Gottfried Leibniz non fu il primo a ipotizzare che il nostro sia il migliore dei mondi possibili, ma certamente fu il più sfortunato. Voltaire lo condannò alla caricatura eterna, trasformando la sua filosofia in una parodia. Eppure, quando Voltaire scriveva il suo capolavoro satirico, il Candido, Leibniz era già una figura di spicco: matematico, filosofo, giurista, storico. La sua mente poliedrica aveva dato origine al calcolo infinitesimale, condiviso con Newton, e la sua notazione matematica è tuttora in uso. Eppure, nonostante il suo genio, l’ombra di Voltaire non ha mai smesso di gravare sul suo nome.
Leibniz affrontò il problema del male con la fredda logica che gli era propria. Dio, se onnipotente e buono, non poteva che aver creato il migliore dei mondi possibili. Ogni sofferenza, per quanto crudele, doveva essere un male minore, necessario al bene superiore. L’ordine divino, nella sua totalità, sarebbe stato dunque perfetto. “Non posso mostrartelo in dettaglio“, ammise, ma era certo che Dio, nella sua infinita saggezza, avesse già effettuato tutti i calcoli necessari, scegliendo il migliore tra gli infiniti mondi possibili. Così, concludeva Leibniz, anche i mondi che sembrano più felici del nostro, in realtà, avrebbero portato a un equilibrio complessivamente peggiore.
Fu qui che Voltaire colpì con ferocia. Nel suo racconto, il giovane Candido viene cacciato da un castello baronale in Vestfalia e affronta una serie di avventure violente e rocambolesche in tutto il mondo, spesso in compagnia del suo precettore altrettanto sventurato, il dottor Pangloss. Quest’ultimo mantiene un incrollabile ottimismo, convinto che tutto accada per il meglio, poiché “Leibniz non può essersi sbagliato“. Pangloss dimostra un’abilità straordinaria nel trasformare ogni tragedia in una benedizione nascosta: perfino la sifilide che lo tormenta è, a suo avviso, una buona cosa, poiché Colombo, dal Nuovo Mondo, portò con sé non solo quella malattia, ma anche il cioccolato:
Era una cosa indispensabile, nel migliore dei mondi, un ingrediente necessario: perché se Colombo non avesse preso in un’isola dell’America questa malattia che avvelena la sorgente della generazione, che spesso anzi impedisce la generazione stessa, e che, evidentemente, si oppone al grande fine della natura, non avremmo né cioccolata né cocciniglia; bisogna poi osservare che nel nostro continente, fino a oggi, questa malattia è tipicamente nostra, come la controversia. Turchi, Indiani, Persiani, Cinesi, Siamesi, Giapponesi, non la conoscono ancora: ma c’è ragion sufficiente che debbano conoscerla a loro volta fra qualche secolo. Nel frattempo ha fatto meravigliosi progressi fra noi, e soprattutto in quei grandi eserciti composti di onesti mercenari beneducati che decidono del destino degli Stati; si può affermare che, quando trentamila uomini combattono in battaglia campale contro eserciti di egual numero, ci siano circa ventimila impestati per parte.
Ma il filosofo tedesco non intendeva giustificare il presente. Per lui, l’universo è il migliore non in un momento specifico, ma nel suo complesso, nella sua eterna perfezione. Il nostro compito, diceva, è migliorare il nostro angolo di mondo, contribuendo al disegno divino. Leibniz era un uomo del suo tempo, profondamente fiducioso nei progressi della scienza e della tecnologia. Credeva che la conoscenza avrebbe reso l’umanità “incomparabilmente più felice” e dedicò la vita a diffondere scoperte e idee, convinto che ogni innovazione potesse portare un beneficio collettivo.
Non c’è dubbio, dunque, che gli eventi che si sono succeduti nel corso dei secoli – ultimo dei quali la pandemia di COVID – ci hanno spinti a essere d’accordo con Voltaire, portandoci a pensare che il mondo in cui viviamo non può essere certo il migliore possibile. Anche oggi potremmo appropriarci dell’addolorata esclamazione di Voltaire “Poveri umani! E povera Terra nostra!“, invitando chi continua a sostenere che tutto ciò che accade fa parte del grande piano di Dio a osservare le “rovine orrende” lasciate dalle catastrofi ambientali. Quello di Voltaire, però, non è semplice pessimismo; al contrario, egli contrappone all’ottimismo razionalista di Leibniz una diversa forma di ottimismo, più cauto. Tale tendenza è perfettamente incarnata dal protagonista del romanzo che Voltaire pubblicò nel 1759. Come suggerito dal suo stesso nome, Candido è un giovane spontaneo e ingenuo, mentre il suo precettore Pangloss è un seguace di Leibniz, sicuro che “tutto è concatenato e tutto è necessario nel migliore dei mondi possibili“. Dal canto suo, Candido non è del tutto convinto degli insegnamenti del suo maestro, poiché non riesce a non interrogarsi sul motivo di “tutte le sciagure occorsegli nel migliore dei mondi possibili“.
