C’è una fotografia del 1906 che sembra fatta apposta per farti dubitare della parola ritratto. Franz Kafka è lì, davanti all’obiettivo, ma lo sguardo non collabora con l’idea di posa. È presente e insieme altrove, come se il volto fosse un indirizzo sbagliato e la persona stesse già vivendo in un’altra stanza. Quell’immagine viene attribuita a Sigismund Jacobi ed è firmata dal suo atelier.
Il punto, però, non è Kafka. Il punto è la mano che lo ha fotografato e la famiglia che ci sta dietro. Perché gli Jacobi non sono solo una linea genealogica di fotografi, né soltanto la storia di una brillante carriera berlinese spezzata dal nazismo. Sono anche un laboratorio vivente su cosa significasse fare fotografia quando la fotografia era chimica, pazienza, mestiere e rischio. E sono la storia di due sorelle, Lotte e Ruth, cresciute dentro un atelier e poi inghiottite, in modo diverso, dalla fama e dall’oblio.
Un mestiere che nasce a Parigi
La tradizione fotografica degli Jacobi è già, di per sé, un racconto da romanzo. Il capostipite Samuel Jacobi avrebbe imparato la dagherrotipia direttamente a Parigi dal suo inventore. Da lì in poi la famiglia porta avanti un mestiere che si trasforma in identità. Quando arrivano a Poznań, alla fine dell’Ottocento, non sono dilettanti che giocano con la novità, ma professionisti che conoscono il valore sociale della fotografia e il suo valore commerciale. Sigismund Jacobi, nato nel 1860, viene descritto dalla figlia Ruth come un “romantico” e un “maestro” della fotografia, uno che voleva che l’immagine avesse “tutti i segni di un’opera d’arte”. Sigismund studia chimica per due anni all’università di Berna e sperimenta con i processi fotografici, in particolare si specializza nelle tecniche a platino e bromolio.
La stampa al platino, semplificando, è una scelta di qualità e di tempo. Toni profondi, passaggi morbidi, una scala dei grigi che sembra respirare. Il bromolio, invece, è una tecnica che porta la fotografia verso la materia pittorica, con interventi e controlli che chiedono occhio e mano, non solo esposizione. Di fatto, Sigismund costruisce immagini, non foto.
Un atelier piccolo fuori e enorme dentro
Ruth, che poi diventerà fotografa a sua volta, ricorda di essere nata “in una piccola casa con un grande atelier vetrato”. Un dettaglio che vale più di molte descrizioni, perché un atelier vetrato, all’epoca, non è un vezzo architettonico. È luce controllata. È la possibilità di lavorare senza dipendere troppo dalle stagioni. È, in pratica, una macchina fotografica grande quanto una stanza.
Sigismund inizia in un luogo e poi si sposta più volte all’interno della città verso i quartieri più “moderni”, come fanno i fotografi quando inseguono clienti. In mezzo a questo, c’è la vita. E la vita degli Jacobi, per come emerge dalle memorie, non ha niente della famiglia imbalsamata che ci immaginiamo quando pensiamo a un atelier ottocentesco. In casa si ride molto, si scherza molto. Persino la nascita di Lotte, racconta Ruth, sarebbe avvenuta mentre Mia, la madre, “rideva in modo incontrollabile”.
Questa atmosfera conta, anche fotograficamente, perché Sigismund, pur definito “conservatore” sul piano politico, lascia ai modelli un senso di libertà. Non li schiaccia in pose punitive. E infatti attira anche giovani intellettuali. Anche un certo Kafka.

