L’annuncio della possibile acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix ha scatenato un’ondata di preoccupazione e allarme nell’industria cinematografica globale. Non è servito molto tempo prima che l’operazione venisse definita “un rischio senza precedenti” dai rappresentanti dei cinema americani, o che la Writers Guild lanciasse un appello per bloccarla.
Ma in corsa per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery non c’è soltanto Netflix. Anche David Ellison, figlio del fondatore di Oracle e nuovo protagonista del mondo dei media, ha presentato un’offerta ostile attraverso la sua società, Skydance Media, che ha già rilevato Paramount e CBS. Il suo obiettivo non è limitarsi al cinema, ma creare un vero e proprio impero mediatico, esteso anche a canali come CNN, Turner Classic Movies e Discovery. Si tratterebbe di una concentrazione di potere senza precedenti, resa ancora più controversa dal coinvolgimento dell’ex consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, e da cospicui investimenti provenienti da fondi sovrani del Golfo.
Warner Bros. ha già vissuto numerosi passaggi di mano. Nel 1990 si unì a Time Inc., poi nel 2001 fu coinvolta nella fallimentare fusione con AOL, nel 2018 passò sotto il controllo di AT&T e infine, nel 2022, assunse l’attuale forma di Warner Bros. Discovery. Una traiettoria che riflette un destino comune a molti grandi studi di Hollywood, la cui storia recente è costellata di acquisizioni e trasformazioni: Columbia Pictures è finita sotto Sony, mentre MGM, dopo innumerevoli cambi di proprietà, oggi è parte del colosso Amazon. Quelli che un tempo erano centri di creazione artistica si sono trasformati in asset da scambiare nei grandi giochi della finanza globale.
Cosa vuole Netflix? E cosa ci perde il cinema?
Per Netflix, l’acquisizione di Warner Bros. risponde all’esigenza di ampliare l’offerta di contenuti. Warner è infatti uno dei pochi studi capaci di produrre regolarmente film di grande successo, come Barbie, Sinners e One Battle After Another. Dal punto di vista di Warner Bros. Discovery, invece, la spinta è soprattutto finanziaria, dato che l’azienda è gravata dai debiti e ha un bisogno urgente di liquidità.
Ma ciò che rischia davvero di andare in crisi non è solo l’identità di uno storico studio hollywoodiano, bensì l’intero equilibrio dell’ecosistema cinematografico. Warner ha sempre puntato con forza sulla distribuzione in sala, mentre Netflix privilegia lo streaming, ricorrendo alle uscite cinematografiche solo in casi eccezionali, legati a premi o ad obblighi contrattuali. Il timore è che, sotto la guida di Netflix, i film Warner non vengano più proiettati nei cinema, ma si limitino a comparire in catalogo, erodendo un così l’esperienza collettiva del cinema come rito pubblico e condiviso.
In modo quasi paradossale, i momenti di crisi dell’industria hollywoodiana hanno spesso coinciso con fasi di straordinaria vitalità creativa. Dopo la storica sentenza antitrust del 1948, nota come “caso Paramount”, che obbligò gli studios a cedere le proprie catene di sale cinematografiche, il sistema produttivo perse parte del suo controllo centralizzato. Questo cambiamento aprì nuove possibilità espressive: registi come John Ford, Ida Lupino e Nicholas Ray poterono lavorare con maggiore autonomia, inaugurando un decennio che sarebbe diventato uno dei periodi più fecondi della storia del cinema americano.
Un nuovo slancio si ebbe poi negli anni Settanta, quando, di fronte a un’industria in crisi d’identità e incapace di dialogare con le trasformazioni sociali e culturali in atto, emerse una generazione di registi giovani e anticonformisti. Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Clint Eastwood, Steven Spielberg reinventarono il linguaggio del cinema, aprendo una stagione rivoluzionaria in cui l’arte tornava a dialogare direttamente con il pubblico.
Nel XXI secolo, di fronte alla diffusione delle serie TV e al declino dei film di fascia media, è stata ancora una volta la creatività indipendente a indicare la via. E, con una certa ironia storica, proprio le piattaforme di streaming sono diventate in alcuni casi le nuove mecenati, capaci di sostenere progetti che l’industria tradizionale non era più disposta a finanziare.
I mecenati digitali: da nemici a salvatori?
