«Senza Maometto, Carlo Magno sarebbe inconcepibile», scrisse il celebre storico belga Henri Pirenne, accendendo una delle più durature e affascinanti controversie storiografiche del Novecento. Con questa affermazione, Pirenne sfidava l’idea consolidata che la fine della civiltà romana fosse da attribuire esclusivamente alle invasioni barbariche del V e VI secolo. Secondo lui, non furono i Franchi o i Goti a distruggere l’eredità dell’Impero, ma l’Islam. O meglio: la sua ascesa nel Mediterraneo.
Pirenne sosteneva che, anche dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la Gallia mantenne una certa continuità amministrativa ed economica. I Franchi, soprattutto dopo la loro conversione al cattolicesimo, conservarono molte strutture romane, mantenendo la monetazione aurea, un sistema fiscale semplificato, e una forma di amministrazione basata sulla vecchia burocrazia romana. La vera cesura, secondo lo storico, arrivò non con la conquista barbarica, ma con l’espansione del califfato arabo, che nel VII secolo spezzò l’unità del Mediterraneo e interruppe i legami vitali tra Oriente e Occidente.
Questa interruzione causò la progressiva ruralizzazione dell’economia europea con il ritorno all’autosufficienza, la scomparsa delle merci di lusso e la fine della monetazione aurea. Le prove? Quelle che lo storico Robert Lopez chiamò le “quattro sparizioni“: papiro, tessuti orientali, spezie e monete d’oro, beni che fino ad allora l’Occidente importava dall’Impero bizantino.
Secondo Pirenne, il papiro, usato per secoli nei documenti ecclesiastici e statali, scomparve improvvisamente in Gallia dopo il 677, segnando un punto di non ritorno. I tessuti pregiati furono rimpiazzati dai pannilani fiamminghi, più modesti, mentre le spezie e le monete d’oro sparirono dai mercati occidentali, a testimonianza del collasso dei collegamenti con l’Oriente.
Tuttavia, non tutti gli storici furono convinti da questa visione. Robert Lopez, per esempio, replicò che molte di queste “sparizioni” potevano essere spiegate non da un’interruzione dell’offerta, ma da un cambiamento nella domanda. Il papiro, disse, cadde in disuso perché cambiò il modo di documentare e archiviare, e perché il diritto romano perse rilevanza. Le spezie e i tessuti orientali non sparirono per mancanza di accesso, ma perché i gusti mutarono. Quanto all’oro, i Franchi seguirono lo standard argenteo degli arabi in Spagna, non perché costretti, ma per convenienza monetaria.
Una critica ancora più radicale venne da Daniel Dennett. Perché, si chiese, gli arabi avrebbero voluto interrompere il commercio con l’Occidente? Dopotutto commerciavano con bizantini, indiani, persiani, nomadi centroasiatici, perfino con i cristiani italiani. Perché non con i Franchi? E se il commercio con la Gallia declinò, non potrebbe essere stato a causa del caos post-invasione barbarica, più che per un embargo califfale?
Dennett osservò inoltre che l’Islam non avrebbe avuto il potere di interrompere i commerci con l’Occidente finché non ebbe il controllo della Sicilia, e ciò avvenne solo a partire dall’827, con la presa di Palermo da parte degli Aghlabiti. Siracusa cadde nel 878, Taormina nel 902. Il pieno dominio sull’isola arrivò solo nel X secolo inoltrato.
Eppure, una difesa sottile della tesi di Pirenne venne da A.H. Sturler, che suggerì che non serviva un embargo formale perché bastava il caos. Le guerre continue, le instabilità politiche, le nuove rotte e i nuovi attori potevano aver disgregato il Mediterraneo come spazio di scambio unitario, rendendo l’Occidente più isolato. In questo senso, l’ascesa dell’Islam fu una forza di “deglobalizzazione” (un’idea paradossale, visto quanto l’Islam integrò le culture che conquistò).
Per risolvere la disputa, sarebbe utile disporre di dati sui prezzi delle merci. Se Pirenne e Sturler hanno ragione, allora il costo relativo delle merci orientali sarebbe aumentato, come segno della scarsità. Se, al contrario, ha ragione Lopez, i prezzi sarebbero calati per via della domanda in calo. Ma, per quel periodo, non esistono dati affidabili, pertanto bisogna accontentarsi di tracce qualitative come cronache e ritrovamenti archeologici.
In questo contesto, prende forma un’ipotesi audace. Prendendo spunto dal brillante articolo dello storico svedese Sture Bolin “Maometto, Carlo Magno e Rjurik” il mondo carolingio non si chiuse all’Islam, ma ne fu indirettamente stimolato attraverso una rotta alternativa: il Baltico. L’argomentazione è chiaramente indicata nella seguente citazione:
In primo luogo, che cessassero meno gli scambi tra l’Europa occidentale e il mondo arabo durante il periodo carolingio, è assolutamente certo. Come è certo che è, nel califfato, il commercio, l’industria e l’economia urbana fiorirono come mai prima. In secondo luogo, indipendentemente dal fatto che gli scambi dell’Europa occidentale aumentassero o diminuissero durante questa epoca gli antichi legami tra di essa e i Paesi nordici e del Baltico divennero molto più importanti, soprattutto nella prima parte dell’età carolingia. Se questi due fatti accertati vengono giustapposti però il problema principale si ripropone nuovamente, dovendo tutti chiederci se le comunicazioni tra l’impero dei Franchi e il nord divennero più vivaci a seguito della riduzione di quelle tra l’occidente e l’oriente oppure se gli stessi fattori fossero responsabili per la prosperità del commercio sia nel califfato sia intorno al Mar del Nord.
