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La fabbrica delle spie: come il Brasile è diventato il laboratorio segreto dell’intelligence russa

Per anni, l’intelligence russa ha usato il Brasile come una vera e propria base per la creazione di agenti d’élite sotto copertura. Non semplici spie, ma operativi “clandestini” altamente addestrati, capaci di vivere per anni sotto identità fittizie, costruite con pazienza maniacale e documenti autentici. La missione non era spiare il Brasile, ma diventare brasiliani. Una volta ottenuti passaporti, diplomi, relazioni e un passato credibile, questi agenti venivano spediti negli Stati Uniti, in Europa o in Medio Oriente per svolgere il vero lavoro: infiltrarsi nei centri nevralgici dell’Occidente.

Come ha scoperto un’inchiesta del New York Times, questa operazione sotterranea, orchestrata nel silenzio più assoluto, ha avuto però un epilogo sorprendente. Un gruppo ristretto di agenti della Polizia Federale brasiliana ha iniziato a seguire le tracce di queste spie. Anonimi, efficienti e ostinati, hanno condotto per anni un’indagine capillare, la Operação Leste, che ha portato allo smantellamento di uno dei più sofisticati programmi di spionaggio del Cremlino. Un colpo durissimo per Mosca, che ha perso una generazione di agenti irreversibilmente “bruciati”.

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Sei delle spie russe; in senso orario da in alto a sinistra: Ekaterina Leonidovna Danilova, Vladimir Aleksandrovich Danilov, Olga Igorevna Tyutereva, Aleksandr Andreyevich Utekhin, Irina Alekseyevna Antonova e Roman Olegovich Koval.

Tutto è cominciato nel 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La CIA avvisa in via riservata le autorità brasiliane: un uomo che si è presentato nei Paesi Bassi come Victor Muller Ferreira, tirocinante brasiliano destinato alla Corte Penale Internazionale, è in realtà Sergey Cherkasov, un ufficiale del GRU, i servizi militari russi. L’Olanda lo respinge, lui vola a São Paulo. Inizia una corsa contro il tempo. I brasiliani non possono arrestarlo per spionaggio, ma riescono a fermarlo per uso di documenti falsi. Eppure, sulla carta, Cherkasov è ineccepibile: ha un passaporto brasiliano autentico, la tessera elettorale, persino un certificato di servizio militare.

Ma un dettaglio tradisce l’inganno: il certificato di nascita. È reale, ma il nome — Victor Muller Ferreira — non corrisponde a nessuna persona esistita. Nessun ospedale, nessun parente, nessun padre registrato. Solo un’identità perfettamente fabbricata dal nulla. È in quel momento che la polizia capisce: se hanno potuto crearne una, ne esistono altre.

Comincia così una caccia ai “fantasmi”: persone dotate di documenti veri ma senza alcuna traccia di vita reale fino all’età adulta. L’analisi di milioni di atti di nascita, tessere sanitarie, patenti e passaporti — gran parte dei quali ancora su supporti non digitalizzati — porta a individuare almeno nove agenti russi operanti sotto copertura in Brasile. Alcuni nomi erano già noti, altri emergono per la prima volta: Gerhard Daniel Campos Wittich, alias Artem Shmyrev, è uno di questi.

Shmyrev aveva messo in piedi un’identità a prova di sospetto: parlava un portoghese fluente con accento austriaco, gestiva con serietà un’azienda di stampa 3D a Rio, aveva una compagna brasiliana e perfino un maestoso gatto Maine Coon. Era integrato, insospettabile. Ma qualcosa non tornava: evitava le foto, staccava sempre il computer da internet quando non lo usava, prendeva voli improvvisi per l’Asia e l’Europa. E soprattutto, aveva una frustrazione che covava in silenzio. In un messaggio alla moglie — anche lei spia, dislocata in Grecia — ha scritto: “Non sono dove dovrei essere da due anni ormai. Nessun vero risultato. Mi sento un fallito.” Lei gli ha risposto secca: “Hai scelto la vita sbagliata se volevi una famiglia normale.

La guerra in Ucraina cambia tutto. Gli 007 del mondo occidentale si coordinano, l’epoca delle spie invisibili sembra tramontare. In Brasile, mentre l’indagine avanza, molti degli agenti fuggono. Shmyrev riesce a lasciare il Paese per la Malesia proprio pochi giorni prima che le autorità ottengano il mandato d’arresto. Per altri, come la coppia Pereira (in realtà Vladimir Danilov e Yekaterina Danilova), si perdono le tracce in Portogallo. Un altro agente, Aleksandr Utekhin, finge di essere un esperto di gioielli, fa pubblicità in TV a pagamento e poi sparisce nel nulla, lasciando dietro di sé un ufficio vuoto.