Sigismund fotografa i figli in continuazione, a volte in casa, a volte in studio. Le foto domestiche sono più sciolte, quelle da studio più “serie”. Ma nelle immagini private compare l’umorismo, il gioco, la voglia di trasformare la fotografia in un piccolo teatro familiare. Nell’archivio Jacobi compare anche una fotografia al collodio, probabilmente di Sigismund, che ritrae la piccola Ruth a Poznań nel 1900. Il collodio è un’altra parola che ti riporta a un mondo in cui l’immagine era una corsa contro il tempo e contro la chimica. Lastre, preparazione, sensibilità, sviluppo. La fotografia non era uno scatto, ma un processo. E crescere dentro quel processo significa imparare presto due cose: che la realtà è luce e che la luce si tratta con rispetto.
A un certo punto Mia, moglie e madre, decide di lavorare anche lei nell’atelier, che non è più solo il regno del padre, ma diventa una piccola impresa corale, un organismo in cui si lavora, si vende, si accolgono clienti e si organizza la giornata.
Poi arriva la storia con la S maiuscola, quella che entra nelle case senza bussare. Ruth ricorda un momento alla fine del 1918. Lei e la madre sul balcone vicino all’Hotel Monopol, a guardare i soldati che tornano, voci che gridano slogan e l’euforia che sembra promessa di un mondo nuovo. Subito dopo, però, compare un “clima da pogrom”, come la definì Ruth, con una folla che trascina e umilia gli ebrei per strada.
Ruth, la più audace, quella che quasi nessuno ha visto
Ruth e il fratello Alexander, a differenza della famosa Lotte, sono nati a Poznań. Alexander morirà giovanissimo in un incidente. Ruth invece vivrà a lungo, ma resterà a margine della memoria pubblica.
È una fotografa di talento eccezionale, addirittura più audace della sorella, capace di usare l’umorismo nella scelta del soggetto e dell’inquadratura. Lascia migliaia di negativi, in gran parte privati, e soprattutto dimostra un istinto da reportage così forte da entrare con merito nella lista dei grandi della fotografia mondiale. Eppure pubblica poco con il suo nome, e così sparisce. La prima mostra importante delle sue opere arriverà solo nel 2008 al Jüdisches Museum di Berlino.
Nel racconto di Ruth, Berlino è affascinante e spaventosa insieme. Lei ci arriva con la sensazione di lasciare per sempre la propria Heimat, le radici, gli amici. Per formarsi sceglie la Lettehaus, la scuola legata al Lette Verein, nata per dare alle donne accesso a professioni moderne e concrete. Dal 1890 insegnava anche tecnica fotografica e dal 1910 ammetteva anche uomini. Ma la Berlino di quegli anni è anche il luogo dove certi simboli iniziano a spuntare prima ancora che diventino regime. Ruth racconta di istruttori e studenti con grandi svastiche appuntate sul petto e di un’atmosfera ostile e antisemita. Lei va avanti lo stesso perché senza diploma non può esercitare. E per lei quel mestiere è sopravvivenza.

Il grande salto, Berlino come seconda nascita dell’atelier
La famiglia si trasferisce definitivamente a Berlino nel febbraio 1921, dopo “la totale perdita dei beni” e tra minacce e abusi. Ottengono un locale in Joachimsthaler Strasse all’angolo con Kantstrasse, descritto come una specie di stalla da ripulire, e in tre mesi l’atelier riparte. Da quel momento l’attività cambia pelle. Non è più solo ritratto “da studio”. Si fanno anche fotografia di moda e fotografia per la stampa, con Mia che si occupa di vendita e gestione clienti. È il passaggio tipico del primo Novecento, in cui il fotografo non è più soltanto un artigiano del ricordo familiare, ma un fornitore di immagini per un mondo che corre, consuma, legge giornali, costruisce celebrità.
Poi arriva la tragedia, Alexander muore in un incidente. Ruth prende in mano lo studio con il padre. È lei la prima a ritrarre attori, artisti, diplomatici, professori universitari. Lotte entrerà stabilmente nell’atelier nel 1927. Ruth partirà per gli Stati Uniti l’anno dopo e le foto che invia vengono pubblicate in Europa sotto un’etichetta impersonale, Atelier Jacobi. Quando Ruth rientra nel 1930, le due sorelle si dividono il lavoro. Ruth fa soprattutto moda e oggetti; Lotte si concentra su ritratti e teatro.