La sua risposta evidenzia chiaramente tutta la sua immaturità: secondo Candido, infatti, “bisogna coltivare il nostro giardino“, ossia bisogna che gli uomini si dedichino con passione e generosità alle loro attività quotidiane (piccole o grandi che siano), al fine di trovare nel lavoro e nella semplicità delle piccole cose un antidoto contro i mali dell’esistenza. Ma lo scopo di Voltaire non era certo quello di affermare la banalissima tesi secondo cui le piccole gioie della vita sono la soluzione ai nostri guai. Alcuni mali, infatti, continuano a esistere anche se noi non prestiamo loro attenzione e ci dedichiamo alle “cose semplici” con le migliori intenzioni: i terremoti continuano a devastare le città, e le pandemie continuano a mietere vittime. Non per niente, Voltaire stesso scrive che Candido “s’annoia ben presto di coltivare il suo giardino“, quasi a voler rimarcare che l’ingenuo ottimismo del fanciullo è tanto sterile quanto il cieco ottimismo leibniziano di Pangloss.
Eppure, Leibniz non negava che i mali e le sofferenze abbondassero nel nostro mondo. La sua visione si fondava su una prospettiva cosmica: rispetto all’infinità dell’universo, le vicende umane, per quanto dolorose, sono marginali. Come un progettista che valuta ogni dettaglio prima di creare un’opera, Dio ha analizzato tutte le possibili variazioni e scelto il mondo più funzionale al suo progetto. Un mondo in cui, paradossalmente, anche il male ha un ruolo necessario. Ma questa visione, per quanto affascinante, lascia insoddisfatti: non basta ricordarci la nostra marginalità rispetto al creato per convincerci che il mondo non potrebbe essere migliore di così.
Non credo che un mondo senza il male, quando possibile, sarebbe stato preferibile al nostro. Altrimenti vivremmo in quello. Si deve, quindi, necessariamente credere che la presenza del male produca il bene più grande, altrimenti il male non sarebbe stato permesso.
Leibniz visse immerso in un’epoca di fermento intellettuale. Parigi, dove si trasferì nel 1672, era il centro della nuova scienza meccanicistica. Qui approfondì la matematica sotto la guida di Huygens e sviluppò il calcolo differenziale. Ma la sua visione conciliatrice lo spinse a cercare un equilibrio tra scienza e religione, unendo la filosofia meccanica con la teologia. Nessuno ha mai “letto tanto, studiato tanto, meditato di più e scritto di più di Leibniz“, rifletteva Diderot nella sua Encyclopédie. Eppure, nonostante la sua grandezza, non trovò mai un ruolo che gli consentisse di esprimere appieno il suo potenziale. A Parigi non ottenne impieghi adeguati e dovette accettare l’incarico di consigliere di corte e bibliotecario al servizio del duca Johann Friedrich ad Hannover, dove trascorse il resto della vita. Ma il suo spirito era altrove: i suoi resti letterari includono quindicimila lettere scritte a circa milletrecento persone, e lavorava simultaneamente su progetti di filosofia, logica, geologia, storia e tecnologia.
A gennaio del 1686 pubblicò un articolo in cui evidenziava un errore cruciale nella fisica cartesiana: mentre Cartesio definiva la forza come il prodotto di massa e velocità, Leibniz sostenne che dovesse essere calcolata come massa moltiplicata per il quadrato della velocità, anticipando così il concetto moderno di energia cinetica. Solo pochi mesi dopo, ad aprile, iniziò a scrivere un saggio di cento pagine intitolato Examination of the Christian Religion, per poi dedicarsi alla stesura di uno dei suoi trattati più rilevanti sulla logica. In questo testo introdusse un’algebra pionieristica delle proposizioni, un precursore del calcolo logico ideato più tardi, nel XIX secolo, da George Boole. Boole stesso, riconoscendo l’importanza di Leibniz, dichiarò di sentirsi come se il filosofo gli avesse “stretto la mano attraverso i secoli“.