Ma l’obiettivo non è più solo catturare. “Ci siamo chiesti: cosa c’è di peggio che essere arrestati come spie?” – ha raccontato uno degli investigatori – “Essere smascherati come spie.” E così, in una mossa senza precedenti, il Brasile decide di “bruciare” queste identità. Lancia una serie di notifiche blu dell’Interpol — usate normalmente per cercare informazioni su sospetti — con foto, impronte digitali e documenti dei falsi brasiliani. L’Interpol, in quanto organismo indipendente, non si occupa di questioni politicizzate come lo spionaggio. Per questo, per aggirare il problema, le autorità brasiliane hanno dichiarato che i russi erano indagati per l’utilizzo di documenti falsi.

Le notifiche si diffondono in tutto il mondo, dalla Namibia all’Uruguay, dall’Europa all’Asia. Con le loro coperture ormai compromesse, quegli agenti non potranno mai più operare all’estero.

Per generazioni, gli agenti sotto copertura hanno fatto affidamento su passaporti falsi, nomi rubati e storie di copertura ben costruite. Ma con l’avvento dell’era digitale, in cui quasi ogni individuo lascia dietro di sé una traccia online, creare e mantenere un’identità fittizia è diventato infinitamente più complesso.

Questa sfida è particolarmente sentita per la Russia. A differenza di molti servizi di intelligence che si basano su reti di informatori locali per raccogliere informazioni, Mosca ha sempre puntato su una tradizione più radicale: sin dai tempi dell’Unione Sovietica, gli agenti sotto copertura si impegnano a vivere intere esistenze sotto altre identità, lontano da casa, rinunciando a tutto per servire lo Stato. Lo stesso Vladimir Putin ha ammesso, in un’intervista televisiva del 2017, di aver supervisionato le spie sovietiche sotto copertura durante il suo incarico in Germania Est come giovane ufficiale del KGB alla fine della Guerra Fredda.

“Sono persone speciali, di qualità speciale, con convinzioni e carattere speciali” – dichiarò – “Lasciare la propria vita, i propri affetti, il proprio Paese per anni e anni per servire la patria… non è da tutti. Solo i prescelti possono farlo, e lo dico senza esagerazione“.

Il Brasile appariva come il luogo ideale per questi “prescelti”. Il passaporto brasiliano è tra i più potenti al mondo in termini di accesso senza visto, e in un Paese multietnico come il Brasile, un volto europeo e un lieve accento non destano sospetti. Inoltre, mentre molti Paesi richiedono una certificazione medica per registrare una nascita, in Brasile esiste un’eccezione per chi nasce in aree rurali: è sufficiente la dichiarazione di due testimoni per ottenere un certificato di nascita, purché uno dei genitori sia brasiliano. Una volta ottenuto il certificato di nascita, bastano pochi passaggi per completare l’identità: tessera elettorale, documenti militari, passaporto. E con un passaporto brasiliano autentico in mano, una spia può partire e muoversi nel mondo quasi senza limiti.

Resta un mistero, però, ciò che li ha spinti a scomparire prima che i mandati di arresto venissero emessi. Forse una soffiata arrivata da Mosca, forse un’intuizione improvvisa del pericolo. Ma quello che è certo è che il Brasile, tradizionalmente neutrale e per lungo tempo amico della Russia, si è sentito tradito. E ha risposto con un gesto simbolico, ma devastante per la reputazione dell’intelligence russa.

L’unico a restare dietro le sbarre è Sergey Cherkasov, condannato a cinque anni per uso di documenti falsi. Mosca, in un goffo tentativo di rimpatriarlo, sostiene che sia un narcotrafficante ricercato. Ma le autorità brasiliane rifiutano: se è davvero un criminale, allora è bene che resti dov’è.

Intanto, a Rio, le persone che hanno conosciuto Artem Shmyrev ricordano ancora l’amico scomparso nel nulla. L’ultimo contatto con il Brasile è stata una telefonata alla sua compagna. La voce era triste. “Sentirai parlare di me” – le ha detto – “ma voglio che tu sappia che non ho mai fatto nulla di veramente cattivo. Non ho mai ucciso nessuno.”

Poi il silenzio. E il profilo, svanito così come era comparso.

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