Un secolo fa, una giovane aspirante attrice pubblicò un’autobiografia che fece molto parlare di sé… perché era, in gran parte, inventata di sana pianta. La storia di Joan Lowell è una delle prime grandi frodi letterarie americane, una vicenda che parla di fama, stampa, desiderio di successo e di quanto la verità possa arrendersi alle esigenze dello spettacolo.
Nel 1922, una ragazza appena diplomata a Berkeley, in California, si trasferì a Los Angeles con il sogno di diventare attrice. Si faceva chiamare Helen Joan Lowell, ma presto abbandonò l’Helen e si fece chiamare semplicemente Joan. Trovò lavoro come comparsa in un film dal titolo suggestivo, Souls for Sale, che raccontava proprio la storia di una donna che cerca di sfondare a Hollywood. Il ruolo fu minuscolo, ma fu un’altra parte della sua biografia a catturare l’attenzione dei giornali.
Lowell raccontò a un cronista che, fin da quando era bambina, aveva vissuto su uno schooner a quattro alberi chiamato Minnie A. Caine, comandato da suo padre. Secondo il suo racconto, aveva trascorso sedici dei suoi diciannove anni a vagare per mari aperti e che vivere sulla terra ferma le risultava ancora strano.
La stampa locale, rapita da questo ritratto romantico, pubblicò interviste in cui Lowell diceva di non avere mai visto un’altra ragazza fino a sedici anni, perché cresciuta fra soli uomini. Un giornale la definì “la scoperta più affascinante del cinema di questi tempi”. Quel racconto di mare le fece ottenere una parte di rilievo in un film epico chiamato Loving Lies, e iniziò a frequentarsi con lo sceneggiatore e produttore, Thompson Buchanan, che poi divenne suo marito.
Era l’epoca delle starlette hollywoodiane, quella il cui passato interessante, vero o presunto, poteva farle passare da comparsa a celebrità. Lowell non era un’attrice formidabile, ma i giornali di tutto il Paese volevano sentirla parlare. Ogni volta che le veniva chiesto, la sua storia cambiava un po’: prima diceva che sua madre era morta dopo averla messa al mondo e che lei aveva iniziato la sua vita sul mare a sei mesi, poi affermava che sua madre l’aveva lasciata perché non voleva crescere figli, e che era salita sulla nave a tre mesi. In altre versioni, sosteneva di essere “troppo fragile per vivere” e che suo padre l’aveva trasferita in mare appena nata.
Poi arrivò l’idea del libro. In quegli anni, la radio, i giornali e la neonata industria dell’intrattenimento stavano creando nuove forme di celebrità. Lowell iniziò a girare per stazioni radio raccontando la sua storia incredibile. Nel 1928 cenò con Edward Bernays, uno dei più famosi pubblicisti di Manhattan, che rimase così affascinato dai suoi racconti da suggerirle di scrivere un libro. In poco tempo lei portò a Bernays un primo capitolo, che venne passato all’agente letterario George T. Bye e, da lì, alla Simon & Schuster, allora giovane ma già ambiziosa casa editrice.
Il libro si intitolava The Cradle of the Deep (letteralmente, “La culla degli abissi”), e la casa editrice lo presentò come un evento. Il Book-of-the-Month Club lo scelse come titolo ufficiale, garantendo vendite enormi; critici e editori parlarono di una probabile “sensazione letteraria dell’anno”. Anche il regista D. W. Griffith lo opzionò per un film, con Lowell pronta a interpretare se stessa.
Ma ben presto cominciarono ad arrivare le prime crepe nella storia. Un dipendente di una grande libreria, esperto di vela, disse che il libro poteva essere “la frode del secolo”. Quando l’editore chiese a Lowell se poteva aver esagerato, lei negò con fermezza. Poi un critico di un altro giornale chiese a un marinaio professionista se fosse possibile fare certe manovre descritte da Lowell su quello specifico tipo di nave. La risposta fu semplice: “Certo che no!”. Messa sotto pressione, Lowell, in un impeto di rabbia, tentò persino di scagliarsi contro il critico, urlando che nessuno l’aveva mai definita una bugiarda.
Nonostante tutto, il libro fu un best seller. Vendette centinaia di migliaia di copie, fu descritto come “vivido, ricco e vigoroso”, e persino i librai a Honolulu facevano fatica a tenere le copie in magazzino. La festa di lancio si tenne su un transatlantico di lusso, con celebrità e personaggi influenti presenti.
