Nel suo reportage per il The Guardian, Chang Che ricostruisce con straordinaria precisione il cuore pulsante della nuova rivoluzione industriale cinese, mostrando come la robotica – intrecciata ormai in modo indissolubile con l’intelligenza artificiale – stia trasformando non solo le fabbriche, ma l’intera architettura economica e sociale del Paese, con implicazioni che si estendono ben oltre i suoi confini.
L’immagine iniziale, quasi emblematica, è quella di Chen Liang, fondatore di Guchi Robotics, figura che incarna perfettamente la nuova élite tecnologica cinese: ingegnere, imprenditore, ma soprattutto interprete di una visione in cui l’automazione rappresenta una necessità storica. La sua azienda, specializzata nella robotizzazione delle linee automobilistiche, è oggi in grado di automatizzare operazioni complesse come l’installazione di cruscotti, ruote e finestrini, ma è nella fase finale dell’assemblaggio che si gioca la sfida decisiva. La cosiddetta final assembly non è soltanto una sequenza di operazioni meccaniche, ma un intreccio di micro-decisioni, adattamenti, variazioni impreviste che richiedono quella flessibilità cognitiva che le macchine, almeno per ora, faticano a replicare. È proprio questo spazio di indeterminatezza che la nuova generazione di robot, alimentata da modelli di apprendimento profondo, tenta di conquistare.
La posta in gioco è enorme. Non si tratta semplicemente di aumentare l’efficienza produttiva, ma di ridefinire il rapporto tra lavoro umano e macchina su scala globale. Chang Che mostra come la Cina abbia deciso di affrontare questa trasformazione con un approccio radicalmente diverso rispetto all’Occidente, combinando investimenti pubblici massicci, coordinamento politico e un ecosistema industriale estremamente reattivo.
Nel 2025, Pechino ha destinato più di cento miliardi di euro allo sviluppo di tecnologie strategiche, tra cui la robotica avanzata. A questa iniziativa centrale si affianca una competizione serrata tra le città – Shenzhen, Shanghai, Hangzhou, Pechino – ciascuna impegnata a diventare un polo di eccellenza, offrendo infrastrutture, finanziamenti e accesso facilitato alle startup. Il risultato è una densità industriale difficilmente replicabile altrove, in cui ricerca, produzione e applicazione convivono nello stesso spazio.
Nel 2025, Pechino ha destinato più di cento miliardi di euro allo sviluppo di tecnologie strategiche, tra cui la robotica avanzata.
Questo contesto spiega perché la Cina sia oggi responsabile di oltre la metà delle nuove installazioni di robot industriali a livello globale, e perché esistano centinaia di aziende impegnate nello sviluppo di robot umanoidi. Tuttavia il vero avanzamento non risiede nelle dimostrazioni spettacolari – robot che giocano o eseguono arti marziali – ma nella capacità di affrontare compiti ordinari in ambienti non perfettamente controllati. È qui che entrano in gioco i modelli cosiddetti vision-language-action (VLA), sistemi che mirano a integrare percezione visiva, comprensione del linguaggio e azione fisica. A differenza dei robot tradizionali, programmati con istruzioni rigide, questi dispositivi apprendono attraverso l’esperienza, cercando di costruire una forma di “intelligenza incarnata”. Ma il percorso è ancora accidentato.
Uno degli ostacoli principali è la scarsità di dati. Se il linguaggio umano è stato digitalizzato su scala globale, il mondo fisico resta un territorio frammentario, difficile da tradurre in dataset utilizzabili. Per colmare questo vuoto, le aziende cinesi ricorrono a due strategie: la simulazione virtuale e la teleoperazione. Centinaia di giovani lavoratori, spesso provenienti da contesti rurali o da percorsi tecnici, vengono impiegati per “insegnare” ai robot attraverso la ripetizione sistematica di gesti quotidiani. Ogni movimento viene registrato, classificato e quindi trasformato in sequenza dati. Si tratta di una nuova forma di lavoro, che alcuni osservatori definiscono già “manifattura cognitiva”, e che solleva interrogativi profondi. Se da un lato apre opportunità occupazionali, dall’altro rischia di introdurre forme di alienazione ancora più sottili, in cui il lavoratore non produce più oggetti, ma comportamenti standardizzati destinati alle macchine.
Parallelamente, la diffusione della robotica nella vita quotidiana cinese procede a un ritmo sorprendente. Taxi senza conducente, droni coreografici, robot impiegati nel commercio o nella sicurezza urbana: ciò che altrove appare sperimentale, in Cina tende rapidamente a normalizzarsi.
Sotto la leadership di Xi Jinping, il paradigma dell’innovazione “guidata dal mercato” è stato progressivamente sostituito da un modello di coordinamento centrale, in cui lo Stato definisce priorità e orienta investimenti. Le amministrazioni locali, a loro volta, agiscono come attori competitivi, cercando di attrarre imprese e talenti in una dinamica che ricorda, per certi versi, una pianificazione decentralizzata. Tuttavia, accanto all’entusiasmo tecnologico, emergono tensioni strutturali. L’economia cinese attraversa una fase di rallentamento, con livelli di disoccupazione giovanile elevati e prospettive incerte per ampie fasce della popolazione. Pertanto, la sostituzione del lavoro umano con sistemi automatizzati solleva interrogativi non solo economici, ma politici.
I lavoratori più qualificati potranno essere riconvertiti, mentre per gli altri il destino resta indefinito. La logica sottesa è quella dell’inevitabilità tecnologica, una narrazione che tende a naturalizzare il cambiamento, sottraendolo al dibattito pubblico. Eppure, come suggerisce Chang Che, questa trasformazione non è neutrale. La robotica diventa un dispositivo che ridefinisce i rapporti di potere e la distribuzione della ricchezza. Nel confronto con gli Stati Uniti emerge infine una divergenza strategica significativa. Mentre le grandi aziende americane inseguono il modello del robot generalista (una macchina capace di svolgere qualsiasi compito) la Cina sembra privilegiare un approccio più pragmatico: sviluppare robot specializzati, economici, immediatamente integrabili nei processi produttivi.
Ed è forse proprio questa la vera rivoluzione descritta da Chang Che: non l’irruzione spettacolare di una nuova tecnologia, ma la sua lenta, inesorabile normalizzazione, fino al punto in cui smettiamo di vederla.







