Simple Accident Jafar Panahi

“A Simple Accident” di Jafar Panahi: un grido clandestino per la libertà premiato con la Palma d’Oro

Cannes, maggio 2025. Sul palco del Palais des Festivals, Jafar Panahi riceve la Palma d’Oro per il suo ultimo film, girato di nascosto e senza permessi nel cuore di Teheran. È un trionfo che va oltre il riconoscimento artistico: è un atto di resistenza, un segnale di solidarietà internazionale e una celebrazione del diritto a raccontare la verità.

Il titolo, A Simple Accident, è ironico. Perché nulla, in questa storia, è davvero semplice. Non lo è il film, che dietro una trama scarna e realista cela un’impalcatura di simboli e tensioni morali. E non lo è il suo autore, figura emblematica della dissidenza culturale iraniana, che dal 2010 è sottoposto a una condanna che lo priva del diritto di girare film, viaggiare all’estero e rilasciare interviste.

Un cinema clandestino, ma vitale

Panahi ha costruito la sua poetica dentro le crepe della censura. Dal 2010, una sentenza del regime gli vieta formalmente di girare film, viaggiare o parlare con la stampa. Eppure, ha continuato a creare. Con mezzi ridotti all’osso, sfruttando luoghi privati, troupe essenziali e la collaborazione fidata di amici e attori, ha dato vita a opere come This Is Not a Film o Taxi Teheran, trasformando ogni ostacolo in un linguaggio.

Con A Simple Accident spinge ancora oltre questo linguaggio della sottrazione. Il film prende le mosse da un piccolo incidente stradale — un tamponamento tra due sconosciuti — per scavare nelle fratture profonde della società iraniana. Il dialogo tra i protagonisti, dapprima teso e carico di sospetti, si apre progressivamente a rivelazioni, paure e ferite mai guarite. Come spesso accade nel suo cinema, la realtà si disvela a strati, e l’incidente si rivela pretesto per parlare d’altro: della giustizia corrotta, della repressione, dell’impossibilità di dire la verità in pubblico.

Il metodo con cui il film è stato realizzato non è separabile dal contenuto. Panahi ha girato in condizioni quasi da cinema-guerrilla: telecamere leggere, set improvvisati, inquadrature statiche e dialoghi realistici. Tutto respira un senso di precarietà e urgenza. E proprio per questo A Simple Accident colpisce: perché è cinema “in atto”, che documenta non solo una storia, ma anche il modo — rischioso, segreto, collettivo — in cui quella storia è stata raccontata.

Nel corso degli anni, il regista ha affinato una forma di linguaggio che potremmo definire “resistente”, in cui l’essenziale diventa forma estetica e politica. Non c’è mai compiacimento, ma un rigore etico che trasforma ogni scena in un gesto di denuncia e di fiducia nel pubblico.

Una Palma d’Oro dal forte valore simbolico

La decisione della giuria di Cannes, presieduta da Juliette Binoche, è stata accolta con emozione e rispetto. Non è solo la consacrazione di un artista, ma anche un gesto di alleanza verso tutti coloro che, in Iran e altrove, rischiano la libertà per difendere la propria voce.

Il film di Panahi ci ricorda che anche quando ogni libertà sembra negata, l’arte può continuare a generare speranza, umanità, rinascita.

Juliette Binoche

Nel suo discorso, il regista ha rivolto un appello diretto al suo popolo, in particolare alle donne iraniane, protagoniste in questi anni di mobilitazioni cruciali:

Nessuno dovrebbe dirci come vestirci, cosa dire, che tipo di arte possiamo creare. Il diritto di vivere liberi non dovrebbe mai essere negoziato.

Il film, distribuito dalla casa americana Neon (al suo sesto titolo consecutivo premiato a Cannes), si inserisce in un momento di forti tensioni tra l’Occidente e la Repubblica Islamica. Pochi giorni dopo la premiazione, il governo iraniano ha convocato il rappresentante diplomatico francese per protestare contro “l’esaltazione di un’opera illegale e sovversiva“.

Ma ciò che il regime considera pericoloso è proprio ciò che rende Panahi uno dei cineasti più vitali del nostro tempo: la capacità di trasformare la censura in linguaggio, il controllo in creatività, la repressione in memoria condivisa. Il suo cinema non cerca il martirio, ma la testimonianza.

E con questa vittoria, Jafar Panahi entra in un ristrettissimo pantheon: è tra i pochissimi registi ad aver ottenuto i tre massimi riconoscimenti del cinema europeo: l’Orso d’Oro di Berlino, il Leone d’Oro di Venezia e ora la Palma d’Oro di Cannes. Ma più che una consacrazione personale, il suo trionfo rappresenta una dichiarazione universale: l’arte può essere silenziata, ma non annientata. Quando si unisce a una coscienza etica, diventa insopprimibile.

In un’epoca di conflitti e chiusure, A Simple Accident ci ricorda che il cinema, quello vero, non è mai solo intrattenimento. È un gesto. È un rischio. È un atto di libertà.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,