Lotte, la fama, il teatro e i volti del Novecento
Lotte si tuffa nella boheme, quella vera, fatta di amicizie, prove, notti lunghe e discussioni che sembrano sempre sul punto di diventare politica. È lì che incontra il mondo del teatro di Erwin Piscator, un ambiente dichiaratamente di sinistra, popolato da attori e attrici che vogliono cambiare il modo in cui il pubblico guarda la realtà. Lotte si lega a loro, l’atmosfera intellettuale le somiglia, e dopo qualche anno quella rete diventa anche un vantaggio concreto per la fotografia.
Fotografare teatro, in quegli anni, significa imparare un doppio mestiere. Devi saper stare in sala prove, capire le facce prima che diventino maschere, e devi saper dominare una luce che non è mai quella “gentile” dell’atelier. La scena ti costringe a scelte rapide, a tempi complicati, a un’attenzione maniacale per gesti e profili. E Lotte sembra trovare lì una palestra perfetta per il suo tema preferito: le persone e il loro modo di occupare lo spazio.
Dopo la morte del padre, è Lotte prende in mano la bottega berlinese. Arrivano incarichi dalla stampa e richieste private, come se Berlino avesse bisogno di un volto nuovo che sapesse ritrarre i volti degli altri. E lei, in quella metropoli, che è un magnete per le avanguardie, costruisce un catalogo impressionante di personalità del tempo. I fratelli Mann, Marc Chagall, Käthe Kollwitz, e poi il caso più delicato di tutti, Ernst Thälmann, il leader comunista. La sua fotografia finisce su un manifesto elettorale del 1932, e l’anno dopo quel dettaglio diventa una zavorra.

Nel 1931 Lotte risulta atea e fuori dalla comunità ebraica, politicamente vicina alla sinistra. Lei sostiene che politica e fotografia, per come le vive, non siano la stessa cosa, ma dal 1933 in poi lo studio comincia a svuotarsi. I clienti se ne vanno “per paura”, scrive una di loro.
La parte più sinistra, però, è quella in cui la censura, al posto delle fotografie delle sorelle Jacobi, mette un timbro con la scritta Zdjęcie zablokowane (“fotografia bloccata”). Per un anno e mezzo le due sorelle ricorrono a espedienti per sopravvivere professionalmente, Ruth arriva a lavorare usando il cognome tedesco del primo marito, Hans Richter, perché quel nome le permette ancora di ricevere commissioni, anche se realizzarle diventa pericoloso. Intanto preparano la fuga verso gli Stati Uniti.
La fotografia come luogo di libertà e come prova
In America la loro fotografia cambia pelle, come cambia pelle chi arriva da esule e deve ricominciare senza rete. Ruth approda a New York e diventa finalmente un occhio autonomo, indipendente dal brand Atelier Jacobi. Le interessa la gente comune, i marciapiedi, le piccole scene che raccontano un’epoca meglio di mille discorsi, come una donna che porta a spasso un’oca, un venditore nel Lower East Side o il teatro quotidiano di Manhattan.

Lotte arriva poco dopo, con una traiettoria più complicata e più “da studio”, perché porta con sé il mestiere del ritratto come arte della relazione. Negli anni americani continua a cercare volti, ma cambia il modo di ottenerli. Non c’è più la Berlino delle avanguardie che ti consegna i nomi con il passaparola. Devi costruirti la fiducia da zero, trovare committenti, inserirti in un ambiente culturale nuovo, diventare credibile in inglese. Eppure, nel tempo, entrambe riescono a trasformare l’esilio in un secondo inizio. In modi diversi, Ruth con il respiro del reportage e Lotte con l’intensità del ritratto, portano la lezione dell’atelier europeo dentro la modernità americana, come se la macchina fotografica fosse l’unico oggetto capace di fare da patria quando tutto il resto è stato lasciato indietro.
Quello che resta degli Jacobi, alla fine, è un paradosso. La loro storia è fatta di immagini e insieme di sparizioni. Ruth è forse la più radicale e la meno vista. Lotte è la più nota e quella che, in qualche modo, si porta dietro l’ombra del proprio tempo politico e artistico. Sigismund è l’anello che tiene insieme due secoli, dalla fotografia come artigianato di famiglia alla fotografia come industria culturale.
E se c’è un filo unico che attraversa tutto, è il modo in cui la fotografia, per loro, non è mai stata un lusso ma un passaporto. Il resto lo fa la luce. Quella luce da atelier vetrato che entra in una “piccola casa” di Poznań e finisce, decenni dopo, sulle strade di New York, su una donna che porta a spasso un’oca come fosse la cosa più normale del mondo.







