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Se lasciassi i social, leggeresti davvero più libri?

Molti credono che basterebbe smettere di guardare lo schermo del telefono per sentirsi immediatamente meglio. Ci si immagina più presenti con i figli, meno invidiosi, forse persino più colti. Una fantasia ricorrente è quella di liberarsi dello smartphone e diventare persone che leggono romanzi impegnativi, riscoprono lo sport o si dedicano con passione ai puzzle da mille pezzi.

Jay Caspian Kang, scrittore e commentatore americano, si è lasciato guidare da questa inquietudine. Spinto anche dalla necessità di rispettare una scadenza editoriale, nel luglio scorso ha deciso di abbandonare i social network. Ha cominciato con X, la piattaforma che percepiva come la più tossica, e ha poi rimosso anche Instagram, TikTok e ogni altra app che lo tenesse connesso all’opinione di perfetti sconosciuti. Le dieci ore che prima trascorreva ogni giorno davanti allo schermo dovevano ora essere impiegate per scrivere il suo libro.

In parte, l’esperimento ha funzionato. Kang è riuscito a consegnare la prima bozza nei tempi previsti, ma gli altri effetti sperati non sono arrivati. Non ha letto più libri del solito. Non ha iniziato a fare escursioni né si è riscoperto padre appassionato di puzzle. Più semplicemente, si è ritrovato in una condizione di isolamento dalle notizie che ha trovato inaspettatamente piacevole, ma che non ha risvegliato in lui quel desiderio di lettura profonda che pensava di ritrovare.

I dati, intanto, sembrano confermare che l’uso eccessivo dei social riduca la nostra capacità di concentrarci sulla lettura di libri. Secondo l’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori, il 30% dei lettori si dedica alla lettura solo sporadicamente, qualche volta al mese o persino all’anno. Il tempo medio settimanale dedicato ai libri è sceso a 2 ore e 47 minuti, contro le 3 ore e 16 del 2023 e le 3 ore e 32 del 2022. I dati Eurostat indicano poi che l’Italia è agli ultimi posti in Europa per numero di libri letti: solo il 35% della popolazione sopra i 16 anni ne legge almeno uno all’anno, terzultima davanti solo a Romania e Cipro.

Forse oggi si leggono meno libri, ma in modo più selettivo e consapevole. Per esplorare meglio questa ipotesi Kang ha immaginato il profilo di un lettore moderno. Dave, avvocato del Midwest, appassionato di storia militare americana, scopre su Reddit una comunità che discute di libri, partecipa ai forum, ascolta podcast tematici, affina i suoi gusti. Legge due libri all’anno, ma li sceglie con cura e costruisce un sapere autentico, alimentato da fonti diverse. Forse legge meno, ma è comunque ben informato.

Ma questo esempio porta ad un’altra domanda: la lettura online può davvero sostituire l’esperienza dei libri tradizionali, fatta di lentezza, sforzo e immersione? Kang ha trovato uno spunto utile nelle riflessioni di Celine Nguyen, scrittrice che pubblica saggi su Substack. Secondo lei, i social non ostacolano la lettura, anzi la stimolano. Alcuni dei libri che più l’hanno segnata li ha scoperti proprio grazie a consigli letti su Reddit o Twitter.

Anche BookTok, la comunità letteraria nata su TikTok, ha aiutato migliaia di persone ad avvicinarsi a titoli poco noti o ignorati dalle classifiche ufficiali. Se questo porta a leggere meno ma in modo più mirato, è davvero un problema? Non esiste una risposta definitiva, ma dobbiamo tuttavia riconoscere che comunque qualcosa si perde. I club del libro, le letture imposte, le discussioni fuori dai propri interessi abituali offrono uno stimolo diverso. La lentezza di un romanzo e la fisicità della pagina creano un’esperienza che gli algoritmi non sanno replicare.

Nguyen riconosce il rischio delle bolle di gusto, ma osserva altresì che internet ha reso accessibili testi fondamentali a molti più lettori. Le letture che le hanno cambiato la vita non le ha trovate in libreria o a lezione, ma online. Per lei, i social sono strumenti, non nemici. Ma avverte un pericolo concreto: la chiusura in un ecosistema personalizzato, dove le voci si somigliano sempre di più e l’originalità fatica a emergere.

Quando la conversazione pubblica si riduce a un flusso continuo di reazioni, la scrittura rischia di diventare solo un commento. E in questo, l’intelligenza artificiale eccelle. Riassume, riformula, ottimizza. Ma l’essere umano può e deve scegliere altro. Può decidere di scrivere male, di leggere lentamente, di pensare in modo impreciso, ma personale.

La convinzione che i social abbiano distrutto la nostra capacità di leggere è diffusa. Abituati a video brevi e contenuti immediati, sembriamo incapaci di affrontare testi lunghi. Eppure, oggi non mancano le parole. Leggiamo di continuo. Forse lo facciamo in modo diverso. Invece di divorare dieci libri l’anno, cerchiamo quello giusto. Lo troviamo su TikTok, nei forum, nei podcast. E può bastare.

Dave, l’avvocato del Midwest, lo dimostra. Non legge tanto, ma partecipa a conversazioni online, ascolta interviste, guarda seminari. Ha affinato i gusti, seleziona meglio. È davvero meno lettore? O semplicemente un lettore diverso?

Il punto non è quanto si legge, ma come. C’è valore nel confrontarsi con contenuti che non abbiamo scelto. Le discussioni lente, i contesti imperfetti, i club del libro. Tutto ciò che resiste alla semplificazione degli algoritmi ci aiuta a pensare in modo più profondo. A volte faticoso. Ma più umano.

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