Han Youngsoo, “minuscole, insignificanti tracce” di vita

Cominciamo con l’immagine dell’uomo dietro l’obiettivo. È il 1958, pieno inverno, e Han Youngsoo, con il suo cappotto scuro, il colletto alzato e una Leica stretta al petto, si staglia contro il fiume Han ghiacciato, simbolo di una Seul divisa ma sempre vitale. La neve cade lieve, e alle sue spalle due ponti tagliano l’orizzonte con un’inclinazione netta. Il fotografo stesso, quasi un’icona dell’epoca, si inserisce in questa scena con una compostezza che tradisce un misto di osservazione e partecipazione. Questo è Han: un testimone della ricostruzione postbellica che trasforma il quotidiano in racconto epico.

Han Youngsoo

Negli anni successivi alla devastazione della guerra di Corea, la narrazione dominante descriveva un popolo impegnato nella sopravvivenza. Ma le fotografie di Han raccontano un’altra storia, una fatta di frammenti di vita che pulsano di romanticismo, estetica e ricerca di significato. Le sue immagini non si limitano a mostrare la fame o il disagio; catturano la vitalità delle città in rinascita, l’eleganza delle coppie a passeggio, gli uomini d’affari nei taxi, le mani che vendono e riparano, i corpi che vivono.

Seul, musa di Han, è presente ovunque nei suoi scatti. I suoi abitanti camminano rapidi, sorseggiano caffè, sistemano giornali e pesce essiccato, prendono il sole o asciugano noodles al vento. Nei loro gesti, nelle loro posture, si intrecciano tradizione e modernità: i cartelli in Hangul e caratteri cinesi cedono lentamente il passo a parole in inglese, mentre l’architettura americana comincia a sovrapporsi ai tetti tradizionali.

Han Youngsoo
Mercato Namdaemun, Seul, 1957
Han Youngsoo
Meongdong, Seoul, Korea, 1958

Han, nato nel 1933 in una famiglia benestante, aveva conosciuto la guerra e i suoi orrori. Combatté per il Sud durante il conflitto coreano, ma al suo congedo rifiutò la brutalità. E così rivolse la sua attenzione a ciò che definiva “minuscole, insignificanti tracce” di vita. Era un osservatore, non un giudice; un cronista, non un moralista. La sua fotografia è intrisa di quella distanza fisica e rispettosa che permette agli eventi di svolgersi naturalmente, senza intrusioni.

Le sue immagini sono composte con una precisione quasi geometrica, dove il caos urbano si trasforma in ordine visivo. Attraverso finestre, superfici riflettenti, veli semitrasparenti, Han costruisce strati che raccontano storie dentro le storie. Una donna con un hanbok tradizionale legge un giornale piegandosi in avanti, la concentrazione che traspare dai suoi gesti è un piccolo teatro di tensione e rilassamento. Un uomo in slip si prepara a tuffarsi da una chiatta, il suo corpo teso che ricorda una croce stilizzata contro l’orizzonte del fiume Han.

Han Youngsoo
Myeongdong, Seul, senza data
Han Youngsoo
Nodeulseom, Seoul, senza data

L’abilità di Han risiede nel rendere universale il particolare. Un mercato di Mapo del 1958 si trasforma in un palinsesto di forme e frammenti di vita. Attraverso un telo, si intravedono una donna e una bambina che camminano tra le bancarelle; il loro movimento è un’istantanea di resilienza e continuità. Altrove, una coppia in abiti da lavoro attraversa una cornice di mattoni sbrecciati: un gesto con la mano racconta una storia che rimane sospesa, aperta all’interpretazione.

Han non si limitava a osservare; costruiva un archivio visivo della Corea postbellica, intriso di umanità e rispetto. La sua appartenenza al New Line Group e il suo impegno nel realismo sociale sono evidenti in ogni scatto. Ma Han era anche un innovatore: fondò uno dei primi studi fotografici pubblicitari in Corea, dove l’era del consumismo iniziava a fiorire. La sua eredità artistica, tuttavia, restò relegata ai margini fino alla sua morte nel 1999, quando sua figlia Han Sunjung si dedicò al recupero e alla valorizzazione del suo lavoro.

Le immagini di Han sono oggi riconosciute come documenti di valore storico e artistico. I suoi ritratti di donne, come quelli raccolti in When the Spring Wind Blows, e le sue scene urbane trovano spazio nelle gallerie di tutto il mondo, raccontando la storia di una nazione in transizione, sospesa tra tradizione e modernità.

Non sono solo fotografie: sono frammenti di sogni e ricostruzione, di caos e speranza. Han Youngsoo ha trasformato le strade di Seul e i suoi abitanti in un poema visivo, un resoconto della capacità umana di sopravvivere, resistere e reinventarsi. Una narrazione che, oggi come allora, continua a parlare con una potenza universale.

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