Sture Bolin
Bolin scelse con decisione la seconda delle due alternative. Secondo lui, la prosperità del mondo islamico non frenò la crescita dell’Occidente, ma la stimolò indirettamente, attraverso i suoi effetti sui Variaghi e sulla Rus’ di Kiev.
Bolin osserva innanzitutto che gli scambi tra l’Europa occidentale e l’Oriente non si interruppero nei secoli VII e VIII con l’avvento dell’Islam. Al contrario, continuarono sotto forme precise: l’Europa esportava schiavi, pellicce e spade, ricevendo in cambio argento e beni di lusso come sete e spezie. Tuttavia, questi prodotti non provenivano in larga parte dall’Occidente franco. Gli schiavi erano perlopiù slavi orientali, le pellicce arrivavano dalle regioni più settentrionali ed orientali dell’Europa, mentre solo le spade erano effettivamente di manifattura franca.
Il traffico di esseri umani seguiva percorsi ben definiti. Gli schiavi venivano condotti a piedi lungo le grandi vie terrestri, da Cracovia a Praga, poi concentrati a Verdun ed esportati attraverso Arles verso la Spagna e le regioni del mondo islamico. A gestire questi scambi erano mercanti ebrei poliglotti, i Radaniti, i cui contatti si estendevano dalla Penisola Iberica e dal Nord Africa fino alla Cina.
Secondo Bolin, però, un cambiamento decisivo si verificò all’inizio del IX secolo. I Norreni, prendendo il controllo dei grandi sistemi fluviali della Russia, aprirono un collegamento diretto con i mercati orientali, immensamente più redditizi. Per sostenere questa rilettura della tesi di Pirenne, egli individua tre passaggi fondamentali. Primo, la forte espansione economica del mondo islamico tra il VII e il X secolo. Secondo, la definizione della natura e dell’intensità degli scambi tra svedesi e russi da un lato ed economie musulmane dall’altro. Terzo, il collegamento tra questo commercio orientale e l’Europa occidentale attraverso il Baltico e il Mare del Nord.
È in questo quadro che interviene la domanda posta da Noonan: perché i Vichinghi si spinsero per la prima volta in Russia? Non certo per il saccheggio, come accadeva in Occidente, dove colpivano monasteri e città ricche in Inghilterra, Irlanda e Francia. La Russia dell’epoca era una regione di fitte foreste, scarsamente popolata e priva di grandi tesori immediati. Ma più a sud esisteva una fonte di ricchezza abbondante e strutturata. Lungo i sistemi fluviali russi e attraverso brevi tratti terrestri, si poteva raggiungere il Volga e il Mar Caspio fino a Baghdad, oppure il Dnepr e il Mar Nero fino a Costantinopoli.
Dal mondo islamico affluivano in grande quantità dirham d’argento, ottenibili in cambio di prodotti forestali del Nord, in particolare pellicce, e di schiavi slavi. Non era neppure necessario raggiungere Baghdad o Costantinopoli, poiché Khazari e Bulgari del Volga fungevano da intermediari affidabili. Le prime città russe, come Staraja Ladoga, Novgorod e la stessa Kiev, nacquero in gran parte come centri di raccolta, stazioni commerciali e luoghi di servizio per questo traffico a lunga distanza.
Noonan segnala la scoperta di numerosi tesoretti di dirham islamici lungo il Volga e il Dnepr, databili prevalentemente tra l’800 e l’840. Ciò implica che almeno una moneta islamica su tre diretta a nord finiva nella regione baltica, poiché non esisteva alcun percorso alternativo che bypassasse la Russia. Egli spiega il relativo ritardo nell’avvio di questo commercio con la lunga guerra tra Omayyadi e Khazari per il controllo della regione caucasica, tra Mar Nero e Mar Caspio. Gli eserciti arabi potevano vincere sul campo, ma non disponevano delle risorse necessarie per mantenere stabilmente l’occupazione. Gli Abbasidi compresero infine il problema e optarono per una soluzione diplomatica che portò alla fine delle ostilità entro la fine dell’VIII secolo, inaugurando una fase di scambi reciprocamente vantaggiosi.
Nei secoli IX e X, né la Scandinavia né la Polonia disponevano di una monetazione propria rilevante. I dirham probabilmente circolavano sia come mezzo di scambio quotidiano sia come riserva di valore. Il fatto che molte monete fossero tagliate, il cosiddetto “argento tagliato”, viene spesso citato come prova di questo uso. I Carolingi e gli Ottoni, pur coniando monete d’argento, avrebbero comunque riutilizzato dirham per soddisfare il fabbisogno monetario.
Alcuni studiosi hanno anche suggerito che la riforma monetaria di Carlo Magno del 794, con l’introduzione del denaro pesante d’argento, richiedesse quantità di metallo impossibili da ottenere esclusivamente in Occidente, e che i dirham islamici colmassero questo vuoto. Tuttavia, questa ipotesi è stata contestata, dato che non sono stati trovati tesoretti di dirham a ovest del Reno, né esistono prove dirette del loro uso nelle zecche carolingie.
Resta comunque difficile negare che i contatti tra l’Europa settentrionale e il mondo islamico attraverso il Dnepr, il Don e il Volga abbiano avuto un effetto positivo sulla crescita economica occidentale tra IX e X secolo. Le esportazioni di schiavi e altri prodotti finanziarono afflussi d’argento che contribuirono alla progressiva monetizzazione di un’economia europea in espansione.
In questo senso, Bolin aveva ragione a sostenere che fu Rjurik a “riunire” simbolicamente Maometto e Carlo Magno, favorendo lo spostamento del baricentro dell’economia europea dal Mediterraneo alle coste settentrionali. Un cambiamento destinato a segnare in profondità la storia economica dell’Europa per tutto il millennio successivo.