Durante i decenni in cui lavorava per i Welf di Hannover, Leibniz non si limitava a svolgere compiti legati alla loro storia dinastica, ma si occupava anche di numerosi incarichi per conto di potenti sovrani e istituzioni. Su richiesta dell’imperatore Leopoldo I, partecipò a negoziati per riconciliare le chiese e venne nominato in una delle più alte corti d’appello dell’Impero. Inoltre, prestò servizio come consigliere dello zar Pietro il Grande e fondò la Società delle Scienze di Berlino, convincendo l’elettore di Brandeburgo a sostenerne la creazione. Nonostante la sua incessante attività, Leibniz non sempre riusciva a ottenere l’attenzione e il supporto sperati. Rifiutò persino l’incarico di bibliotecario presso il Vaticano, poiché sarebbe stato costretto a convertirsi al cattolicesimo, un compromesso che non era disposto ad accettare.
Nel 1700, dopo essere stato nominato presidente della Società delle Scienze di Berlino, iniziò a lavorare intensamente allo sviluppo dell’aritmetica binaria che sarebbe diventato in seguito la base della codifica digitale. Affascinato dalla semplicità e dalla potenza simbolica di questo metodo, descrisse il sistema binario come una rappresentazione del mistero della creazione divina. Ipotizzò persino che il sistema potesse avere un valore missionario, aiutando a convertire i cinesi al cristianesimo mediante il concetto biblico di creazione ex nihilo.
Negli ultimi anni della sua vita, Leibniz cercò di sintetizzare la sua visione del mondo nella monadologia, una teoria che combinava antiche tradizioni metafisiche con intuizioni moderne. Secondo questa dottrina, l’universo è composto da “monadi”, entità metafisiche autonome che non interagiscono direttamente tra loro ma che appaiono coordinate da un'”armonia prestabilita” creata da Dio. Questa visione, che molti critici, incluso Bertrand Russell, descrissero inizialmente come una “fiaba fantastica“, trovò in seguito maggiore rispetto per la sua profonda coerenza logica. Lo stesso Russell, che teneva un busto di Leibniz sul caminetto, ammirava profondamente il contributo del filosofo tedesco alla logica, pur criticando aspramente la sua vita di deferenza verso i potenti. Secondo il filosofo inglese, Leibniz aveva sacrificato parte della sua autonomia intellettuale per guadagnare influenza politica, anche se tale strategia, come lo stesso Leibniz sosteneva, gli aveva permesso di accelerare il progresso scientifico e culturale.
Ammettendo che qualche cosa di nuovo venga detta ogni anno, oppure ogni secolo o a intervalli anche maggiori, si può tuttavia dimostrare che alla fine, se il genere umano sussisterà, verrà necessariamente un momento in cui nulla potrà più dirsi che, parola per parola, non sia già stato detto.
Leibniz, come descritto da Audrey Borowski nella sua biografia, era un cortigiano poco incline al compromesso. Sapeva essere goffo nel promuovere le proprie idee, autodefinendosi persino un'”enciclopedia ambulante” in un promemoria a Johann Friedrich. Le sue proposte di utilità pubblica erano ambiziose e talvolta utopistiche, come la creazione di accademie scientifiche itineranti che avrebbero intrattenuto il pubblico con invenzioni straordinarie, tra cui trombe parlanti e strumenti musicali automatici.
Anche negli ultimi mesi della sua vita, Leibniz continuò a progettare e scrivere. Afflitto da dolori debilitanti, rimase comunque impegnato in dibattiti filosofici, come quello con Samuel Clarke sull’essenza dello spazio e del tempo. Quando morì, nel novembre del 1716, lasciò un’eredità immensa, ma incompleta: i suoi sogni di progresso umano e scientifico furono realizzati solo in parte, mentre molte delle sue idee rimasero inascoltate o incompresi. Eppure, il suo lavoro sulla logica e sul sistema binario, che gettò le basi per il mondo digitale, continua a influenzare la nostra epoca. Sebbene le sue ambizioni lo abbiano spesso portato a rincorrere l’impossibile, Leibniz rimane una figura centrale nella storia del pensiero. Come scrisse Voltaire, “Leibniz ha fatto il calcolo, noi raccogliamo i frutti“. E, nonostante le critiche e i fallimenti, il suo ottimismo ci sfida ancora a sognare il migliore dei mondi possibili.







