Non è mai troppo presto per farsi prendere dall’angoscia, dicono gli scienziati. La vita sulla Terra? Forse durerà un altro miliardo di anni, forse finirà domani mattina o forse tra qualche secolo in un noioso martedì pomeriggio di febbraio. Difficile dirlo con precisione. L’unica certezza è che prima o poi tutto finirà. Il sole si farà sempre più caldo, gli oceani bolliranno, l’ossigeno svanirà e con esso ogni traccia di vita. Ma chi ha tempo di preoccuparsi di un’Apocalisse così lontana? Ce ne sono molte altre pronte ad esplodere ben prima, e non servono né profeti né veggenti per rendersene conto.
Se c’è un libro che setaccia la storia umana alla ricerca dei suoi incubi più ricorrenti, è Everything Must Go: The Stories We Tell About the End of the World di Dorian Lynskey. Il giornalista britannico ha raccolto tutto: meteore, asteroidi, guerre nucleari, pandemie, collassi ambientali. Qualsiasi cosa abbia portato l’uomo a immaginare la fine del mondo è finita nelle sue pagine. Chiunque abbia mai detto qualcosa sull’Apocalisse, da Giovanni di Patmos a Doris Lessing, trova spazio nell’opera di Lynskey. E ci si rende conto di una verità implacabile: la fine del mondo è una fantasia che ci accompagna da sempre, una necessità quasi biologica.

L’idea della fine non è nata con la religione, ma con la paura. Nel 1800 a.C., i miti mesopotamici di Atrahasis e Gilgameš raccontavano già un diluvio che spazzava via tutto. I testi zoroastriani aggiunsero una cometa assassina, gli ebrei trasformarono il tutto in un castigo divino. Poi arrivò Giovanni di Patmos, esiliato su un’isola dell’Egeo, che alzò la posta: cavalli bianchi, draghi rossi, prostitute di Babilonia, la fine dei tempi come uno spettacolo pirotecnico con effetti speciali.
Nel tempo, il Libro dell’Apocalisse è diventato il punto di riferimento per ogni teoria sulla fine del mondo. Lo storico Frank Kermode ne evidenzia il fascino eterno: è una storia perfetta, in grado di parlare ai bisogni più profondi dell’umanità. E come ogni grande racconto, ha antagonisti memorabili: il drago rosso, cioè Satana, e la bestia del mare, in seguito interpretata come l’Anticristo. Il gran finale si svolge ad Armageddon, lo scontro epico tra bene e male, che inaugura un’era messianica lunga mille anni. Ma Satana non molla: riappare con Gog e Magog al seguito, arrivando all’ultima battaglia. Il tutto si chiude con una scena da kolossal biblico: un cavallo bianco, un cavaliere con occhi di fuoco, molte corone sul capo e un nome misterioso che nessuno conosce se non lui stesso.
11 Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia. 12 I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. 13 È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio. 14 Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. 15 Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. 16 Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori.
Apocalisse 19, 11-16
Nel Medioevo e nella prima parte dell’età moderna, la descrizione degli ultimi giorni non era solo un racconto epico: era una profezia, percepita come imminente, qualcosa che stava per accadere da un momento all’altro. E del resto, per la gente comune dell’epoca, la vita era già un inferno: si viveva in condizioni miserevoli, senza cure mediche, senza igiene, con un’aspettativa di vita che raramente superava i 40 anni. Le epidemie, la fame e le guerre rendevano l’idea della fine del mondo più un sollievo che una minaccia. Per molti, l’Apocalisse era l’unico biglietto per un futuro migliore.
Anche se non era destinata a diventare parte della storia ufficiale, questa visione del Giudizio Finale ha plasmato secoli di pensiero religioso e politico. Ha ispirato le Crociate e infiammato le guerre civili in Inghilterra e Francia. Ma è in America che la visione apocalittica ha trovato il terreno più fertile. L’idea di un nuovo inizio, di una Nuova Gerusalemme, ha accompagnato i puritani nel Nuovo Mondo. Nel XVI secolo, persino Cristoforo Colombo era convinto di essere parte del disegno divino, scrivendo:
Dio mi ha fatto messaggero del nuovo cielo e della nuova terra di cui ha parlato nell’Apocalisse di San Giovanni, e mi ha mostrato il punto in cui trovarlo.
