In un appunto del suo diario, Eleanor Coppola, scrittrice, regista e artista, si interroga su ciò che la spinge ancora, a quasi ottant’anni, a inseguire progetti creativi. Si chiede dove stia andando, quale sia il senso ultimo di quella spinta. Non sta cercando una nuova carriera (non a quell’età); non sta inseguendo denaro (anche se ammette che le piacerebbe avere da parte qualcosa guadagnato davvero con le sue mani); non sta cercando la fama (eppure confessa il desiderio di essere un po’ più visibile dentro una famiglia abituata ai riflettori, una famiglia dove lei finisce spesso per diventare la moglie gentile, la madre e la nonna che resta sul bordo dell’inquadratura, o che viene tagliata fuori del tutto).
Per gran parte della sua vita, Eleanor Coppola, scomparsa nel 2024 a ottantasette anni, è stata conosciuta soprattutto attraverso le persone che aveva accanto. Prima il marito, Francis Ford Coppola, totem del cinema americano; poi la figlia, Sofia Coppola, diventata a sua volta regista pluripremiata. Il tema della visibilità, o meglio della sua mancanza, ha segnato molte donne della sua generazione, cresciute un attimo prima dell’ascesa del femminismo della seconda ondata e quindi educate a rispettare i ruoli “assegnati” dalla società. Nel caso di Eleanor, però, quel problema si amplificava per l’aura dei suoi familiari. Chi era lei, al di là di loro?
Una domanda che torna, con una chiarezza disarmante e una tenerezza senza sentimentalismi, in Two of Me. Notes on Living and Leaving, raccolta postuma appena pubblicata che riunisce una selezione di pagine dei diari degli ultimi dieci anni della sua vita. Non è il primo libro di Eleanor Coppola. Prima ci sono stati Notes. On the Making of “Apocalypse Now”, uscito nel 1979, e Notes on a Life, del 2008. Come questo, anche quei volumi portano dentro tempeste private e momenti di storia culturale. Raccontano dolori familiari, come la morte del figlio maggiore Gian Carlo in un incidente in barca, e offrono uno sguardo dietro le quinte di episodi entrati nel mito, soprattutto la lotta quasi disperata di Francis Ford Coppola per portare a termine il suo kolossal sulla guerra del Vietnam. Eleanor, tra l’altro, diresse poi con George Hickenlooper e Fax Bahr il documentario del 1991 Hearts of Darkness. A Filmmaker’s Apocalypse, costruito anche grazie alle riprese che lei stessa realizzò nelle Filippine durante la lavorazione tormentata di Apocalypse Now.

In Two of Me Eleanor ricorda con ironia una frase che un editore le disse dopo il primo libro: «Bene, ora hai scritto gli appunti, torna a casa e scrivi il libro vero». Ma ciò che rende particolare il suo modo di raccontare è proprio l’affezione dichiarata per ciò che è minore, non monumentale, nonostante il corollario delle figure che popolano il suo racconto. La sua posizione ai margini è stata fonte di frustrazione, a tratti di rabbia. In un passaggio descrive la furia che le sale pensando a quanto le donne della sua generazione siano state addestrate a obbedire agli uomini “autorevoli”, agli esperti che decidevano cosa fosse meglio per la “signorina”. Eppure quella marginalità le ha permesso anche di esplorare con attenzione una geografia intima e nascosta, un territorio che forse non avrebbe avuto lo stesso spazio se la vita le avesse concesso un ruolo più pubblico. Eleanor scrive di sé come di una spettatrice che guarda l’azione come se fosse a teatro. Lo annota, per esempio, quando va a trovare Francis sul set di Megalopolis, il film del 2024 che lei registra come l’ennesima, e forse ultima, stravaganza cinematografica di lui. Lo stesso sguardo, ancora più netto, emerge nelle pagine dedicate ad Apocalypse Now. Racconta delle scene complesse, come quella che prevede la simulazione di un bombardamento al napalm. Ma soprattutto annota come pochissime donne siano sul set. Gli americani flaccidi si stanno abbronzando e diventano forti, scrive. Le donne sembrano stanche.