Quando alla fine uscì la recensione di Lincoln Colcord sull’Herald Tribune, fu una doccia fredda. Colcord, scrittore e appassionato di mare, distrusse la credibilità delle descrizioni nautiche di Lowell, sostenendo che un reale marinaio non avrebbe mai scritto certe cose. Poco dopo, i reporter cominciarono a scavare nella sua vita reale scoprendo che Joan Lowell non era nemmeno il suo vero nome e la nave Minnie A. Caine non era mai stata distrutta in un incendio come raccontato nel libro. Persone che l’avevano conosciuta a Berkeley confermarono che aveva vissuto sulla terra ferma e che aveva frequentato la scuola regolarmente.
Alcuni elementi, però, erano autentici: suo padre era davvero capitano di una nave, e in effetti aveva vissuto un grave naufragio anni prima, anche se non con sua figlia a bordo. E Lowell, effettivamente, aveva passato qualche tempo sulla Minnie A. Caine da bambina, dove si auto-eleggeva “bibliotecaria della nave”.
La rivelazione della truffa divenne notizia nazionale. Lowell ammise che i gattini menzionati nel libro erano stati aggiunti “per colore”, ma non confessò altre inesattezze importanti, e il libro continuò a vendere. I lettori potevano restituirlo per un rimborso, ma in pochi lo fecero. Simon & Schuster lo riclassificò come narrativa, e le vendite aumentaro ulteriormente: divenne uno dei libri più venduti del 1929.
Negli anni successivi la sua carriera continuò in modi altrettanto bizzarri. Divorziò dal marito, trovò lavoro come giornalista per un tabloid di Boston, e pubblicò un secondo libro, Gal Reporter, con storie altrettanto esagerate. Annunciò un viaggio attorno al mondo in barca con suo padre, attrasse folle ai porti quando salpava, e raccontò incidenti di mare e sopravvivenze miracolose che nessuno riusciva a verificare. A volte le sue storie includevano ladri di villaggi esotici, anaconde che la stringevano al collo o alligatori feroci. I giornalisti, naturalmente, continuarono a guardarla con sospetto.
La sua fama declinò lentamente. Dopo gli anni ruggenti, fatti di libri venduti a centinaia di migliaia di copie, tournée pubblicitarie, false partenze per viaggi attorno al mondo e promesse di nuovi film mai realizzati, la sua figura si fece via via più evanescente. Eppure, anche lontano dai riflettori, Lowell non smise mai di costruire racconti su di sé.
Negli anni Quaranta e Cinquanta si stabilì in Brasile, in una tenuta nella regione di Anápolis, insieme a un capitano di nave americano. Lì avviò una piantagione di caffè e cercò perfino di attirare altre celebrità americane, vendendo terreni che, in alcuni casi, non possedeva nemmeno. Uno degli episodi più grotteschi la vide coinvolta nella vendita di una proprietà a Mary Martin, attrice e cantante di Broadway, che scoprì solo all’arrivo in loco che il terreno era occupato da altri… che la accolsero a fucilate.
Nel 1952 pubblicò il suo ultimo libro, Promised Land, che avrebbe dovuto intitolarsi Westward Whoa!. Anche in questo caso, mescolava fotografie reali e racconti di dubbia origine, cercando di conferire verosimiglianza a una narrazione ormai in bilico tra realtà e finzione. L’interesse del pubblico, però, era svanito. Negli ultimi anni, Lowell visse ai margini della notorietà, tra sporadiche menzioni sui giornali e qualche tentativo fallito di rilanciarsi. Nel 1957 fu arrestata dalle autorità brasiliane per una serie di assegni scoperti per un valore equivalente a decine di migliaia di dollari. Anche in quella circostanza, offrì una versione alternativa, affermando di essere vittima di un complotto e che alcuni banditi avevano minacciato suo marito.
Morì dieci anni dopo, nel novembre del 1967, nella sua casa brasiliana, probabilmente per un edema polmonare. La notizia passò quasi inosservata. Solo alcuni giornali, come il New York Times, le dedicarono un breve necrologio, ricordandola come l’autrice di uno dei più clamorosi scandali letterari del suo tempo.
Eppure, Joan Lowell lasciò dietro di sé qualcosa di più di uno scandalo. Fu, nel suo modo audace e sfrontato, una pioniera della narrazione manipolata, del personaggio costruito a tavolino, della memoria reinventata come forma di intrattenimento. La sua storia continua a interrogare il bisogno profondamente umano, allora come oggi, di credere a una bella bugia ben raccontata.