L’ossessione per la fine del mondo ha colpito anche alcuni dei pensatori più brillanti della storia. Gioacchino da Fiore, monaco italiano del XII secolo, sviluppò un complicato schema di lettura del piano di Dio che impressionò Dante e Hegel. Isaac Newton passò anni a calcolare la data dell’Apocalisse e la fissò nel 2060. Jonathan Edwards, il teologo del Grande Risveglio americano, era convinto che il regno dell’Anticristo fosse iniziato nel 1606 e sarebbe finito nel 1866. Ma nessuno batté William Miller, predicatore newyorkese dell’Ottocento, che convinse migliaia di fedeli che il 22 ottobre 1844 sarebbe stato il giorno della Seconda Venuta di Cristo: migliaia di fedeli lo aspettarono, vestiti a festa, solo per tornarsene a casa con le pive nel sacco. La chiamarono la Grande Delusione, ma non impararono la lezione. Nel Novecento, l’ossessione per la fine del mondo si è fusa con la cultura pop. Il Doomsday Clock, creato nel 1947 dagli scienziati del Progetto Manhattan, segnava sette minuti alla mezzanotte nucleare. Oggi ci restano ottantanove secondi. Nel frattempo, il cinema ha trasformato l’Apocalisse in intrattenimento: da Mad Max a Interstellar, da Deep Impact a Don’t Look Up. La paura si vende bene, soprattutto quando è confezionata con una buona dose di effetti speciali.
L’Apocalisse è diventata la sceneggiatura perfetta per chiunque voglia dare una fine grandiosa alla storia umana. Ma attenzione: la parola apocalisse non significava originariamente distruzione. In greco, apokálypsis voleva dire rivelazione. Era una promessa di rinascita, di un nuovo ordine dopo il caos. È stato solo nel XIX secolo che il termine ha iniziato a evocare l’idea di un collasso definitivo, senza redenzione. Da allora, l’umanità si è esercitata in infinite varianti della sua autodistruzione, trovando sempre nuove scuse per credere che la fine sia vicina.
Non serve immaginare il futuro per vedere un’Apocalisse. Gli uomini ne hanno attraversate diverse, senza bisogno di meteore o guerre nucleari. Nel 1347 la peste nera sterminò un terzo della popolazione europea. Nel 1816, il vulcano Tambora oscurò il sole per mesi, trasformando l’estate in un gelido inverno. L’evento ispirò la poesia di Lord Byron, La notte, che anticipò una nuova escatologia: un mondo di nuovi zombie.
Di carestia nutrita da tutte le viscere degli uomini
Morirono, e le loro ossa furono sepolte come la loro carne;
I magri furono divorati dai magri.
Ogni volta, il mondo sembrava davvero sul punto di scomparire. Eppure, eccoci qui. La differenza è che oggi sappiamo molto di più su come potremmo autodistruggerci. Il cambiamento climatico potrebbe rendere inabitabile metà del pianeta entro un secolo. Le guerre nucleari restano una minaccia concreta. L’intelligenza artificiale potrebbe, un giorno, decidere di fare a meno di noi. Eppure il pensiero apocalittico non ci spinge all’azione. Al contrario, spesso ci paralizza. Cosa importa della crisi climatica, se tanto il mondo sta per finire? Perché preoccuparsi delle disuguaglianze, se tutto sarà cancellato da un’onda anomala, da un virus o da un’esplosione atomica?
L’Apocalisse ha un fascino perverso perché dà senso al caos. Se tutto sta per finire, allora niente importa davvero. Se c’è un disegno divino dietro la catastrofe, allora la sofferenza ha uno scopo. Questo è il vero segreto della fine del mondo: non è mai davvero la fine, ma un modo per sentirsi meno impotenti di fronte all’incomprensibile. Se domani un asteroide ci colpisse, almeno avremmo una storia da raccontare negli ultimi minuti. E se invece non succedesse nulla? Se il sole continuasse a sorgere, il traffico a intasare le strade, il mondo a girare con la sua solita, monotona indifferenza? Forse è proprio questo il vero incubo: che la fine non arrivi mai, e che l’umanità debba continuare a esistere, senza scuse, senza profezie, senza apocalissi pronte a giustificare la sua paura di affrontare il presente.







