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Zombie, amori e pensiero critico: perché Pluribus è la serie più intelligente degli ultimi anni

Cosa ci insegna “Pluribus”, la serie di Apple TV, sul pensiero critico e sull’arte di essere se stessi

Nel mondo di Pluribus, la serie post-apocalittica firmata da Vince Gilligan, il Pianeta è caduto in mano a un virus alieno che ha cancellato le menti di quasi tutti gli esseri umani, fondendole in una coscienza collettiva. Nessun morto vivente che vaga per le strade, ma personalità spazzate via, spirito critico azzerato, tutto appiattito in un’unica e inquietante armonia. Solo tredici persone sono rimaste immuni. E una di loro è Carol Sturka, interpretata da Rhea Seehorn.

Ma prima ancora di resistere al virus, Carol era già alle prese con un’altra forma di zombificazione: quella del successo, dell’adattamento al gusto del pubblico, dell’arte svenduta per compiacere chi compra. Quando la incontriamo per la prima volta, Carol sta leggendo il suo ultimo bestseller in una libreria Barnes & Noble; è il quarto volume della serie Wycaro, un’avventura di “romantasy” ambientata tra dune viola, lune gemelle e pirati del deserto. Le fan applaudono, chiedono selfie e sospirano per le scene d’amore, ma Carol le detesta. Eppure sorride, firma autografi e va avanti. È famosa, sì. Ma secondo lei stessa scrive “robaccia”.

Pluribus prende di mira questo genere della romantasy, ma non per distruggerlo. Lo usa come specchio. Mentre Carol lotta per non cedere al richiamo degli “Altri” (così vengono chiamati gli umani contagiati e ormai fusi in un’unica mente), la serie ci mostra quanto sia importante pensare con la propria testa e difendere la propria individualità anche quando sembra inutile.

La romantasy è uno dei generi letterari cresciuti più rapidamente negli ultimi anni, ma proprio per questo è anche un facile bersaglio a causa di trame ripetitive, stile sdolcinato e autrici accusate di usare l’intelligenza artificiale. Pluribus si diverte a esagerare tutto questo. I passaggi letti da Carol sono ridondanti, stracarichi di aggettivi, degni di un romanzo rosa interstellare. Eppure le lettrici adorano quelle storie. E in fondo, cosa c’è di male nel dare al pubblico ciò che ama?

È qui che entra in scena Helen, la compagna e manager di Carol, interpretata da Miriam Shor. Quando Carol disprezza i suoi stessi libri, Helen la richiama all’ordine con una frase semplice e tagliente: “Anche se fai felice una sola persona, magari non sarà arte. Ma è qualcosa.” Carol avrebbe voluto raccontare una storia d’amore tra due donne, ma ha cambiato uno dei protagonisti per renderla più vendibile. E quel compromesso la tormenta.

Con il progredire della serie, gli Altri si presentano sempre più spesso con sorrisi vuoti e lodi entusiaste, proprio come le fan del firmacopie. Uno di loro, Larry, le dice che i suoi romanzi sono “alla pari con Shakespeare”, e Carol ne è inorridita. Per lei, saper distinguere tra una cosa e un’altra è ciò che ci rende umani. Non essere d’accordo è vitale; pensare è resistere.

Carol non è un’eroina perfetta. È snob, spesso antipatica, e il suo “vero” romanzo, Bitter Chrysalis, lungo quasi 500 pagine, non sembra proprio irresistibile. Ma non si arrende. Rifiuta la fusione mentale con gli Altri, rifiuta la facilità, rifiuta di sparire. Anche quando abbandona la lavagna con le idee per il quinto Wycaro, lo fa per cercare una cura, un modo per salvare qualcosa.

Ed è proprio qui che la romantasy diventa centrale. Non come genere da idolatrare o deridere, ma come simbolo di una voce. La voce di Carol, forse banale, forse imbarazzante, ma comunque sua. In un mondo che vuole che tutto sia uguale, esprimere la propria visione, per quanto imperfetta, è l’atto più umano che ci sia.

Pluribus, sotto la superficie da thriller fantascientifico, ci proprio questo. Resistere al conformismo non è inutile. E che anche una scrittrice scontenta, alle prese con lune viola e pirati romantici, può diventare un simbolo di libertà.

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