C’è stato un periodo, neanche troppo lontano, in cui sembrava quasi “normale” che un atleta, oltre a giocare, dovesse anche parlare d’altro, commentare il mondo ad esempio. Non è che il mondo si sia calmato, anzi. È cambiata la nostra idea di cosa significhi parlare, e di quanto valga farlo. Ne è un esempio lampante ciò che è accaduto domenica nello spogliatoio dei Minnesota Timberwolves, dopo una pesante sconfitta contro i Golden State Warriors. La giovane stella Anthony Edwards ha risposto alle solite domande con la delusione addosso che rende tutto più complicato. I giocatori, ha detto Edwards, non stavano mettendo l’energia giusta. Non era stanchezza, era che in campo venivano semplicemente surclassati.
Ma la verità è che c’era un’evidente inquietudine che pesava molto più del punteggio. Si sentiva nell’aria, nello spogliatoio, persino nel modo in cui tutti evitavano di nominarlo. Il giorno prima, a poche strade dal Target Center, alcuni agenti federali avevano ucciso Alex Pretti. La partita contro i Warriors era in programma per quella sera, poi era stata spostata all’ultimo momento, tre ore prima della palla a due. In città, intanto, la tensione non si era sciolta. Agenti in assetto antisommossa continuavano a muoversi per Minneapolis, i cortei si erano addensati anche vicino all’arena, e l’idea stessa di “serata di basket” sembrava fuori posto.
Solo due settimane e mezzo prima un agente dell’ICE aveva sparato e ucciso Renée Nicole Good. Per la seconda volta in un mese, una partita era iniziata con un minuto di silenzio per un cittadino morto durante un’operazione federale. Dopo il match, anche Steve Kerr sembrava incapace di godersi la vittoria; ha detto che la sensazione era quella di una squadra che stava soffrendo davvero, e ha parlato di un’atmosfera sugli spalti strana, pesante, una delle partite più tristi e surreali a cui gli fosse capitato di partecipare. Ed è in questo contesto che sono arrivate le parole di Edwards. Nel modo più semplice possibile ha detto che ama quella gente, ha ringraziato per l’affetto, e aggiunto che lui e la sua famiglia stanno pregando. È un discorso cauto, quasi trattenuto. C’è chi ci ha letto un’empatia sincera, chi invece una fuga, un modo per non esporsi. Per molti, semplicemente, non è stato abbastanza da diventare una notizia.
Ed è proprio questo il tema, perché il problema non è quello che Edwards dice, ma quello che ci aspettiamo che dica, e nel peso che carichiamo su frasi pronunciate da qualcuno che, forse, non ha mai chiesto di reggerlo.
Nel 2020, dentro la bolla della National Basketball Association, i Milwaukee Bucks guidarono uno sciopero spontaneo dopo la sparatoria a Kenosha che colpì Jacob Blake. Per qualche giorno sembrò che lo sport potesse fermare se stesso e costringere il resto del mondo a guardare. Fu un’interruzione potente, una crepa nella liturgia. Eppure, col senno di poi, l’effetto pratico di quelle giornate è stato più ambiguo di quanto sperassimo, perché quello a cambiare è stato il calcolo del rischio, il rischio di parlare e il rischio di non parlare.
E intanto la piazza digitale è diventata più tossica, più punitiva. In questo clima, perfino molti progressisti hanno smesso di trattare gli atleti come guide civiche. Sono giovani, spesso protetti, spesso impreparati, a volte anche contraddittori. Chiedere loro la postura morale perfetta è comodo. È anche un modo elegante per delegare la fatica della politica a chi non l’ha scelta come mestiere. Eppure, ogni tanto, qualcuno parla davvero. Nel caso di Minneapolis, Victor Wembanyama ha denunciato apertamente l’orrore di quelle morti, e Steve Kerr ha criticato la militarizzazione delle operazioni federali. Sono interventi rari proprio perché costosi, e perché non garantiscono nulla.
Se Minneapolis racconta la paura di dire troppo, l’Europa racconta un’altra cosa. Prendiamo Euro 2020. Nel nostro articolo avevamo raccontato quanto quel torneo avesse reso esplicito il paradosso della pavidità delle istituzioni sportive e i simboli della società civile. A Monaco la questione esplose con la richiesta di illuminare l’Allianz Arena con i colori rainbow, gesto legato alle polemiche su una legge ungherese considerata discriminatoria. La federazione europea respinse l’iniziativa rivendicando la neutralità, e la città rispose colorando altri luoghi. In parallelo, la fascia arcobaleno di Manuel Neuer diventò oggetto di attenzione disciplinare. Non era solo calcio. Era il manuale d’istruzioni di come lo sport gestisce l’imbarazzo.
In Italia la questione assume un tono diverso, più laterale. Da noi l’atleta che parla viene spesso letto come uno che si dà un tono, o come uno che fa marketing, o come uno che si mette nei guai da solo. Eppure ci sono storie che rendono impossibile separare prestazione e vita pubblica. Paola Egonu, per esempio, ha raccontato cosa significhi essere bersaglio di razzismo dentro e fuori dallo sport, e a un certo punto ha anche scelto di prendere le distanze dalla nazionale per proteggersi. Poi è tornata, ha vinto, e la sua figura è rimasta lì, come un promemoria.
Nel Regno Unito, Marcus Rashford ha fatto una campagna concreta sul cibo e sulle mense delle scuole. È un tipo di attivismo che mette in crisi perfino chi detesta la politica nello sport, perché è difficile rispondere che la povertà infantile è solo un’opinione. E poi ci sono gli atleti che insistono sul confine, quelli che si espongono senza voler essere arruolati in un partito. Lewis Hamilton lo ha fatto più volte, cercando di tenere insieme gesto e competizione. È un equilibrio instabile, e infatti viene attaccato da entrambe le tribù.
Il punto, allora, non è stabilire se gli atleti debbano parlare o no. Il punto è ammettere che la nostra aspettativa è cambiata. Una volta volevamo il campione come eccezione, un corpo che fa cose che noi non sappiamo fare, e che per questo poteva permettersi di essere qualsiasi cosa, persino irresponsabile. Oggi vogliamo il campione come prova vivente che il mondo ha ancora un centro morale. Vogliamo che dica la cosa giusta quando noi non sappiamo più dirla, o non abbiamo più la forza di litigare.
Solo che lo sport, quando funziona, non è un tribunale. È un gioco serio. Un sistema di regole arbitrarie che diventano improvvisamente sacre, perché dentro quel rettangolo o quel campo proviamo a costruire una forma ridotta di giustizia. Turni, falli, limiti, conseguenze. Se la percezione di equità si spezza, il gioco collassa. E forse è per questo che in tempi di crisi continuiamo a guardare, e continuiamo a pretendere parole. Non perché crediamo davvero che un post possa cambiare una legge, ma perché vogliamo sentire che la grammatica della correttezza e della lealtà esiste ancora da qualche parte. La domanda più onesta, oggi, non è cosa devono dire gli atleti, ma cosa stiamo cercando di ottenere quando li costringiamo a dirlo.