Tra quelle donne stanche c’è anche lei. E Two of Me lascia intendere che quella fatica non venga solo dai ritmi spaventosi del set, ma anche dalle tensioni elementari dentro il matrimonio. Eleanor era una donna che, nelle sue parole, sognava una vita come un’avventura. Voleva portare avanti i suoi progetti artistici e crescere i figli sui set. Ma nello stesso tempo doveva rispondere alle esigenze di un marito brillante, imprevedibile, a tratti sfuggente, che desiderava da lei un modello di moglie tradizionale, felice di dedicarsi alla cura dei figli, alla casa, e a sostenere la sua carriera. Per molti anni Eleanor è stata davvero, per giocare con il titolo, due persone in una. E non serve molta immaginazione per capire quanto possa essere estenuante vivere dentro questo tipo di contraddizione ogni giorno.
Eppure il libro racconta anche l’apertura inattesa di uno spiraglio, un passaggio che le permette di avvicinarsi finalmente a una quota di libertà che per gran parte della vita adulta le era sembrata irraggiungibile. Nel 2010 una radiografia rivela un tipo raro di tumore nel torace. I medici le consigliano la chemioterapia per ridurlo. Lei teme che il trattamento peggiori drasticamente la qualità della vita e decide di aspettare. Sceglie strade alternative e controlli periodici ogni sei mesi per monitorare l’avanzamento, lento ma costante. Vivrà altri quattordici anni. Gli effetti più pesanti del tumore, scrive, si faranno sentire soprattutto negli ultimi due. Quella decisione, però, non viene accolta bene in famiglia. Francis le dice che lui e i figli devono essere al centro di qualunque scelta, e che loro desiderano una terapia, una soluzione che la metta fuori pericolo. Eleanor non cede. Ammette di non avere argomenti “ragionevoli” o prove solide a sostegno della sua scelta, e chi legge può facilmente sentire quanto quella posizione possa sembrare irritante o persino irresponsabile agli occhi di chi la ama. Ma, in un’altra prospettiva, più umana che clinica, il gesto appare coerente con il modo in cui lei guarda alla propria vita. Si accorge, con una sorta di shock, di quanto fosse stata addestrata a essere “brava”, a seguire gli ordini dei medici senza nemmeno considerare che le scelte sulla sua vita le appartenessero. Il tumore diventa così un maestro brutale che la costringe finalmente a sporgersi fuori dall’ombra della famiglia. È una presenza che limita, che stringe, che preme contro cuore e polmoni, e in questo somiglia alle pressioni che ha imparato a gestire per decenni come moglie e madre. Proprio quei limiti, però, la aiutano a misurare il perimetro della sua autonomia. Che cosa avevo da perdere?, scrive. Tanto sarei morta comunque.
Nel 2016 diventa, come annota lei stessa, la donna più anziana a dirigere il suo primo lungometraggio, la commedia romantica Paris Can Wait. Nel 2020, a ottantaquattro anni, gira Love Is Love Is Love. Ma la sua libertà non si esaurisce nelle “prime volte”. Il libro stesso è una specie di grido a bassa voce, un cri de coeur in formato tascabile. C’è la volontà di disegnare, con la scrittura, i contorni del proprio mondo, senza chiedere permesso.
Quando il tumore viene scoperto, un medico le dice che è grande come un limone. La metafora botanica fiorisce dentro un contesto durissimo, quello della malattia e della paura, e qualcosa di simile accade nelle sue pagine sulla natura, che riempiono spesso il libro. Nel 2018, per esempio, Eleanor racconta di aver deciso di restare nella tenuta di famiglia a Napa mentre Francis e gli altri partono per New Orleans. Francis, scrive, è molto irritato. Crede con passione che il suo posto sia accanto a lui. Lei invece resta ferma nella sua scelta e si scopre quasi euforica nella solitudine. Guarda fuori dalla finestra in una giornata invernale fredda e luminosa. Osserva una quercia contorta di duecento anni, con tre mangiatoie per uccelli che nota essere vuote. Due picchi dalla testa rossa sono appollaiati in attesa, come se aspettassero che “la mamma” arrivasse a nutrirli. Fringuelli e passeri svolazzano, delusi. Eleanor si dice che stanno bene lo stesso, perché la natura attorno è piena di abbondanza: erbe verdi, cespugli di bacche rosse, muschi, querce e allori. Proprio come la famiglia, conclude, sta benissimo a New Orleans anche senza di lei.







