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Calcioscommesse, ci risiamo…: indagine, retroscena e ipocrisie nel calcio italiano

L’ennesimo scandalo scommesse scuote il calcio italiano, ma più che uno shock appare come una conferma: il sistema non solo tollera certe dinamiche, ma ne trae giovamento. L’inchiesta della Procura di Milano ha smascherato una rete di scommesse illegali che coinvolge almeno dodici calciatori professionisti, tra cui nomi eccellenti della Serie A come Nicolò Fagioli, Sandro Tonali, Leandro Paredes, Raoul Bellanova, Nicolò Zaniolo e altri. Nessuno di loro, almeno secondo le indagini, avrebbe scommesso sulle proprie partite, ma tutti avrebbero utilizzato piattaforme illegali, accumulando debiti milionari e finendo in una spirale di dipendenza e ricatti. Le indagini hanno rivelato un sistema in cui i giocatori venivano introdotti a piattaforme non autorizzate come Betsport22, Swapbet365, Texinho, grazie a “promotori” all’interno dello spogliatoio, come Fagioli e Tonali, che avrebbero convinto altri colleghi ad entrare nel giro, promettendo sconti sui debiti o favori personali. Quando i conti diventavano ingestibili, i debiti venivano ripianati attraverso l’acquisto di orologi di lusso in gioiellerie compiacenti, trasformate in vere e proprie banche parallele.

Sul piano sportivo, le conseguenze sono state modeste. Fagioli è stato squalificato per 12 mesi, ma ha scontato solo 7 mesi effettivi, grazie a un patteggiamento che prevedeva un percorso terapeutico di riabilitazione dalla ludopatia. Tonali è stato sospeso per 10 mesi e ha partecipato a 16 incontri pubblici sul tema del gioco d’azzardo. Entrambi sono stati rapidamente riaccolti nei rispettivi club, e tornati convocabili anche in Nazionale. La narrazione si è trasformata: da colpevoli a vittime, da trasgressori a testimonial della prevenzione. Anche altri calciatori coinvolti, come Zaniolo, Prati e Florenzi, hanno vissuto percorsi simili, tra sospensioni temporanee, nessuna sanzione e ritorni rapidi in campo. Lo schema è ormai rodato: clamore iniziale, patteggiamento, programma rieducativo e infine riabilitazione pubblica.

I media non hanno fatto eccezione. La copertura giornalistica si è divisa in due binari paralleli: le pagine di cronaca hanno scavato nei dettagli più torbidi, riportando intercettazioni, messaggi privati, debiti e ricatti, mentre quelle sportive hanno rapidamente spostato l’attenzione sulle conseguenze in campo e sulla redenzione dei protagonisti. Il caso di Fagioli è emblematico: finito sulle prime pagine per i suoi debiti, è stato ritratto come un giovane fragile, in lacrime, bisognoso di aiuto. La sua reazione, un post Instagram in cui chiedeva maggiore rispetto, ha alimentato il paradosso: la stampa da un lato lo erge a simbolo del dramma ludopatia, dall’altro lo espone nuovamente alla gogna mediatica.

Le società calcistiche, dal canto loro, hanno scelto un approccio morbido. Condannano formalmente, ma al tempo stesso proteggono i propri asset. La Juventus ha prodotto un documentario su Fagioli dal titolo Fragile; il Newcastle ha sostenuto pubblicamente Tonali. Entrambi i club hanno preferito la via della riabilitazione all’espulsione. D’altronde, il gioco d’azzardo, pur vietato, è percepito come un errore personale più che come un crimine sportivo. Il calciatore scommettitore non viene trattato come un traditore, ma come un malato da curare. Una strategia comunicativa efficace, certo, ma che rischia di rimuovere il problema alla radice.

Il vero paradosso, tuttavia, emerge quando si guarda al sistema nel suo complesso. Mentre i giocatori vengono sanzionati per aver scommesso su piattaforme illegali, la Serie A si prepara a riaccogliere la pubblicità dei bookmaker, con la fine del divieto imposto dal Decreto Dignità. Già oggi molte squadre aggirano il blocco con sponsor mascherati, loghi di portali informativi che fanno capo a società di scommesse. Il ritorno ufficiale del betting nel calcio è alle porte, e con esso il pieno ripristino di un flusso economico che finanzia l’intero sistema.

In questa cornice, il calcio italiano vive di ludopatia mentre finge di combatterla. I club si presentano come educatori, ma sono attori del problema. I media denunciano il fenomeno, ma intanto lo alimentano con rubriche, quote, promozioni. Il pubblico, disilluso, dimentica in fretta, e i giovani calciatori imparano che sbagliare è accettabile, purché ci si mostri pentiti al momento giusto. In questa continua oscillazione tra scandalo e redenzione, quel che manca è un’assunzione di responsabilità collettiva. Il rischio è che si continui a parlare di singoli episodi, evitando di affrontare la vera domanda: possiamo ancora fidarci di quello che vediamo in campo?

La risposta, per ora, è rimandata alla prossima puntata.

Etica e credibilità: i precedenti scandali e le lezioni (non) apprese

Lo scandalo attuale si inserisce in una lunga scia di casi di scommesse clandestine e illeciti sportivi che hanno punteggiato la storia del calcio italiano degli ultimi decenni. Il fatto che episodi simili tornino a galla periodicamente evidenzia un problema sistemico di etica e controllo nel nostro calcio, che mina la credibilità del movimento. Già nel 1980 il celebre caso del Totonero travolse la Serie A: fu uno shock epocale, con arresti clamorosi di giocatori portati via in manette persino dagli stadi durante le partite, e condanne esemplari da parte della giustizia sportiva. All’epoca emerse un vasto giro di scommesse clandestine organizzato da personaggi esterni (tra cui un ristoratore e un fruttivendolo divenuti tristemente famosi), a cui si erano associati diversi calciatori di Serie A in cerca di facili guadagni. Le sentenze furono durissime: il Milan e la Lazio vennero retrocesse d’ufficio. Ma l’onta del 1980 lasciò strascichi profondi nella fiducia del pubblico. Purtroppo non bastò ad evitare nuovi casi: a metà anni Ottanta un altro scandalo (talvolta chiamato Totonero-bis, 1986) coinvolse decine di giocatori e società, mostrando che il problema era lungi dall’essere estirpato​.

Arrivando a tempi più recenti, impossibile non citare lo scandalo del Calcioscommesse 2011-2012 (operazione “Last Bet“), che fu diverso nella natura – riguardava principalmente combine di partite e frodi sportive orchestrate per alterare i risultati e vincere scommesse – ma parimenti devastante per l’immagine del calcio nostrano. Le indagini della Procura di Cremona emersero nel giugno 2011 e coinvolsero giocatori, dirigenti e squadre dalla Serie A alla Lega Pro​. Le accuse erano gravissime: associazione a delinquere finalizzata alla truffa sportiva​. Fra i nomi eccellenti finirono nel registro degli indagati il capitano dell’Atalanta Cristiano Doni ed ex calciatori di spicco come Beppe Signori e Stefano Bettarini​. Emersero partite truccate, accordi nello spogliatoio per “aggiustare” risultati e ramificazioni internazionali delle scommesse illegali. Anche in quel caso ci fu una doppia giustizia: quella sportiva inflisse decurtazioni di punti, retrocessioni (l’Atalanta partì da -6 in classifica in Serie A, altre squadre penalizzate in B), squalifiche pluriennali per i colpevoli; quella penale seguì con lentezza, portando a processi che in alcuni frangenti ridimensionarono le accuse iniziali.

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