Netflix, Amazon e Apple hanno avuto un ruolo decisivo nel sostenere alcuni dei progetti più ambiziosi del cinema contemporaneo, dando fiducia a registi che il sistema degli studios, sempre più avverso al rischio, aveva lasciato ai margini. Martin Scorsese ha potuto realizzare The Irishman grazie a Netflix, che ha finanziato un’opera monumentale e tecnologicamente complessa con un budget di circa 225 milioni di dollari. Apple ha investito una cifra analoga in Killers of the Flower Moon, restituendo al regista un respiro epico che pochi altri avrebbero osato permettersi. Amazon ha scommesso su un’opera originale come Hedda di Nia DaCosta, dimostrando che anche le storie meno convenzionali possono trovare spazio e visibilità.
Tuttavia, questi esempi rappresentano ancora casi isolati. La maggior parte delle produzioni delle piattaforme è concepita in maniera algoritmica, solo per nutrire il catalogo e trattenere abbonati, più che per innovare il linguaggio del cinema.
Ed è proprio qui che si gioca una delle partite più delicate: l’accesso alla storia del cinema. Se Netflix dovesse acquisire Warner Bros., diventerebbe custode di un archivio immenso, una parte fondamentale della memoria cinematografica del XX e XXI secolo. Una responsabilità enorme, soprattutto alla luce di precedenti preoccupanti: dopo l’acquisto di 21st Century Fox, Disney ha ristretto la circolazione di molti dei suoi classici, impedendone la proiezione nei cinema d’essai. Cosa accadrà se anche Netflix deciderà di trattenere nei propri server, e fuori dai circuiti culturali, pezzi interi della storia del cinema?
Oltre all’impatto sull’arte e sulla cultura, poi, c’è l’aspetto occupazionale. Un’acquisizione come quella proposta conferirebbe a Netflix un potere quasi assoluto nel mercato della produzione audiovisiva, creando una situazione di monopsonio, ovvero con un unico grande acquirente in grado di dettare condizioni su salari, diritti e libertà creativa. La conseguenza? Meno concorrenza per sceneggiature e proprietà intellettuali, meno possibilità di lavoro per registi, autori, tecnici e attori. La Writers Guild lo ha detto senza mezzi termini: il pericolo è un restringimento strutturale del mercato dell’intrattenimento.
Ma il quadro potrebbe farsi ancora più inquietante se ad avere la meglio fosse David Ellison. Con il controllo simultaneo su Warner, CBS e forse anche CNN, ci troveremmo davanti a una concentrazione mediatica senza precedenti, capace di orientare l’informazione e l’immaginario collettivo secondo una visione centralizzata e potenzialmente ideologica. Già oggi, Paramount Skydance ha affidato la direzione di CBS News alla giornalista conservatrice Bari Weiss, mentre dietro l’operazione aleggia la figura di Jared Kushner. In uno scenario del genere, ci si può legittimamente chiedere se film come Sinners o One Battle After Another, opere critiche nei confronti del potere e delle sue derive, avrebbero ancora la possibilità di essere prodotti.
Il futuro e la memoria del cinema
Il cinema è, per sua natura, un’arte storicista; si nutre di rimandi, dialoga con il passato, costruisce le sue forme attraverso eredità estetiche e morali. Affidare l’enorme patrimonio del cinema a soggetti mossi unicamente da logiche di profitto rappresenta quindi un rischio profondo, non solo per la conservazione delle opere, ma per la possibilità stessa di pensare il cinema come linguaggio vivo e consapevole della propria storia.
Il caso di Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman è emblematico. Ignorato dal grande pubblico al momento dell’uscita, ha trovato nel tempo una nuova vita proprio grazie alla diffusione in streaming, diventando nel 2022 il miglior film di tutti i tempi secondo la classifica di Sight & Sound. A contare, dunque, non è solo che un film sia accessibile, ma anche dove, come e in quale cornice viene accolto. L’accesso è importante, ma non può prescindere dal contesto, dalla memoria, dalla cura.
La crisi che oggi attraversa il sistema cinematografico potrebbe, come in passato, aprire varchi imprevisti per la libertà creativa. Ma ci riuscirà solo se i grandi attori del mercato avranno il coraggio di superare la logica dell’immediato ritorno economico e riconoscere che il cinema, prima ancora che un prodotto, è un bene culturale. La storia ci insegna che l’arte fiorisce spesso nei momenti di passaggio. Ma perché accada, serve qualcuno disposto a difenderla, a investirvi tempo, intelligenza, visione. In una parola: responsabilità.







