della mia carriera. Mi auguro ovviamente anche di vincere la Port Vila Football League che si concluderà in queste prime settimane.
Per concludere qual è il tuo sogno nel cassetto?
Divido la risposta in due livelli, quello calcistico e quello personale. Per quanto riguarda il primo è il sogno è quello mantenere la promessa che feci qualche anno fa a mio nonno Rosario, grande tifoso del Catania, che adesso non c’è più: indossare almeno una volta la maglia del Catania, in qualsiasi categoria la squadra si trovi. Se dovesse succedere potrei appendere le scarpette al chiodo e finire di giocare, perché per me sarebbe il massimo della vita e mi stanno venendo i brividi solo a pensarci, perché so che avrei reso orgogliosa una persona che contava su di me e che purtroppo è venuta a mancare. Ultimamente mi sono trovato spesso a pregare chiedendo sostegno a lui e anche all’altro mio nonno che non c’è più. Io spero che mi stiano vicini per raggiungere questo sogno. Se non dovessi riuscirci cercherò comunque di arrivare il più in alto possibile, che ovviamente sarebbe vincere la Coppa del Mondo con l’Italia, e lo dico con molta umiltà, però mai dire mai nella vita, no? Ho lo 0,00001% di riuscirci ma io lo sfrutterò fino alla fine e fin quando avrò voglia. Se non avessi avuto questo fuoco dentro non sarei nemmeno partito per fare questa esperienza. A livello personale vorrei diventare una persona migliore.
Salutiamo Rosario con la promessa di risentirci nelle prossime settimane e, soprattutto, quando inizierà il torneo per avere notizie dirette di come stia andando. Solo due squadre non australiane o neozelandesi hanno vinto il trofeo, Hekari United (Papua Nuova Guinea) nel 2010 e Hienghène Sport (2019), che sia il turno di un’altra outsider? Ce lo auguriamo di cuore per Rosario e per quelli come lui che il sogno lo vogliono trasformare in realtà.







