Quando Alireza Ahmadi riemerge dagli spogliatoi, dopo una doccia appena tiepida nell’inverno rigido di Kabul, il gesto con cui sistema i capelli e infila la camicia nei pantaloni sembra appartenere a una quotidianità qualunque, quasi anonima, eppure basta varcare la soglia del campo perché quella normalità si dissolva: attorno a lui si raccoglie una folla compatta, telefoni sollevati, sguardi entusiasti, un’attenzione che trasforma un ragazzo di diciassette anni in una figura pubblica, in un punto di convergenza emotiva per un intero Paese.
La sua notorietà nasce da un istante preciso: il gol segnato contro l’Iran nella finale dei Giochi Asiatici giovanili in Bahrain, una rete che non ha soltanto consegnato all’Afghanistan il primo titolo internazionale nel futsal, ma ha prodotto una sospensione collettiva del peso quotidiano, una forma di gioia condivisa che, sotto il regime talebano, ha assunto quasi il valore di un evento eccezionale. “Stiamo cercando di mostrare un’immagine diversa dell’Afghanistan”, ha detto Alireza, con una semplicità che non attenua la portata delle sue parole, “qui c’è stata la guerra, ma ora vogliamo aprirci, ospitare altre squadre”.

La vittoria contro l’Iran, Paese che negli stessi mesi ha espulso centinaia di migliaia di afghani, si è caricata inevitabilmente di un significato più grande, diventando una sorta di rivalsa simbolica, e al ritorno della squadra le città si sono trasformate in spazi di celebrazione spontanea, dove la musica è tornata a circolare nonostante i divieti, i video sono stati registrati e condivisi, e l’entusiasmo ha finito per travolgere, almeno temporaneamente, i limiti imposti dalle autorità. A Herat, migliaia di persone hanno accolto i giocatori in un’atmosfera che oscillava tra festa e sfida: padri che sollevavano i figli per farli vedere, petardi, cori, e poi quella moltitudine di schermi accesi quando i funzionari hanno tentato di impedire le riprese, come se la luce dei telefoni potesse, per un attimo, sospendere il controllo.
E tuttavia, sotto questa superficie di entusiasmo, si intravede una tensione più profonda, perché Alireza e gran parte dei suoi compagni appartengono alla comunità hazara, una minoranza storicamente marginalizzata e che, sotto il dominio talebano, continua a subire esclusioni sistematiche, dall’accesso alle istituzioni alla distribuzione degli aiuti, fino, in alcuni casi, all’espulsione dalle proprie terre. Che proprio da questo gruppo emergano i nuovi eroi nazionali introduce un elemento di ambiguità difficile da ignorare.
Il successo della squadra ha sorpreso anche il potere, che ha reagito con una forma di riconoscimento ambivalente, premiando i giocatori con automobili e motociclette, quasi nel tentativo di inglobare quella popolarità inattesa dentro una narrazione ufficiale.

In parallelo,il futsal sta conoscendo una crescita rapida, favorita da condizioni materiali oltre che simboliche: i campi al coperto sono più numerosi e accessibili rispetto agli stadi tradizionali, e nelle città come nei contesti più isolati queste strutture — spesso le più imponenti nel paesaggio circostante — diventano luoghi di aggregazione, soprattutto nei mesi invernali, quando la luce artificiale trasforma questi spazi in punti di ritrovo. In quartieri come Dasht-e-Barchi, dove Alireza è cresciuto, il futsal è ormai ovunque, diffuso al punto da entrare nella quotidianità familiare, come se ogni casa fosse, in qualche modo, collegata a quel campo.
Eppure, nonostante la visibilità acquisita e le prospettive che sembrano aprirsi, il futuro di Alireza resta sospeso tra il desiderio di raggiungere la nazionale maggiore o di giocare in Europa, e la volontà di seguire il percorso che la famiglia considera più sicuro, quello degli studi in medicina. Nel frattempo, si prepara per i Giochi Olimpici giovanili in Senegal, mantenendo lo sguardo ancorato al campo, dove tutto ha avuto inizio e dove, forse, continua a trovare una forma di chiarezza. “Durante il torneo in Bahrain avevamo qualcosa di speciale”, ha detto, “ci trovavamo facilmente, capivamo dove andare”. Una frase che, nel contesto in cui nasce, supera il significato tecnico e si carica di una risonanza più ampia, perché suggerisce che l’unità, anche solo per la durata di una partita, può ancora produrre un risultato, e forse, in modo più fragile ma non meno reale, anche un’immagine diversa di ciò che un Paese può essere.







