Dina Sanichar Mowgli

Dina Sanichar, il “ragazzo lupo” che ispirò Mowgli

Tutti conoscono Mowgli, il bambino cresciuto nella giungla insieme ai lupi, protagonista de Il Libro della Giungla di Rudyard Kipling e reso celebre dal film Disney. Quello che in pochi sanno è che dietro a quel personaggio immaginario si nasconde la storia vera di Dina Sanichar, un ragazzo indiano vissuto nell’Ottocento, cresciuto davvero tra gli animali selvatici.

Un bambino nella tana dei lupi

Siamo nel 1867, nelle giungle fitte delle Province nord-occidentali dell’India. Alcuni cacciatori del villaggio di Bulandshahr stanno inseguendo un lupo, quando notano una creatura strana uscire da una tana. All’inizio pensano sia un altro animale, ma presto si accorgono che è qualcos’altro. Appena sentì l’ululato del lupo inseguito, quella creatura si tirò su brevemente sulle gambe, poi tornò a muoversi a quattro zampe e sparì nella tana.

I cacciatori, sconvolti, andarono a chiedere istruzioni al magistrato locale. Tornarono poco dopo con l’ordine di agire. Usarono il fuoco per stanare gli animali. Il lupo fuggì, ma l’altra creatura, quella strana figura, fu bloccata dagli uomini. Non fu facile tra graffi, morsi e urla feroci. Alla fine riuscirono a immobilizzarla. Solo allora si accorsero con sgomento che non avevano catturato un animale, ma un bambino. Aveva la bocca sporca di saliva, gli occhi spiritati e reagiva come una bestia in trappola.

Dopo la cattura, Sanichar, che aveva circa sette anni, venne portato all’orfanotrofio di Secundra, nei pressi di Agra, non lontano dalla tomba dell’imperatore Akbar. Era il 4 febbraio, un sabato. Proprio per questo gli fu dato il nome Sanichar, che in lingua locale significa “sabato”.

Le sue condizioni erano disperate. Il corpo mostrava i segni evidenti di una vita trascorsa nella giungla. Era malnutrito, diffidente, incapace di comunicare. Le cronache dell’epoca raccontano che era quasi completamente sordo, e che questa disabilità gli aveva impedito di sviluppare il linguaggio. Viveva chiuso in se stesso, incapace di relazionarsi con chiunque.

Ciò che colpiva di più, per chi vedeva Sanichar, era il suo modo di comportarsi. Camminava a quattro zampe, ma non come fanno i piccoli: si spostava appoggiandosi sui gomiti e sulle ginocchia, un’abitudine che gli aveva deformato le braccia e incurvato le spalle. Vestirlo era un’impresa. Appena cercavano di mettergli dei vestiti, ringhiava, si agitava e li strappava via. Era irrequieto, imprevedibile, spesso aggressivo.

Anche il modo in cui mangiava ricordava quello di un animale: afferrava il cibo con le mani, lo mordeva direttamente, rosicchiando carne e ossa come avrebbe fatto un lupo. A nulla valsero i tentativi di insegnargli a usare forchetta e coltello. Non imparò mai.

All’orfanotrofio, i missionari tentano di educarlo, ma con scarsi risultati. Non impara mai a parlare, ma il reverendo Valentine riuscì a comunicare con lui a gesti. Durante gli anni passati all’orfanotrofio, Sanichar non creò mai problemi gravi. Era silenzioso, solitario, ma non pericoloso. Eppure, c’è un episodio che colpì profondamente chi lo conosceva. Aveva stretto un legame speciale con un altro ragazzo dell’orfanotrofio. Quando quel ragazzo morì, Sanichar si avvicinò al suo corpo, poi indicò se stesso, il compagno e infine il cielo. I missionari interpretarono quel gesto come una forma di consapevolezza, un modo per esprimere dolore e forse anche speranza.

Pochi giorni dopo, anche Sanichar morì. Il suo corpo, fragile e segnato da una vita difficile, non resse oltre. Era il 1895.

sanichar, il ragazzo lupo dell’India FERRIS

Chi era davvero Sanichar

Grazie al lavoro di G.C. Ferris, autore di un libro pubblicato nel 1903 (Sanichar, il ragazzo lupo dell’India), oggi conosciamo il volto e la storia di questo giovane. Ferris si basò sui resoconti ufficiali dell’orfanotrofio, raccolti dallo stesso reverendo Valentine.

Sanichar, da adulto, era basso e molto magro, con occhi grigi e sfuggenti, cicatrici da morsi sul viso e un’aria sempre all’erta. Camminava sollevando i piedi come se stesse calpestando erba bagnata, con la testa in continuo movimento, come se si aspettasse un pericolo da un momento all’altro.

Ferris tenne a precisare che la storia di Sanichar non aveva nulla a che vedere con quella di Mowgli. Nessuna avventura romantica, nessuna armonia con la natura. Sanichar non parlava con gli animali, non ballava con gli orsi, non imparava le leggi della giungla. Era un ragazzo selvaggio, segnato da una vita ai margini, senza accesso al linguaggio né a un’infanzia normale.

Eppure, proprio questa realtà così cruda e lontana dal mito ci ricorda quanto sia potente l’immaginazione. Mowgli è diventato un simbolo di libertà e di armonia tra uomo e natura. Ma dietro ogni leggenda, a volte, si nasconde una storia molto più complessa, fatta di dolore, isolamento e sopravvivenza.

Dina Sanichar non fu mai un eroe, ma ci ha lasciato un racconto che parla al cuore della nostra umanità: cosa significa crescere senza contatto umano, e cosa resta in noi, anche quando tutto il resto è stato perduto.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,