Mahmoud Ajjour, Aged Nine di Samar Abu Elouf

Lo scatto vincitore del World Press Photo of the Year 2025

Un bambino seduto su un letto d’ospedale, gli occhi spalancati sul mondo. Intorno a lui, pareti bianche, fredde, e il silenzio ovattato di una stanza lontana dalla guerra. Ma qualcosa, nello sguardo assorto di Mahmoud Ajjour, rivela una presenza che va oltre ciò che si vede: una ferita che è insieme fisica e invisibile. Non ha le braccia, Mahmoud. Le ha perse a nove anni, mentre cercava di fuggire da un bombardamento a Gaza. Ed è questo scatto toccante, insieme delicato e brutale, che ha valso alla fotografa palestinese Samar Abu Elouf il World Press Photo of the Year 2025.

Lo scatto vincitore: Mahmoud Ajjour, Aged Nine di Samar Abu Elouf

La fotografia è stata scattata in Qatar, dove Abu Elouf vive da quando è stata evacuata da Gaza nel dicembre 2023. Oggi condivide lo stesso complesso residenziale con Mahmoud e altri bambini palestinesi gravemente feriti, costretti a lasciare la Striscia per ricevere cure mediche. Mahmoud è uno di loro: ha perso un braccio e l’altro è stato devastato da una deflagrazione mentre, durante un attacco a Gaza City, si voltava per incitare la sua famiglia a seguirlo. Ora impara a usare i piedi per scrivere, giocare, mangiare. A vivere. Sogna delle protesi e una casa dove la guerra non arrivi mai più.

Non c’è sangue nello scatto di Abu Elouf, né macerie. Eppure, tutto parla di dolore. È un’immagine silenziosa, come l’ha definita Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva di World Press Photo: “ma capace di parlare con forza“. In quello sguardo c’è una perdita incalcolabile, ma anche una sorprendente dignità. E nel modo in cui la luce accarezza il volto di Mahmoud, si intravede la delicatezza di chi ha vissuto e raccontato questa tragedia dall’interno.

Mahmoud Ajjour, Aged Nine di Samar Abu Elouf

Fotografa freelance per testate come il New York Times, Abu Elouf è originaria di Gaza, e documenta da anni la vita nella Striscia, con uno sguardo intimo e partecipe. Le sue immagini parlano di guerra, certo, ma anche di resilienza, di famiglia, di vita quotidiana che ostinatamente resiste.

Con Mahmoud Ajjour, Aged Nine, Abu Elouf non fotografa solo un bambino mutilato dalla guerra, ma l’infanzia stessa, interrotta e mutilata. La foto è diventata il simbolo di una generazione cresciuta sotto le bombe, e pone una domanda scomoda al mondo: cosa resta, quando si toglie tutto a un bambino?

Le altre due finaliste: migrazione e cambiamento climatico

Come ogni anno, il premio World Press Photo ha voluto raccontare la complessità del presente attraverso tre immagini-simbolo. Accanto allo scatto di Abu Elouf, sono state premiate due fotografie che affrontano altri due nodi cruciali del nostro tempo: la migrazione e il cambiamento climatico.

Night Crossing di John Moore (Stati Uniti, Getty Images) ritrae un gruppo di migranti cinesi rannicchiati sotto la pioggia, subito dopo aver attraversato il confine tra Messico e Stati Uniti. Il momento è fragile, sospeso. Lontano dalle immagini stereotipate, la fotografia restituisce l’umanità profonda e vulnerabile di chi attraversa i confini in cerca di una possibilità.

Dall’altra parte del mondo, Musuk Nolte (Perù/Messico, Panos Pictures, Bertha Foundation) ci porta in Amazzonia con Droughts in the Amazon. Un giovane cammina due chilometri sul letto prosciugato di un fiume per portare da mangiare a sua madre. Dove un tempo scorreva l’acqua, ora c’è polvere. Il paesaggio, un tempo rigoglioso, si è trasformato in un simbolo spettrale della crisi climatica.

Come ha dichiarato Lucy Conticello, presidente della giuria globale e photo director per M, il magazine del Le Monde, la decisione è stata unanime: “Quella di Mahmoud è un’immagine stratificata, umana, necessaria“. Il potere di queste tre fotografie è nella loro capacità di raccontare l’universale attraverso l’intimo, la geopolitica attraverso i corpi e i volti delle persone comuni.

Nel 70° anniversario del concorso, World Press Photo rinnova così la sua missione: celebrare il fotogiornalismo come strumento di verità, di testimonianza, e di memoria. In un’epoca in cui le immagini scorrono veloci e si dimenticano in fretta, quella di Mahmoud Ajjour rimane impressa. E con lei, la voce silenziosa e potente di Samar Abu Elouf.

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